Migranti, Fumarola: “Trovare una soluzione umanitaria, o sarà collasso. Stop alle strumentalizzazioni”

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Politica, Società



“Basta con le strumentalizzazioni politiche. Demonizzare genera paura e violenza. Trovare una soluzione umanitaria deve essere obiettivo di tutti”. Si apre così la nota di Giovanni Fumarola (Giovani Popolari) sul caso migranti a Martina Franca:

Negli ultimi anni si è assistito ad un forte aumento del fenomeno dell’immigrazione clandestina, riconducibile per lo più al differente grado di benessere tra Stati in via di sviluppo e Stati sviluppati. Come sottolineano le vicende di cronaca, non c’è giorno che clandestini, poveri derelitti, disperati senza nessuna illusione e senza niente da perdere provenienti dalla Libia, dal Sudan, dall’Iraq, dalla Somalia, o da altri paesi corrano ad imbarcarsi sopra le decrepiti imbarcazioni che li porteranno non si sa dove, verso quella che credono la salvezza. Molti di questi immigrati giungono sulle nostre coste con ogni mezzo disponibile o peggio nascosti ovunque possibile, sopportando fatiche bestiali e molto spesso rischiando anche di morire durante il “viaggio della speranza” e tutto per trovare l’Eldorado.

Molto spesso è proprio la criminalità organizzata internazionale a gestire l’ingresso clandestino, e questo rende il problema ancora più drammatico, basti pensare a quei “trafficati” che, dopo essere stati introdotti nei paesi di destinazione, vengono spesso inseriti nel modo criminale e sfruttati come fonti di nuovi profitti illeciti (ad es. nel campo della prostituzione, dello spaccio di droga, furti o accattonaggio, lavoro nero, ecc.). La popolazione italiana a questo riguardo si spacca in due fazioni: una parte vuole che i clandestini siano rimandati ai loro paesi di origine; altri credono sia meglio trattenerli nei centri di accoglienza, in quanto ritenterebbero l’impresa non appena possibile, affrontando rischi sempre maggiori.

La posizione da prendere è quella che ci deve vederci schierati dal lato umano, ma è certo che se non si giunge al più presto ad una soluzione del problema, questo si moltiplicherà all’ennesima potenza. Sembrerebbe opportuno promuovere un’accoglienza dignitosa per uomini e donne in fuga dalla povertà e dalla miseria, a volte dalle guerre e dalle persecuzioni, alla ricerca di un futuro migliore per sé e per i propri figli, che vogliono venire in Italia per lavorare legalmente ed inserirsi a pieno titolo nella nostra società, rispettandone le leggi e la cultura ma questo non vuol dire spalancare le porte all’immigrazione, ma governare il fenomeno conciliando le ragioni della legalità con quelle dell’ospitalità, le ragioni della sicurezza con quelle della solidarietà.
Noi italiani abbiamo centri di accoglienza straripanti e possediamo leggi non adeguate per affrontare questo problema di non facile soluzione; ad esempio non è plausibile che la città di Martina Franca sia stata identificata come centro di prima accoglienza tenendo presente l’assenza di strutture idonee. Crediamo fortemente che sia possibile governare le migrazioni, operando con intelligenza e umanità, sfruttando i fondi europei destinati per l’accoglienza. Ma il fenomeno attuale è sui generis e chi arriva sulle nostre coste, molte volte non ha intenzione di stabilirsi sul nostro territorio ma transitare per raggiungere altri Paesi.

Un altro problema sorto negli ultimi anni è la difficoltà da parte dello Stato a stimare il numero degli immigrati, poiché si è sviluppato anche il fenomeno dell’immigrazione clandestina; in effetti, in mancanza di chiare leggi sull’argomento, le frontiere non sono sufficientemente controllate. L’Italia, essendo la prima volta che si vede sottoposta a un così grande flusso migratorio, non ha ancora definito una propria linea di comportamento. Il Governo, pur se con grande difficoltà, sta affrontando l’argomento e ha approvato alcune leggi che possano aiutare gli immigrati a risolvere alcuni loro problemi di tipo economico; inoltre sta cercando di vararne delle nuove per rendere ancora meno difficile la vita degli extracomunitari in Italia.
Altra soluzione efficace sarebbe quella di mandare aiuti concreti nei paesi originari: mezzi, personale specializzato, costruendo opere pubbliche adeguate, insegnando tecniche all’avanguardia in modo di risolvere localmente i problemi degli immigrati evitando così che migliaia di persone lascino la loro terra natale.

Resta il fatto che siamo ancora molto diffidenti rispetto ai “diversi” e non ci ricordiamo che anche nella nostra storia è stato scritto un triste capitolo di immigrazione: come dimenticare le grandi navi o gli straripanti treni che partivano dal Mezzogiorno per andare in America o in Europa, migliaia di sventurati con le valigie di cartone pronti all’avventura, gente che accettava umili lavori pur di sopravvivere: ora la storia si ripete con l’unica variante che i poveri del mondo, almeno in larga parte, non siamo noi.

L’immigrato è troppo spesso visto come un uomo “povero”, che viene in Italia “solo” per trovare un lavoro migliore. Invero  i motivi che possono spingere un uomo o una donna ad affrontare l’esperienza dell’immigrazione possono essere molteplici.
L’immigrazione c’è e non si può negare che oggi è complesso convivere con persone di differenti culture perché per quanto ci si voglia aprire ognuno vuole preservare le proprie usanze, soprattutto quando, di fronte all’immigrazione, teme di perderle a favore di un multiculturalismo troppo spesso malinteso e mal definito. Tra l’altro, parlare in Italia di multiculturalismo è azzardato perché tra i grandi paesi industrializzati (Giappone escluso) l’Italia è quello con il minor numero di immigrati. Il problema dell’immigrazione è quindi un problema delicato, da ridimensionare; è un problema dai molteplici aspetti. L’immigrazione incide sulla nostra vita economica e sociale e oggi si avvertono, purtroppo, numerose tensioni, specie per vie delle strumentalizzazioni politiche, difficoltà riconducibili soprattutto alla nostra mentalità che è rimasta in un certo senso chiusa. Da parte dell’Altro c’è il problema ad orientarsi e ad adattarsi in una società e in una cultura che non è la sua. Da parte nostra c’è la paura di dover rinunciare a un pezzo di noi, della nostra identità e della nostra cultura a favore di una cultura diversa. La conciliazione è problematica e questo è un dato di fatto.

Ciò però non deve frenarci dall’avvicinarci all’Altro, perché l’Altro non è detto che sia così diverso da noi. L’uomo è un animale sociale. L’uomo comunica. L’uomo si confronta. L’uomo si integra. La storia dell’uomo, in fondo, non è altro che la storia di una continua integrazione. L’integrazione e gli incontri sono semplicemente intrecci di storie. E’ raccontandosi che ci si integra e si fa entrare gli altri nel proprio mondo. Riflettendoci bene, è tutto un cerchio, è tutta una ruota che gira sempre.

L’integrazione può essere di due tipi: ci si può integrare rinnegando la propria cultura (per farsi accettare o perché non si è soddisfatti della propria cultura di origine) e ci si può integrare in modo più flessibile, assimilando i caratteri più in armonia con noi e conservando la nostra cultura, facendola conoscere anche agli altri. Perché si racconta? Si racconta perché anche se lontani ci si sente sempre legati al proprio paese di origine. Si racconta per non dimenticare. Si racconta perché è importante ciò che si sta raccontando. Si racconta per farsi conoscere e per conservare la propria.

Ma come reagiamo noi di fronte all’Altro?

In un mondo globalizzato è importante conoscere l’Altro, la sua storia e la sua cultura, perché ormai gli Altri sono qui, li incontriamo faccia a faccia sugli autobus, sui banchi dell’Università, nei supermercati e non si può far finta di niente: la nostra società sta cambiando. L’Altro, il “diverso”, se non conosciuto… può spaventare (soprattutto in un periodo storico come questo) e ciò può generare pregiudizi, razzismo o  xenofobia. Non si desiderano nuovi immigrati e quelli già presenti vengono troppo spesso esclusi o sfruttati ingiustamente, solo perché culturalmente diversi da noi. Vengono cioè trattati come non-persone e pochi si rendono conto che la maggior parte degli immigrati svolge lavori che gli italiani non vogliono più svolgere. Oggi si parla tanto d’immigrazione ma forse ci si interessa ancora troppo poco di conoscere gli Altri.


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