Quando dovevamo imparare a memoria il nome delle province. Parte Uno

/ Autore:

Società


Quello che segue è un contributo di un nostro attento lettore sul dibattito sul riordino delle province, che è stato messo un po’ da parte ultimamente per emergenze reali (Ilva, tornado) e comunicative (Primarie del csx). Il dibattito però non è mai morto e sotto la cenere è ancora caldo. 

Questo contributo è diviso in tre parti, ne pubblicheremo una al giorno fino a mercoledì.

La Redazione

Ogni qual volta che sento pronunciare la parola provincia, (ultimamente vi assicuro che la sento veramente spesso) torno inesorabilmente sui banchi di scuola, sui quei banchi che avevano una specificità, quella che Heidegger chiama l’epoca dell’immagine del mondo. Il filosofo dello spazio  parte dall’idea che tutte le epoche e tutte le culture hanno prodotto una propria immagine del mondo a cominciare dagli uomini primitivi che rappresentavano la realtà per mezzo di graffiti, ma solo per l’epoca moderna l’immagine del mondo equivale al mondo stesso, senza mediazioni. Ecco perché di fronte a noi, a quei banchi, si ergeva muta e silenziosa una mappa, una rappresentazione geografica dell’Italia e non importava a nessuno se quella mappa fosse fisica o politica o se ritraesse l’Italia post o pre unità d’Italia. In realtà nessuno ci ha mai spiegato il rapporto che c’era tra quel nome “l’Italia” e quella rappresentazione.


Per me, e credo per la maggior parte degli scolari,  quella che vedevo appesa non era l’Italia, ma l’immagine di uno stivale assai storto che in qualche modo mi rappresentava. E ribadisco nessuno mi ha mai spiegato che quello era il simulacro statico dell’Italia. L’insegnamento che veniva ogni giorno da quell’immagine era l’unica cosa che la modernità ci ha chiesto di ricordare, vale a dire far coincidere il mondo con la mappa. E tutta la modernità si basa su questo concetto, in altre parole, sull’equivalenza tra il mondo della vita e la scienza da un lato e il modello scientifico delle stesse dall’altro, e della problematicità tra il rapporto di questi due mondi.


Ma torniamo per un attimo su quei banchi di scuola che ci hanno visto realmente protagonisti e torniamo, più precisamente, su quella mappa appesa in classe. Dice spesso chi si occupa di geografia, credendo di dire una cosa assai intelligente, che la geografia non è l’elenco dei fiumi o delle province dell’Italia, ma è qualcos’altro.  A me personalmente questa affermazione mi sa di placebo per l’ignoranza, ma in un modo o nell’altro credo che tale affermazione nasconda una mezza verità. Ci hanno insegnato fin da piccoli che dovevamo imparare a memoria (possibilmente in ordine alfabetico) le province di ogni regione italiana. All’epoca mi chiedevo a cosa servisse tutto questo sforzo mnemonico, non trovando nessuna risposta capace di soddisfare la mia sottrazione di tempo al gioco del calcio. Con il tempo ho capito che quell’esercizio serviva a familiarizzare con la mappa, cioè a fare i conti con lo stato, con il territorio italiano.


Uno dei miei geografi e filosofi della globalizzazione (touchè) preferiti mi ha raccontato in una torrida mattina dello scorso luglio che la parola territorio proviene non soltanto da terra, ma da terrore, cosa che indica un’origine politica di questo lemma. Per chiarire questo concetto dobbiamo ricorrere a un disegno, precisamente a un frontespizio di una delle opere che ha cambiato il nostro modo di vedere le cose del mondo. Mi riferisco al Leviatano di Hobbes del 1651. Il frontespizio non è mai  una parte da sottovalutare in un testo, Cartesio diceva che non era necessario aprire un libro per capire cosa c’era dentro, bastava guardare la copertina; ed era vero, perché ancora a metà del Seicento, il frontespizio era una sorta di sintesi immediata, più o meno folgorante, ma chiara, del contenuto stesso. Hobbes definisce il mostro come un dio mortale e si chiama Leviatano proprio perché è il gigante cui nessun potere sulla terra può opporsi, nessuno è più forte di questo mostro. È la creatura cui nessun potere terreno può compararsi (se ci si fa caso le qualità che il filosofo  e politico britannico evidenzia sono identiche a quelle che Omero attribuisce al suo Polifemo). Nella mano destra ha una spada che sale verso il cielo, mentre in quella sinistra ha il pastorale che scende verso la terra. Il Leviatano di Hobbes è il testo sul quale lo stato moderno si fonda, in altre parole, lo stato moderno è il Leviatano per questo nessuno può resistere al suo potere, per questo è il mostro a cui nessuno può opporsi.  Osservando il disegno nel dettaglio notiamo che la figura del mostro incoronato domina e controlla tutto ciò che sta sotto, vale a dire una vera e propria città). Il mostro è nudo fino alla cintola si direbbe, e si direbbe anche che egli ha un petto molto villoso, ma aguzzando lo sguardo si nota una cosa sorprendente, il corpo del Leviatano è composto da molte persone, ciò significa che quello che di primo acchito può sembrare un corpo molto peloso è nient’altro che il brulichio dei corpi di tutti i cittadini dello stato che compongono materialmente il corpo del mostro stesso. In altre parole i cittadini costituiscono il corpo dello stato per questo non sono visibili e rappresentati sulla terra (dominata dal mostro), stanno altrove, sono per così dire incorporati in quella persona finta che è lo stato stesso, che non esisterebbe se ciascun corpo andasse per conto proprio.  Dunque questo mostro è quella cosa che rappresenta lo stato, o meglio è lo stato stesso, e l’organizzazione di questo si fonda su un preciso meccanismo che ci hanno insegnato sempre su quei banchi di scuola nell’ora di geometria.

Resta aggiornato sulle notizie in Valle d'Itria


E tu cosa ne pensi?