Paesaggio bene comune. Comunque è frutto del potere. Un contributo

Pubblichiamo un contributo sulla discussione avviata dall’architetto Petranzan, da parte di Roberto Romano, giovane storico e geografo, che introduce nel dibattito sul paesaggio il potere. Il paesaggio non è più qualcosa che è dato a prescindere, ma frutto di scelte politiche precise. 

Buona lettura.

Due o tre cose sul paesaggio

di Roberto Romano

Il motto che apre la lectio, il paesaggio è tutto,  probabilmente  è lo stesso  passo che possiamo ritrovare in qualsiasi scritto di geografia, dal Kosmos di Alexander von  Humboldt  fino  al “Il Paesaggio terrestre” di Renato Biasutti, (al quale la Convezione Europea sul paesaggio evidentemente  si ispira). Ma non finisce qui, il titolo della lectio “Paesaggio bene comune” in realtà racchiude una atavica bugia, quella del paesaggio come un qualcosa che appartiene a tutti. Fa bene l’architetto a citare la Convenzione europea, che sottolineo è legge anche da noi fin dal 2000.  E’ proprio qui che viene sancito  infatti  “[…] la qualità e la diversità dei paesaggi europei costituiscono una risorsa comune”,  vale a dire un bene comune. Più in particolare, l’articolo 5 della Convenzione definisce il paesaggio come una “[…] componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità”. Ma anche questa idea di paesaggio come un bene della collettività che racchiude il lavoro continuo dell’uomo non l’ha mica inventata un architetto, ma quel francese che risponde al nome di Fernand Braudel,  che ci hanno fatto studiare come storico, ma che in realtà è uno dei paesaggisti più raffinati e sottili che ha prodotto il Mediterraeno.

Si faccia attenzione, sorge immediatamente una riflessione sul rapporto tra paesaggio come bene della collettività e la percezione di questo da parte della comunità, vale a dire degli attori che per primi creano e vivono il paesaggio. Un politologo, ma anche filosofo alla fine degli anni Settanta analizzava come  questo veniva costruito e pensato come un bene comune. Secondo quel filosofo che chiameremo Avelino Manuel Quintas esistono due tipi di bene comune, che corrispondo poi a due momenti diversi della sua realizzazione: un bene comune da costruire (o realizzare) attraverso la collaborazione di tutto il gruppo, e un bene comune da distribuire tra i diversi membri del gruppo stesso. Il bene comune da distribuire chiude il ciclo del bene comune da costruire, quindi, da un punto di vista cronologico, gli individui prima desiderano il bene e dopo decidono di  realizzarlo. Riguardo al paesaggio la teoria di Quintas si rivela interessante in quanto introduce il valore della desiderabilità ponendo l’importante questione, che rientra poi nel settore della percezione, di come e quanto il paesaggio rappresenti un bene comune desiderato per le popolazioni o, piuttosto, questa sia una sensibilità riservata solo al mondo degli intellettuali o di pseudo tali e riservata soltanto agli architetti.  Ma questo come si sa, riguarda un po’ tutto il dibattito intorno al tema paesaggio. Ed è proprio qui che nasce una contraddizione che qualcuno potrebbe chiamare bugia o mezza verità ed è quella che ci racconta romanticamente l’architetto marxista. Vale a dire che il paesaggio è figlio prima dell’etica,  delle tradizioni degli usi, dei costumi (il Goethe del “Viaggio in Italia” fu incoraggiato a intraprendere tale traversata dal fratello di A. von Humboldt. Quel viaggio è politico non è romantico!)  e poi anche  politica, o meglio dalle rappresentazioni politiche.

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I tre livelli della rappresentazione del paesaggio

Yves Luginbühl, un ingegnere agronomo una delle menti più brillanti della geografia contemporanea dal quale la Petranzan prende in prestito la metafora del Buon Governo (l’affresco del Lorenzetti) racconta una sacrosanta verità vale a dire la rappresentazione sociale del paesaggio e questa a sua volta viene suddivisa in 3 livelli  (come si fa oggi a parlare di paesaggio senza le intuizioni di  Franco Farinelli su Alexander von Humboldt? ). Questi tre livelli di appropriazione della conoscenza si costruiscono nell’ambito dei rapporti che gli individui intrattengono con la natura e con il luogo nel quale vivono e che frequentano. Il primo livello può essere definito “scala globale” e potrebbe corrispondere, se vogliamo, a quello che si intende quando si parla di cultura europea, considerando così la questione del paesaggio come uno dei fondamenti dell’identità europea. Il secondo livello corrisponde alla scala locale, che è legata al luogo dove viviamo e svolgiamo le nostre attività. Il terzo livello si riferisce alla scala individuale: ciascun individuo è unico, ha una propria cultura, quella che lui stesso si crea dalla sua personale esperienza del luogo.

Ma dire questo significa una e una sola cosa cioè che in ultima istanza il paesaggio è lo specchio del potere che quel territorio preso in riferimento esercita sul cittadino. E come ci hanno insegnato sui banchi di scuola uno specchio riflette “soltanto” l’aspetto fenomenico delle cose, vale a dire il suo aspetto sindonico, il livello superficiale quello che si vede immediatamente, ma nasconde i veri tratti. Uno scritto del Duecento commissionato da Alfonso il Savio re di Castiglia dal titolo emblematico  “La somiglianza del mondo” ci indirizza nella direzione giusta cioè ci fa capire fin dal Medioevo che il geografo dovrebbe occuparsi di paesaggio e non esclusivamente l’architetto, seppur illuminato sulla via di Treviri.

Critica sterile? Non credo visto che la commissione sul paesaggio indetta dal nostro comune prevede la figura di un architetto, di un geometra e di uno storico dell’arte ma non di un geografo ( in linea con l’ ex ministro Gelmini?).

Polis e Civitas

Esprimo tutte le mie perplessità sugli architetti che si occupano di paesaggio in quanto credo che ci sia una sorta di conflitto di interessi.  Come esprimo delle perplessità sul concetto che la Petranzan ha della polis greca (secondo il mio modesto parere un finto tutto chiuso. E non è un caso che Pericle affidi proprio a Ippodamo da Mileto la costruzione delle città basata sull’ortogonalità, di modo che dal centro si possa raggiungere immediatamente la periferia dell’impero)  e della civitas romana come un tutto aperto ( mi pare una visone un po’ troppo edulcorata della realtà tant’è che lo stesso Sant’Agostino ci ha chiarito meglio le idee in De Civitate Dei)

E mò?

Ultima questione che credo oggi sia di fondamentale importanza riguarda Leon Battista Alberti e il suo occhio alato. Egli comincia a utilizzare questo simbolo (è tutto documentato ne Le Vite del Vasari) dopo aver visto quello spettacolo del Portico degli Innocenti del Brunelleschi, vale a dire quando il papa manda il suo uomo di fiducia a visionare il primo lavoro prospettico.  L’Alberti resta basito di fronte a quel trucco di prestigio  e non ci capisce nulla. Quello che riesce a comprendere è una cosa soltanto che il mondo da quel momento era cambiato. Ma la Pretanzan non ci dice tutta la verità, perché il simbolo dell’Alberti, come tutti i simboli del Rinascimento, era accompagnato da una scritta, in questo caso, “ quid tum” che potremmo tradurre con  “e mo ?” “e adesso?”. E credo che questa sia la domanda che oggi dovremmo porci.

Dovremmo oggi depoliticizzare il paesaggio e non recuperare esattamente tutto quello che ci proviene dal passato, e dico questo perché non tutte le scelte di chi ci ha governato o di chi ha costruito intorno a noi  sono condivisibili (un esempio su tutti la pompa di benzina in Valle d’Itria)

Credo che non serva inoltre, costruire ulteriormente nella Valle d’Itria (e non nascondo un certo piacere feticista nel constatare che l’architetto seduto dietro di me alla conferenza abbia impiegato molti anni nel costruire chissà cosa nella Murgia dei trulli). A me piacerebbe scegliere, studiando, quale tipo di turismo è per noi fonte di ricchezza sia culturale sia monetaria e mi darebbe molto fastidio che qualcuno lo scegliesse al posto mio, un po’ quello che è successo per la Tav (risposta vaga quella dell’architetto sull’argomento) quindi invece di dire SI (Strada o statale italiana) al posto vostro ci ragionerei su.

Lascio un piccolo spiraglio, una via d’uscita per questa giunta che cerca di fare da tutore ortopedico a una città zoppicante. Ma serve una profonda analisi del territorio (anche sulla annosa questione delle province, mi pare un po’ sempliciotto organizzare una conferenza sul paesaggio) e servono dei  farmaci per guarire, ma come si sa bisogna fare i conti con le case farmaceutiche, in questo caso la casa farmaceutica è rappresentata da un architetto e forse io preferire assumere un farmaco generico.

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