La violenza sulle donne è la normalità, una guerra senza fine. Il contributo del Cento Antiviolenza “Rompiamo il silenzio”

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Cultura, Editoriali, Società


Le notizie di cronaca nera si susseguono senza sosta in una specie di escalation di follia. Punti fermi si sgretolano e aumenta la percezione dell’insicurezza. Noi di ValleditriaNews abbiamo chiesto conforto e una opinione ad Angela Lacitignola, responsabile del centro antiviolenza di Martina Franca e Crispiano “Rompiamo il silenzio”. Ecco integralmente il suo contributo:

Dalla frustrazione, dalla rassegnazione alla speranza.

Profondamente arrabbiata e chiusa nel silenzio. Accetto di fare l’intervista solo perché credo che come sempre avviene in questi casi, la mostruosità viene incanalata tutta e resa visibile dal mostro di turno che provoca l’emergenza. E Il mostro impedisce di vedere “la normalità”.  La violenza maschile sulle donne non è emergenza (come il problema degli immigrati) è quotidianità, normalità, non più bollettino di guerra perché la guerra ha un inizio e una fine. Noi operatrici dei centri antiviolenza sentiamo tante di storie di violenza subite da donne adulte ma anche da giovani donne nei laboratori e negli incontri nelle assemblee studentesche. In questo momento vorremmo dare voce al pensiero e ai sentimenti di tante donne che vorrebbero denunciare, delle donne che oggi sono nelle aule dei tribunali, nelle stanze del pronto soccorso, nelle sedi dei centri antiviolenza. In seguito al bombardamento mediatico la paura è aumentata, ma è ancora più profondo il senso di frustrazione e di rassegnazione davanti ad un sistema culturale  che accusa la donna se lascia il “poverino che ha bisogno di cure”, il “marito che ha solo avuto la sfortuna di avere una famiglia violenta”, il “marito che ogni tanto si arrabbia ma, in fondo è un buon padre”. Ma se è uno straniero…la musica cambia: sono notevolmente maggiori le probabilità che venga arrestato e condannato per reati di maltrattamento per i quali gli italiani girano liberi al massimo qualche divieto di avvicinamento avuto dopo diversi mesi. Per l’immigrato che stupra tutti sono disposti a testimoniare. Per la donna marocchina vittima di violenza da un uomo italiano, regna l’omertà.

Lo stesso sistema culturale (quindi le famiglie, i media, i libri scolastici ecc) educa le bambine a rincorrere modelli improntati sulla seduttività, sull’estrema magrezza, sui concorsi di bellezza, sul successo ottenuto con l’uso del corpo (con un ritorno spaventoso agli anni 80) quasi a rassicurare l’uomo della sua mascolinità.

E’ quel sistema culturale che ancora permette ai processi per maltrattamento di essere infinitamente lunghi, che ci autorizza a dire “le ragazze americane erano consenzienti”,  che permette ai Carabinieri di ignorare le richieste di aiuto delle donne, rimandandole a casa “Signora se non ha le prove di quello che dice le tolgono i bambini”, che permette ad alcuni servizi sociali di far limitare la responsabilità genitoriale della madre (magari danneggiata dalla violenza subita per anni)  e a non pensare di valutare la capacità genitoriale del maltrattante.

Per ogni donna uccisa, per ogni donna che ancora è violentata nel corpo e nell’anima, siamo tutti corresponsabili: noi siamo la nostra cultura violenta e discriminante e la perpretiamo negli schemi e la diamo in eredità alle successive generazioni.

Districarsi in un sistema così impregnato di stereotipi tendenti da secoli a minimizzare e normalizzare la violenza, a mantenere lo status quo della divisione rigida dei ruoli significa “affrontare l’assurdo”.

Ma vogliamo ugualmente dare delle informazioni che se lette attentamente, e ripetute dalle varie agenzie educative forse possono innescare dei piccoli cambiamenti che possono evitare le grandi tragedie.

Ci sono degli indicatori di rischio nelle relazioni di intimità che ci dicono di relazioni malate, ci dicono che non solo non si tratta di AMORE ma addirittura di relazione pericolosa per la vita fisica e mentale di donne adulte ma anche di ragazze:

  1. la gelosia che diventa controllo continuo e manifestazione di possesso (non indossare quella gonna…non andare a lavoro tanto ci sono io che penso a te…mi prendo cura di te; e diventa in una escalation: guai se frequenti quella persona…io so che mi tradisci…- cimici e registratori nelle auto  e disseminati nelle case, programmi per l’individuazione della posizione scaricati sul cellulare all’insaputa di lei, il controllo genera ansia, incertezza, sensi di colpa ecc);
  2. l’isolamento dalle amicizie, dalla scuola, dai parenti ecc.
  3. la denigrazione, il giudizio, l’accusa…(tu sei una poco di buono, tu sei una ragazza facile, tu sei una stupida…una cattiva madre…sei nulla..ti toglierannoi figli perché sei pazza…)

In genere a questi elementi se ne aggiungono altri che a volte si manifestano immediatamente a volte dopo molto tempo, e a volte mai:

  1. l’uso della violenza fisica in tutte le relazioni o solo nella relazione con la propria partner(schiaffi, spintoni, tentativi di strangolamento, testate ecc).

Alle mamme che vedono le figlie minorenni in queste situazioni diciamo:

  1. dopo i diversi tentativi di dissuasione della propria figlia è importante denunciare e rivolgersi ai centri antiviolenza (che possono ascoltare le minori solo con il consenso dei genitori) dove potranno trovare ascolto per se stesse e per le proprie figlie, e sostegno legale competente.

E’ vero che la denuncia può far aumentare il pericolo (per questo suggeriamo di rivolgersi ad un centro antiviolenza contemporaneamente)  ma è anche l’unico mezzo di protezione che autorizza tutti ad agire per la tutela delle minorenni. Tutti gli adulti (scuola, parrocchia, amici e passanti) che vedono una violenza su di una minorenne devono chiamare le Forze dell’Ordine, devono fare denuncia.

  1. Insieme alle operatrici die centri antiviolenza informare adeguatamente e allertare  le Forze dell’Ordine, facendo un elenco dettagliato degli elementi di pericolosità (indicati in precedenza)
  2. Il centro antiviolenza insieme ai genitori della ragazza e ove è possibile con la ragazza organizza il piano di protezione nei vari momenti della giornata che non può prescindere dalla collaborazione di tutti: forze dell’Ordine, vicini di casa, parenti, amici, e poi la rete istituzionale.

Conoscere la violenza per riconoscerla è da sempre il nostro motto.

C’è qualcosa che le mamme e i papà, e le scuole, le parrocchie, le associazioni, possono fare da subito, forse da ieri, ma da oggi necessariamente:

Educare le bambine a dare valore al proprio corpo (non inteso come strumento di seduzione, ma come mezzo imprescindibile di vita), a riconoscere ciò che le fa sentire male, ad ascoltare la propria “pancia” che avverte del pericolo, educare le bambine e i bambini alla relazione paritaria.

E ai media chiediamo fermamente di ritrovare l’etica e la mission educativa. Informare correttamente e costantemente su questi temi forse nell’immediato non farà la stessa audience del mostro, ma a lungo andare l’audience sarà costante e innescherà un cambiamento culturale che farà qualche mostro in meno e qualche ragazzo e ragazza salvati in più.


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