Migranti a Ortolini. Sono rimasti in dodici

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Sono rimasti in 12, come era facilmente prevedibile. La legge Dublino impone che la domanda di asilo venga fatta nel paese in cui il richiedente arriva, e quindi, in questo caso, l’Italia. Se il migrante evita di farsi riconoscere in Italia, ha la possibilità di chiedere asilo in Paesi europei più accoglienti, o dove ha già parenti e amici. E così, sono rimasti in 12, stamattina, a Ortolini, tanto che è probabile che il campo venga chiuso. Non servono quindi, per il momento, nè indumenti, nè cibo.

La notizia dello svuotamento immediato del campo di accoglienza lascia però lo spazio ad un paio di riflessioni, sperando che possano contribuire a dissipare la nube di commenti ignoranti che negli ultimi due giorni siamo costretti a leggere.

Il fenomeno delle migrazioni non è una cosa che può essere frenato o prima o poi finirà. Esiste da che esiste il mondo e il fatto che dopo vent’anni si tratti ancora come se fosse un’emergenza è solo perchè, per motivi elettorali o affaristici, non conviene a nessuno che si normalizzi. La legge italiana, la famigerata Bossi-Fini, studiata e votata senza nessuno fondamento scientifico, ma solo ad uso e consumo di un pubblico elettorale ingrassato da tg di Stato e trasmissioni fatte ad hoc, è una delle leggi peggiori del mondo, sia per l’Italia, che per i migranti: da un lato trasforma ogni migrante in clandestino, quindi in criminale, appena approdato in Italia, mettendolo automaticamente a carico dello Stato, in prigione, nei campi di accoglienza, in albergo, e dall’altro impone al migrante la necessità di arrivare in Italia con mezzi di fortuna, sperando di non farsi beccare. Se volessimo estremizzare, i morti nel Mediterraneo portano la firma dei due ministri che promossero la legge.

Il risultato combinato dalle leggi Bossi-Fini, il testo unico sull’immigrazione e la Convenzione di Dublino, crea un caos generale le cui uniche vittime sono i migranti e i cittadini che si vedono da un giorno all’altro sbattuti nel pieno di un’emergenza finta ampiamente prevedibile, come è successo a Martina Franca.

Un esempio pratico è proprio Martina Franca. L’anno scorso l’emergenza ha imposto al Comune di aprire Ortolini ai richiedenti asilo. Finita l’emergenza, ai primi di luglio, la cosa migliore da fare era o ragionare su strutture alternative, considerando che non si può far dormire le persone in un posto fatto per le vacche, oppure mandare una letterina alla Prefettura dicendo di non essere disposti ad accogliere nessuno perchè non si hanno gli strumenti adatti. Così, forse, non è stato fatto, e i migranti sono tornati, imposti dalla Prefettura.

Palazzo Ducale pare abbia chiesto la disponibilità di altre strutture, considerato il clima di queste notti, come il Villaggio Sant’Agostino o la struttura delle Salesiane in via Guglielmi, ma pare che non ci sia stata la disponibilità da parte delle gerarchie ecclesiastiche.

E qui veniamo al punto cruciale, quello culturale.

I commenti ridicoli che siamo stati costretti a leggere, che possono essere riassunti con “prima gli italiani, prima i martinesi”, non sono altro che il risultato di anni di propaganda elettorale, ravvivata ultimamente da personaggi imbevuti di profondo razzismo, e il fatto che argomenti come accoglienza e migrazioni non vengono affrontati culturalmente nelle sedi opportune. Per esempio, ci aspettiamo una pesante ramanzina dai numerosi parroci martinesi, dagli altari, domenica prossima, per una reazione all’emergenza che farebbe arricciare il naso al tanto amato Papa Francesco. Insegnare i valori dell’accoglienza è una necessità in un mondo in cui diveniamo sempre più poveri.

Siamo, quindi alla rappresentazione plastica di vent’anni di finte strategie per arginare un fenomeno che non può e non deve essere arginato, in cui si sono compiute scelte solo in base ai sondaggi elettorali e di cui siamo costretti a pagare le conseguenze. In termini culturali, siamo davanti al fallimento di una strategia volta a nascondere il problema invece di affrontarlo, temendo di non sapere dare risposta. A parte la rabbia, dovuta alla mancanza di sensibilità nei confronti della tragedia incarnata dagli uomini e dalle donne che fuggono dalle milizie di Al Qaeda, Al Shabaab, Isis e compagnia sparando, non c’è simpatia, non c’è tolleranza per chi pensa di essere forte scrivendo “li caccerei a calci in culo”, ma solo profonda tristezza per l’incapacità di essere umani.

Ora che i richiedenti asilo sono andati via, possiamo pure fare due calcoli. Per questa emergenza il Comune di Martina Franca aveva stanziato una cifra pari a ventimila euro, per dare da mangiare e allestire il campo per un centinaio di persone. A tutti coloro che commentano “e io pago”, ci piace far notare che ventimila euro sono più o meno lo stipendio di un parlamentare, il costo di una berlina di media cilindrata. Pochissima roba nei confronti di quanto Palazzo Ducale spenda ogni anno per i sussidi per gli affitti, gli asili nido, le strutture socio-assistenziali. A chi dice “prima gli italiani, prima i martinesi”, sappia almeno accendere una calcolatrice.

 


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