Quando dovevamo imparare a memoria il nome delle province. Parte Tre.

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Cultura, Società



Parte Uno.

Parte Due.

Ma a un certo punto il meccanismo si inceppa e il mondo, in questo caso l’Italia come l’abbiamo conosciuta fino a questo momento, non funziona più. E non funziona più, non perché vi è una delibera del Consiglio dei ministri del 20 luglio del 2012, nella quale i nostri politici e tecnici per far fronte alla crisi economica tagliano e accorpano le province e cercano di riordinare l’assetto territoriale italiano in base a criteri più o meno discutibili (decreto legge n. 95 del 6 luglio 2012,  le province devono possedere i requisiti minimi di una dimensione territoriale non inferiore a 2 500 km² e una popolazione residente non inferiore a 350 000 abitanti), ma perché a non funzionare più è il modello spaziale come noi lo abbiamo conosciuto.

In altre parole quello che accade oggi in Italia e nel mondo non è nient’altro che la fine dello spazio.  Lo spazio, ma anche il tempo oggi diventano categorie sempre più residuali tant’è che Kant, quel geografo che ci hanno fatto studiare  esclusivamente come filosofo, oggi non capirebbe più nulla. E tutto questo ha un colpevole, e questo colpevole si chiama globalizzazione, vale a dire che finalmente noi esseri umani cominciamo  a fare i conti non più con la rappresentazione cartografica del mondo ma con il globo. La globalizzazione quindi riduce lo spazio e il tempo, le persone e le cose si spostano sempre più velocemente  e contemporaneamente nello spazio e nel tempo. Un economista ungherese, George Soros, lo dice chiaramente dove è la periferia se il centro si muove continuamente. Ma dicendo questo stiamo dicendo una cosa semplicissima ma difficile da digerire, e cioè che a crollare, o meglio a fare la fine del muro di Berlino, è lo Stato moderno centralizzato. Perché se va in crisi lo spazio è evidente che il modello spaziale dello Stato salta e il buon Erodoto per la comprensione del mondo non ci serve più.


E noi ce ne accorgiamo ogni qual volta cerchiamo di organizzare un viaggio all’estero, ci convinciamo a visitare un paese il più lontano possibile dal punto di partenza, perché Erodoto ci ha insegnato che più lontano andiamo e più vediamo cose totalmente diverse dalla nostra cultura. Ma in realtà, non è così, tante è vero che sempre più spesso ci capita di essere folgorati dalla situazione opposta, cioè dalla scoperta di un inaspettata familiarità, di essere in capo al mondo come se fossimo a casa nostra.

Gli antropologi chiamano tutto questo effetto Squanto. Squanto era il nome di un indiano americano della tribù dei Pawtuxet, vissuto nella prima metà del ‘600. Quando nel 1620 i padri pellegrini si avvicinarono a bordo della Mayflower alla costa americana per fondare la prima colonia inglese (Plymouth nel Massachusetts) ad attendergli sulla riva c’era un indigeno, Squanto appunto, che parlava un ottimo inglese perché era appena tornato dalle isole britanniche. Egli aiutò moltissimo i padri pellegrini a superare il loro primo rigido inverno americano. In realtà Squanto non sapeva di essere una testimonianza evidente di come il modello del vecchio di Alicarnasso fosse ormai tramontato, e manco a farlo apposta il nuovo modello che si presentava venne chiamato Nuovo Mondo. Ma quello che allora era chiamato nuovo mondo oggi tanto nuovo non lo è più.

Dagli anni Settanta in poi, da quando cioè due computer hanno cominciato a dialogare tra di loro, annullando così lo spazio e il tempo, il mondo non è più lo stesso, è cambiato, questo accade perché lo spazio si riduce sempre di più. I bit viaggiano ad una velocità incredibile riducendo di conseguenza il tempo dello spostamento. Basta un clic di mouse per spostare denaro e informazioni, le due merci pregiate del sistema nel quale viviamo. La globalizzazione ha annullato qualsiasi barriera.  Nell’estate del 1969 si ebbe l’impressione di essere entrati in una nuova era, ma non si trattava della conquista dello spazio (inteso come cosmo), bensì della sua fine. In quei giorni nasceva infatti il primo segmento della Rete: negli Stati Uniti due computer iniziavano a dialogare fra loro riducendo gli atomi a immateriali unità d’informazione. Tutti, intellettuali e non, erano con il naso all’insù, guardavano la luna e speravano che prima o poi nello spazio cosmico ci fosse un duplicato della Terra, ma così non è stato e ci abbiamo messo più di trenta anni a capire  esclusivamente quanto importante fosse la rete, ma nessuno è riuscito ancora a partorire un nuovo modello di interpretazione del mondo, vale a dire un nuovo modello spaziale del mondo che non sia la rappresentazione cartografica, la mappa.


E allora torniamo per l’ultima volta  a quella mappa che solitaria se ne stava appesa alle pareti di ogni classe, oggi questo modello (il modello cartografico) non funziona più e si sta cercando in tutti i modi di fare finta di nulla, ma il problema resta, e ce ne accorgiamo, quando si parla di province: si cerca di accorparle su base empirica (ma lo schema cartesiano è anch’esso basato sulla rappresentazione cartografica e di conseguenza sullo spazio) con scarsi risultati. E le province oggi sembrano tante piccole cabine di comando che cercano di arrancare tra l’autonomia dei comuni e il servilismo delle regioni. Qualsiasi discussione intrapresa finora sulle province non si è basata mai sul territorio vero e proprio (si pensa alla Valle d’Itria,  ma non alla Murgia dei Trulli per esempio), ma si è basata sul cliché delle possibilità di spesa del denaro pubblico, dell’inutilità di uffici barocchi sia nel metodo sia nell’uso degli stessi, e sulla logica del “taglia che ti passa”.

A me ogni  provincia sembra voler dire “non sono io l’unica colpevole”, esattamente le stesse parole che ha usato Schettino mentre il Concordia affondava. 


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