Non c’è più da ieri un poeta caro alla città di San Vito. Quello che trasferiva le sue percezioni della vita in una scrittura pregna di significato eppure leggera. In grado spesso di commuovere: Giuseppe Di Viesto, Pino per i più, è scomparso ieri, 24 giugno, all’età di 83 anni. Poeta, narratore, drammaturgo, traduttore e saggista, il medico sanvitese ha fatto emozionare tutti con una stupefacente conoscenza dell’animo umano.
A chi non sono brillati gli occhi davanti ai versi di “Lu sutori tlu tata”, silloge poetica in vernacolo, del 1998? La figura del padre scomparso, i ricordi di una fanciullezza rimasta nel cuore e i forti affetti di un tempo: versi carichi di tensioni umane che sono divenuti orgoglio della “sanvitesità”.
Non aveva smesso di scrivere nemmeno in quest’ultima stagione della vita segnata dalla malattia. Qualche sera fa di lui si è a lungo parlato nella presentazione del libro dell’autore Enrico Castrovilli che, nei suoi “Scritti di psicocritica”, annoverava il poeta sanvitese Di Viesto come una penna degna delle migliori recensioni. Nell’occasione è stato suo fratello Vito a leggere una poesia inedita scritta di recente da Pino, in cui si avvertiva la consapevolezza della fine vicina ma rimaneva intenso come sempre lo slancio poetico.
Sensibilità e talento. E’ stato per tutti il poeta dall’indole riservata, con una miniera di sentimenti nell’animo. E la sua scrittura porta la traccia della grandezza degli uomini di cultura di San Vito.
Il primo libro in lingua di Pino Di Viesto fu “Matilde”, 1972, seguito da “Un gioco di voli” nel 1974. Nel 1976 diede vita a “Pane azimo” in cui offriva spunti per una rilettura di Baudelaire e Ungaretti. Inaugurò l’avventura narrativa con “Pretesti” (1981), ambientato in una San Vito chiusa nelle sue credenze, dove scattava però la voglia del risveglio e l’ansia di vivere. La poesia de “La terra spettinata” nel 1986 riconferma le sue tensioni esistenziali volte a recuperare i valori umani. E ancora, oltre a “Lu sutori tlu tata” del ’98, ha scritto: nel 2000 “Penelope per un addio”, “Gli anni maturi” nel 2008, “Teatro tragico” (2009), “Commedie” (2010), “Commedie” (2011), “Le Odi e gli Epodi di Orazio” (2004) e “I carmi di Catullo” (2006).
Se ne va un cantore dei sensi profondi dell’esistenza, una persona che è stato bello conoscere. E che resta nello splendore dei suoi versi colmi di insegnamenti, di intelligenza, di speranza.


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