Taranto hub per migranti. Babele: "Evitare bombe sociali"

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Taranto potrà presto tornare ad affrontare l’accoglienza dei migranti, così come annunciato dal Governo. La notizia ha ovviamente scatenato il dibattito politico solleticando gli slogan di una campagna elettorale in cui l’immigrazione sarà tema centrale. Fortunatamente però, ogni tanto intervengono esperti, professionisti, persone che hanno anni di esperienza di accoglienza alle spalle e cercano di andare oltre gli stereotipi da felpa verde. E’ il caso di Enzo Pilò dell’associazione Babele di Grottaglie, che invia questo comunicato stampa:

Come ente che opera da lungo tempo a tutela dei richiedenti protezione internazionale, ci permettiamo di avanzare alcune considerazioni da un punto di vista strettamente pratico sul dibattito sollevato dalle anticipazioni del Ministero dell’Interno sul proposito di realizzare un “hub” nel porto di Taranto.

Ci sembra evidente che individuare il porto di Taranto nel numero dei possibili “hub” discenda dall’esperienza positiva, dal punto di vista logistico, realizzata durante il 2014. Anche a noi appare una scelta condivisibile nell’ottica della costruzione di un sistema di accoglienza a valle delle operazioni di salvataggio in mare, che ci auguriamo possano riprendere al più presto nei termini previsti dall’operazione “Mare Nostrum”, superando l’arretramento subìto, invece, con “Triton”. Stante l’attuale situazione politica in Libia è ragionevole aspettarsi che decine di migliaia di migranti forzati possano prendere il mare nei prossimi mesi e, ne prendano atto tutti, sarà nostro dovere salvare le vite di queste persone. Per “hub” si deve intendere la realizzazione di una struttura leggera capace di ospitare i richiedenti protezione per un massimo di 48/72 ore, in attesa del trasferimento nei luoghi di accoglienza destinati. A questo deve essere necessariamente aggiunto che deve essere garantita la presenza di operatori dell’ACNUR e altri enti di tutela riconosciuti, i quali possano svolgere il loro ruolo di informazione sulla richiesta di protezione internazionale, così come previsto dalla normativa vigente. Immaginiamo che il Ministero si stia orientando verso l’approntamento di una struttura capace di contenere 1.500 persone, ovvero un numero vicino alle persone che potrebbero sbarcare, per esempio, da nave San Giorgio.

Forti dubbi nascono, però, dal bando pubblicato dalla Prefettura di Taranto, con scadenza il 16 marzo, in cui si ricercano 1.300 posti: certamente il bando è stato pensato prima delle dichiarazioni del Ministero e, quindi, si era programmato che la funzione di “hub” potesse essere svolta dalle imprese e dal privato sociale che accederanno al bando. Questa soluzione però implica difficoltà notevoli dal punto di vista della sostenibilità economica: qualsiasi privato, sia esso albergatore, associazione, cooperativa o quant’altro, andrebbe a sostenere dei costi fissi molto alti (affitti, personale, fornitura di kit abbigliamento e igienico) che non potrebbero essere coperti dallo stazionamento dei richiedenti protezione per 48/72 ore ogni due o tre settimane, per questo la soluzione dell’hub al porto ci sembra molto più razionale, fermo restando che il parere autorevole e competente debba essere espresso da Autorità Portuale e Sindaco.

Se il progetto dovesse realizzarsi, quindi, sarà necessario ricalibrare il numero di posti messi a bando, poiché in questo consiste la vera criticità della proposta, intanto perché ad oggi non sono ancora chiare le ripartizioni a livello nazionale dei richiedenti protezione, e poi perché la permanenza sul territorio di un numero così alto di persone in un territorio non vasto pone seri problemi che andiamo ad accennare.

Le Commissioni Territoriali stanno procedendo all’ascolto dei richiedenti con fortissimi ritardi; abbiamo persone in accoglienza in attesa da dieci mesi e non abbiamo ancora neppure la data di convocazione. Non disponiamo di dati nazionali, ma facendo riferimento alla Commissione Territoriale di Bari, osserviamo che il numero dei dinieghi si aggira intorno all’85%.

Il numero di persone attualmente in accoglienza sul territorio nazionale è di circa 55.000, con l’altissima probabilità che, durante l’estate si arrivi a 150.000. Di qui discende che, stante la politica del Governo e l’orientamento delle Commissioni Territoriali, si giunga alla fine del dicembre 2015 con circa 150.000 persone che non hanno ottenuto un permesso di soggiorno e permarranno sul territorio in stato di irregolarità, senza la possibilità di trovare un lavoro legale o firmare un contratto di affitto.

Tutto ciò andrà, ovviamente, a peggiorare le situazioni di sfruttamento nei famosi ghetti (Rignano, Rosarno, Campania, ecc.) e a costruire sacche di deprivazione e gravissimo disagio sociale con le immaginabili conseguenze. Proporzionalmente, quindi, sul territorio provinciale ci troveremo, alla fine del 2015, a gestire l’uscita dai centri di accoglienza di 1.300 persone, delle quali probabilmente un migliaio in stato di irregolarità, che andranno a pesare sui servizi sociali del territorio, poiché impossibilitati a svolgere qualsiasi attività legittima.

Crediamo opportuno, quindi, che il dibattito sull’hub si indirizzi più in una ottica di prospettiva generale e della soluzione di gravi criticità, da noi già segnalate ai tavoli preposti, e che stanno giorno per giorno concretizzandosi. Il personale politico di Taranto dovrebbe impegnarsi a chiedere al Governo di evitare di costruire “bombe sociali”, e impegnarsi, piuttosto, nella realizzazione degli unici percorsi possibili:

-in primo luogo prendere atto che le persone arrivate durante il 2014 e che continueranno ad arrivare nel corso dell’anno sono “migranti forzati” e che, quindi, debba essere loro riconosciuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari (certamente continuando a garantire l’accesso alla procedura di riconoscimento di protezione internazionale per chi lo vorrà);

-individuare percorsi di chiusura dei centri di accoglienza con numeri alti per permettere un lavoro di inclusione sociale reale; -incentivazione dei percorsi di autonomia e di ricongiungimento delle reti amicali e parentali;

-continuare nell’ampliamento della rete SPRAR, sensibilizzando i Comuni alla loro adesione ai progetti e spostando le risorse disponibili dalla gestione dell’emergenza alla gestione dell’ordinario.

 


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