La foto di Aylan Kurdi ci tocca tutti (purtroppo) e ci fa essere una cosa sola. Intervista a Vincenzo Susca

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Cultura, Editoriali



L’immagine di Aylan Kurdi ha interrotto lo schema comunicativo con il quale finora si trattava il tema dell’immigrazione. La comparsa sul sito di The Indipendent e poi sui social network di tutto il mondo, sulle bacheche di tanti di noi, ha rappresentato un fatto comunicativo di una certa rilevanza, perché, finalmente, la questione dell’immigrazione non è stata relegata ad un tema di politica interna (cosa fare dei migranti) ma internazionale (chi è il bambino? Da dove viene? Da cosa scappava?). La sua pubblicazione, però, ha scatenato un dibattito importante, a prima vista troppo “filosofico”, ma che ci costringe a fare i conti con la complessità del reale. I livelli di ragionamento sono almeno due. Il primo: è giusto pubblicare una foto del genere? Il secondo: serve pubblicare una foto del genere?

Abbiamo intervistato sull’argomento Vincenzo Susca, maître de conférences in Sociologia dell’immaginario all’Università Paul-Valéry di Montpellier e ricercatore al Centre d’étude sur l’actuel et le quotidien dell’Università Paris Descartes Sorbonne, McLuhan fellow dal 2008 all’università di Toronto e fondatore e direttore editoriale della rivista “Les Cahiers européens de l’Imaginaire”.

L’immagine è fondamentale per tradurre fatti così gravi dalla dimensione astratta comunicata da formule quali “rifugiati” e “profughi”, ma anche da concetti quali quello di “asilo” o di “diaspora”, ad una più concreta, ovvero per dislocare la cronaca dallo statuto di informazione a quello di urgenza”.

Quindi scegliere di pubblicare la foto di Aylan è servito, ha avuto un effetto positivo.

“Certo, invocare e mobilitare l’emozione pubblica può sembrare patetico, ed in parte lo è, ma non c’è niente di più efficace se si vuole coinvolgere non solo e non tanto il pensiero – quello che agisce razionalmente – ma l’emozione, l’empatia”.

La cronaca diventa strumento utilizzato in maniera consapevole per produrre una reazione, così come non ci poniamo il problema di diffondere immagini di disastri o cose simili, l’immagine di quel bambino sulla spiaggia diventa un modo per spingere chi può a fare qualcosa?

“Le scelte del premier inglese Cameron a tal proposito sono il primo esempio di questo stato dei fatti. Per quanto mi riguarda, non mi interessa suggerire se è giusto o meno questo dispositivo comunicativo, posso solo prendere atto che esso è il più coerente con quello che definisco lo slittamento contemporaneo dall’opinione pubblica all’emozione pubblica. È triste rinvenire la trasformazione di una storia così tragica in un oggetto informativo sensazionalistico, ma credo questo passaggio sia oggi inevitabile, e sia il testimone di un’oggettificazione generalizzata della vita umana, da tempo allineata allo statuto di merce, mezzo di produzione, target di mercato… Naturalmente, sarebbe più sobrio rispettare il corpo di quel bimbo e il dolore dei suoi cari omettendo una siffatta esposizione – come nel caso del Manifesto – di quell’immagine, ma probabilmente, anzi sicuramente, per il modo in cui è fatto il sistema comunicativo contemporaneo quel fatto sarebbe stato automaticamente declassato sullo sfondo della cronaca”.

Quindi è un sistema che si autoalimenta.

Sì, è la spirale dell’emozione pubblica. La materia calda dell’informazione – ed in modo particolare i corpi – diventano materia, oggetti e soggetti connettivi, elementi attorno a cui emozionarsi insieme, piangere insieme, donde deriva una sorta di comunione molto bassa, un rito di passaggio che ricorda i riti piaculari descritti da Durkheim come forme elementari di socialità tramite la condivisione delle lacrime e del dolore: l’elaborazione del lutto

Per esempio, in questo caso, l’indignazione nei confronti della gestione dell’emergenza rifugiati?

“Senza ombra di dubbio. Tuttavia, non sono sicuro si tratti tanto e solo di indignazione, quanto di riprovazione, rabbia, e purtroppo ciò avviene sulla carne umana, sulla carne che soffre, generando altra sofferenza”.

A proposito dell’elaborazione del lutto, a cui facevi cenno, la società tecnologica velocizza questo passaggio? Cioè, la foto di Aylan che genera rabbia, sarà dimenticata più facilmente perchè recepita più superficialmente?

Non sono sicuro sia così. Questa ed altre immagini si sedimentano sulla nostra pelle collettiva come tracce di un dolore e di una condizione umana, anzi post-umana; diventano la nostra pelle, una pelle che piange, ed è curioso che ciò avvenga proprio nell’ambito di piattaforme ludiche: nella maggior parte dei casi, questo genere di informazioni sensibili diventano patrimonio comune nel momento in cui vengono condivise sulle reti sociali, ovvero nel luogo per eccellenza di un essere insieme ludico, effimero e giocoso. Per questa ragione può sembrare cacofonico, se non irrispettoso, mischiare contenuti così delicati, la sofferenza del mondo, con altri ben più leggeri”.

Ma?

Apparentemente è così, ma in effetti oggi assistiamo solo all’acuirsi di una tendenza che è sempre stata la stessa: le grandi tragedie collettive, ma anche i micro-fenomeni ad alta dose di dolore come gli incidenti, le malattie ed altri drammi privati sono stati completamente metabolizzati solo e soprattutto nei bar, nelle piazze, nel vociare urbano e in altri luoghi di socialità. Persino all’epoca d’oro della carta stampata, un contenuto diventava pubblico tramite lo strillone e poi nel momento in cui la notizia veniva raccontata a voce. In questo senso i bar e i caffè ottocenteschi sono la premessa dei social network, una premessa già marcata dall’emozione”.

nella foto: Vincenzo Susca
nella foto: Vincenzo Susca

Quali possono essere le conseguenze di questa condivisione di emozione?

Un sentire che non procede più dalla testa alla pancia, dalla ragione all’emozione, ma esattamente in modo contrario: sono le emozioni a pensare e a pensarci, è la pancia a dirigere il cervello, il che significa che procediamo tramite contagi emotivi e commozione. Invece che per mezzo dell’astrazione, del discernimento e della logica… ma il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce, come diceva Voltaire. Assistiamo a un avvicinamento tra persone ed elementi tra loro separati. La condivisione di queste immagini ci avvicina agli altri e instaura uno stato di empatia tra chi e ciò che prima viveva in uno stato di distanza, di indifferenza o di distacco. L’empatia tuttavia non implica solo la solidarietà e la famigliarità, ma anche l’invadenza e l’intrusione nella vita degli altri, come è evidente nel caso di cui stiamo discutendo. Siamo insomma ben oltre il paradigma anglosassone della privacy: siamo in un neo tribalismo multiplo ed elettronico

Rimane l’ultima domanda: quali conseguenze incontriamo se le decisioni sono prese dalla pancia e non con la testa?

Credo che il sentire sollevato dall’emozione pubblica di stampo elettronico non sia semplicemente di “pancia”, ma che ci sia inscritta in esso una profonda intelligenza – sicuramente una grande conoscenza. Il nostro modo di condividere informazioni, commentarle ed integrarle porta con sé anche una forma di pensiero fine. Il risultato generale e generalizzato di questo sentire è un’empatia connettiva, una sorta di corpo-a-corpo che c’intreccia in quello che McLuhan chiamava già negli anni 60 un abbraccio globale. Ripeto, in questo abbraccio e di questo abbraccio siamo sia oggetti che soggetti, sullo stesso piano degli oggetti. Permettimi anche queste conclusioni: viviamo da tempo in un’epoca post-alfabetica. La nostra conoscenza del mondo non avviene da tempo tramite le lettere ma per mezzo delle immagini. Come diceva Walter Benjamin negli anni 30 del Novecento, l’ignorante di domani non sarà più chi non sa leggere e scrivere ma chi non saprà capire le immagini. Il problema è tutto qui: capire le immagini e riprodurre le immagini. In ciò devo dire che quella foto è il risultato di uno scatto o di un taglio ignorante. Ignorante perchè sprezzante di quel corpo. Nel metterlo in primo piano in modo così osceno – mi riferisco ad esempio alla scelta del Manifesto – ne fa carne da macello mediatica invece che oggetto di raccoglimento, dolore e lutto pubblico”.


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