Preti e tarantelle. Due parole sulla terra del rimorso

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Cultura


fonte: salentoviaggi.com

Oggi si presenta un libro di Daniela Rota sul tarantismo e i gesuiti, un’occasione per tornare a parlare di un tema che in qualche maniera ha contribuito a rifondare il meridione, soprattutto grazie all’utilizzo dei simboli per operazioni politiche/culturali/commerciali come la “Notte della Taranta“.

La taranta è simbolo di Puglia, con la sua antropologia, le sue storie e tutta la cultura che ha prodotto. Il pizzico del ragno che colpisce mietendo l’ultimo covone a giugno, l’acqua santa della chiesa di San Paolo di Galatina, i serpenti e San Giovanni, la danza delle spade, i tamburelli, i ritmi terzinati, i violini e i colori del ragno, la trance, l’estasi, la guarigione.

Ernesto De Martino, pietra di volta dell’antropologia italiana, ci ha scritto diversi libri su questo fenomeno: girò il Salento negli anni ’50 ed ebbe la fortuna di assistere ad uno degli ultimi riti di guarigione. Un rito che si tramandava di generazione: di solito una donna, con la calura di giugno, aveva bisogno di ballare fino allo sfinimento. De Martino tolse ogni dubbio sull’origine del fenomeno. Non c’erano ragni velenosi o sabba satanici, bensì era un modo per sfogare energie represse in un mondo arcaico e maschilista. All’epoca era impensabile per una ragazza di frequentare l’altro sesso prima del matrimonio.

Ovviamente abbiamo ridotto il fenomeno, un po’ involgarito, ma volutamente. La taranta, dice De Martino, era uno di quegli orizzonti mitici in cui tutto si risolveva, in cui i problemi quotidiani avrebbero trovato una soluzione certa, perchè nel mito l’avevano già fatto. Un po’ come il rito antico del sacrificio dell’ultimo covone, quando si sacrificava un animale perchè l’anno successivo potesse tornare l’estate. All’epoca non si aveva la certezza della mattina dopo, figurarsi quella della prossima stagione.

Improvvisamente non abbiamo più avuto bisogno nè di riti nè di miti: abbiamo buttato le chitarre battenti e i fazzoletti rossi e ci siamo presi l’Ipad e l’Iphone. Eppure di miti e di riti ne abbiamo sempre bisogno, basti pensare alla scaramanzia sulle partite di calcio. Quello che manca oggi è l’incoscienza dei tempi andati, ovvero l’ingenuità del credere davvero che il monaco che taglia il tempo può davvero incidere sui temporali, oppure che il veleno potesse venire espulso con il sudore. Non siamo più ingenui, almeno non in senso classico: ci mancano i punti di riferimenti in cui credere che le cose che accadono oggi possano essere risolte.

Il passaggio alla politica ci pare scontato: stiamo vivendo una crisi terribile, i cui effetti reali si vedranno a settembre ma nessuno pare preoccuparsi e non tanto per una stoica accettazione dell’ineluttabile, ma perchè probabilmente nessuno sa davvero cosa fare. Mancano, appunto, dei modelli di riferimento, delle storie mitiche in cui tutto si risolve e il rito per riviverle. Alcuni le chiamavano ideologie, altri ne hanno decretato la morte, eppure oggi, se qualcuna fosse ancora in vita, potrebbe fornirci gli strumenti per leggere i segnali, comprendere le dinamiche e abbozzare soluzioni. Solo che sono morte e noi non siamo più ingenui.

Noi, non crediamo più.

O no?

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