Caporalato. Controlli nelle province di Taranto e Brindisi. Ma non basta

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Cronaca, Economia, Editoriali



Decine di militari, decine di mezzi, centinaia di controlli, centinaia di persone fermate. Questa è la risposta dello Stato al fenomeno del caporalato, a quella piaga che mette in pratica lo sfruttamento dei lavoratori. In provincia di Brindisi sono stati fatti, dal 20 al 25 agosto, 30 servizi, impiegando 80 carabinieri, durante i quali sono stati fermati 38 mezzi e identificate 529 persone. In provincia di Taranto, i carabinieri di tutti i comandi provinciali insieme a quelli in forze all’Ispettorato del Lavoro, hanno svolto un controllo su tutte le arterie di comunicazione che portano verso le grandi campagne, verso Ginosa e Castellaneta o verso Grottaliglie e Manduria. Durante questi controlli sono stati controllati 50 furgoni e presea l’identità di 752 lavoratori, di cui 53 irregolari. Sono stati fatti 24 verbali ad aziende agricole, per un importo complessivo di 47.454 euro.

Lo Stato mostra la sua forza repressiva contro un fenomeno che esiste ovunque, sui cantieri edili, nelle fabbriche, in campagna. Esiste al nord come al sud e diventa notizia solo quando ciscappa il morto. Eppure colpire i caporali è un po’ come colpire gli scafisti per combattere l’immigrazione clandestina: si punta la torcia sulla penultima ruota di un carro che è trainato da aziende e imprese conosciute. In un mercato globalizzato i lavoratori di San Giorgio Jonico o di San Vito dei Normanni devono competere con i maghrebini, con i bengalesi che lavorano a casa propria. Se i produttori puntano il dito contro il costo della frutta troppo basso e quindi per marginare sono costretti a pagare due euro a cassone (due o tre quintali di pomodori) i lavoratori africani a Nardò o a Rignano, dall’altra parte però sembra non ci sia voglia di innovare anche sul prodotto.

E poi, facciamo finta di non sapere cosa accade nei nostri territori, mandando ora i carabinieri a controllare i furogni pieni di donne e di uomini che sono comunque costretti a lavorare per poter campare. Sono passati quasi dieci anni dal reportage di Fabrizio Gatti nelle campagne di Foggia, quando si è finto un lavoratore curdo e ha raccontato di cosa erano capaci in quelle campagne. Sono passati quasi dieci anni dalla buona legge contro il lavoro nero della Regione Puglia, fortemente osteggiata dalle associazioni datoriali. La legge di Marco Barbieri prevedeva delle tabelle di congruità, stimate in base a degli indici. Si stima che per lavorare un ettaro serva una quantità definita di giornate di lavoro e se le aziende, nel compilare queste tabelle, si discostano troppo, dichiarandone meno o di più non solo sono soggette a controlli, ma sono anche impossibilitate ad accedere ai fondi pubblici. La legge regionale prevede anche per i datori di lavoro l’obbligo di comunicare il giorno prima l’ingaggio dei lavoratori.  L’agricoltura, infatti, è un di quei settori che dipende per quasi la metà da finanziamenti pubblici. Nel 2011 sviluppava un fatturato, in Puglia di 2.3 miliardi di euro (fonte). La legge 28 del 2006 prevedeva anche l’istituzione dell’Osservatorio Regionale sull’Economia Sommersa, ma il sito è fermo al 2012.

La lotta al caporalato si fa sia sanzionando chi lo utilizza, ma anche mettendo in campo politiche di prevenzione e sostegno per un comparto che ha la necessità di innovare nei processi produttivi e nelle strategie, divenendo capace, anche, di fare pressione sui decisori a livello nazionale e europeo per quanto riguarda i costi e i sostegni, promuovendo le aziende virtuose.


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