Primarie: cosa ci dicono, cosa nascondono

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Politica


Queste primarie sono passate così come sono arrivate: nel silenzio più totale. A parlarne non sono nemmeno i politici, che hanno altro da fare, in particolare a Taranto, in cui ci sono da spulciare le centinaia di pagine delle intercettazioni sull’Ilva, o in generale, considerando che la crisi economica ora davvero si fa sentire e non prima, quando l’arco parlamentare tranne Lega e Idv hanno salutato con gioia l’avvento di Super Mario Monti. A parlarne sono solo, sembra, gli esperti di comunicazione, gli spin doctor, gli analisti, gli strategisti, la nuova leva di consulenti politici che è stata capace, negli ultimi cinque anni di influenzare il modo di comunicare la politica.


Secondo uno di loro, uno dei migliori, queste primarie sono state vinte da chi ha comunicato di meno, e secondo Giovanna Cosenza, che insegna queste cose all’Università di Bologna, Renzi ha perso perchè il frame scelto non era abbastanza potente, pervadente. Ovvero: abbiamo capito che vuoi rottamare, ma dopo che fai?

I frame sono i temi scelti per la campagna elettorale, una sorta di orizzonte semantico in cui tutto quanto fa il candidato acquista senso, come andare in copertina su Chi o Oggi e essere presente da Fabio Fazio praticamente più della Littizzetto.

Gli analisti si interrogano e hanno passato praticamente tutta la giornata di oggi a fare in modo che nessuno pensasse che è colpa loro, o meglio, che gli strumenti 2.0 non valessero un voto, un seggio, un’elezione. Tipo: nonostante Renzi avesse una presenza migliore sui social network ha vinto Bersani perchè il suo messaggio è stato più convincente.

Se proviamo a cambiare prospettiva, ci rendiamo conto però che non bisogna confondere il mezzo con il messaggio, o meglio bisogna tenere le due cose distinte nonostante l’uno penetri l’altro. Il mezzo è il messaggio ma non bisogna dimenticare il contesto, come la macchina organizzativa del Partito Democratico, praticamente monopolizzata dai bersaniani e il fatto che Renzi ha fatto presa su quelli la cui sensibilità e voglia di cambiamento ha fatto loro apprezzare il coraggio del sindaco di Firenze, peccato che erano per la maggior parte di sinistra e quindi hanno scelto Vendola. Ha ragione Giovanna Cosenza quando dice che il frame renziano non è stato sufficiente, considerando che non si tratta di rottamare ma di capire come arrivare alla fine del mese.


Il mezzo amplifica il messaggio, solo quando è di per sè potente. Se non lo è, come è accaduto con Bersani (cosa ha comunicato, quindi?) allora bisogna lavorare pancia a terra. Se manca la comunicazione e il porta a porta, allora si perde, come è accaduto a Martina Franca al primo turno, con una percentuale di voti per il segretario del Partito Democratico davvero, ma davvero, bassa.

Ricapitolando: Facebook non è la panacea della campagna elettorale, ma non è intelligente nemmeno snobbarlo, non tanto perchè porta voti, ma perchè dimostra la volontà dei partiti (in questo caso) di voler comunicare, che significa “mettere in comune”, “condividere”. La dimostrazione pratica è quanto accaduta a Martina Franca, in cui basta fare due conti e ci si rende conto che il successo di Vendola era preannunciato.

Su Facebook Sel di Martina è presente con un gruppo con 113 iscritti, la Puglia per Vendola con un gruppo con 62 iscritti, mentre il Pd con un profilo personale 1.163 “amici” e con un gruppo dedicato a Donato Pentassuglia con 586 iscritti:

Profilo personale Pagina Fan Gruppo Post sulle primarie
Partito Democratico 1163 amici (per Donato Pentassuglia) 586 iscritti 13
Sinistra Ecologia e Libertà 113 iscritti 22
Puglia per Vendola 64 amici 62 iscritti 8

Diviene evidente come il Partito Democratico di Martina Franca non solo ha la maggior presenza sui social network, ma è anche quello che ha parlato meno di tutti delle primarie, lasciando addirittura la possibilità a qualche utente di lasciare marcire nelle bacheche alcuni post molto provocatori. Il Partito Democratico di Martina Franca non ha voluto parlare di primarie e si è visto. Nonostante loro affermino ufficialmente che “abbiamo lasciato libertà di voto”, che più o meno può essere una strategia vincente, dall’altra invece dimostra che ha assolutamente intenzione di governare il flusso di informazione sull’argomento. Non solo “votate chi volete”, ma “lasciatevi consigliare da chiunque vi capiti a tiro”. Ecco perchè vince Vendola, a Martina: i suoi sostenitori hanno dimostrato attenzione nei confronti degli elettori.

Se la scelta è stata quella di imitare Bersani, che ha comunicato non comunicando, ma comunque facendo una scelta, allora non ha funzionato. Perchè comunque lui era Bersani.

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