Taranto e i migranti. Associazione Babele: “Gli hotspot non sono la soluzione”

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La città di Taranto è diventata, in seguito agli accordi intervenuti nell’ottobre scorso tra la Commissione Europea e gli stati membri – in linea con quanto prevede l’agenda europea della migrazioni – una delle sedi degli hotspot, dunque uno dei nodi geografici e politici della frontiera mediterranea, insieme a Lampedusa, Pozzallo e Trapani. Di seguito nota dell’associazione Babele di Grottaglie

Ci sembra doveroso ricordare che l’attivazione del metodo hotspot è avvenuto in assenza di un chiarimento, sulla sua natura giuridica, da parte del Ministero dell’Interno. In mancanza di garanzie certe in ordine al rispetto del diritto d’asilo garantito dalla nostra Costituzione; oltre che delle riserve di giurisdizione per le misure restrittive della libertà personale. Le funzioni che il sistema hotspot riveste sono essenzialmente due: in primis, la rigorosa applicazione del regolamento cosiddetto Dublino, ovvero l’identificazione del richiedente protezione internazionale, con la conseguente presa in carico da parte del paese dell’area Schengen in cui la persona è arrivata. Inoltre, l’applicazione, altrettanto rigida, della differenziazione tra migranti economici e potenziali richiedenti asilo politico. Entrambe queste funzioni presentano criticità circa il rispetto dei diritti umani fondamentali. Il perché è presto detto: le persone arrivate negli ultimi mesi sulle coste italiane sono in massima parte di nazionalità eritrea, sudanese e somala; come tali hanno  nuclei familiari e amicali radicati sui territori europei da molti anni soprattutto in Svezia, Norvegia e Germania, quindi tendono a raggiungerli per avere migliori opportunità di inserimento sociale. Rifiutando i paesi dell’Europa meridionale, dove le opportunità sociali e lavorative di inserimento sono minori.

Invece, il sistema hotspot in sostanza funziona così: in base ad esso, si tratta il richiedente asilo come un semplice numero. In base alla procedura cosiddetta della relocation, infatti, chi arriva compila una domanda europea di protezione internazionale, poi, dovrebbe essere “collocato” in un paese (a caso) dell’area Schengen che abbia disponibilità di posti in accoglienza. In base a questa prassi, l’Italia avrebbe dovuto ricollocare già 160.000 persone  ma in realtà ne sono state ricollocate appena un migliaio, ad oggi. Così, le soluzioni per i richiedenti sono essenzialmente due, prospettate entrambe contro la loro volontà: restare in carico all’Italia o alla Grecia che sono punti caldi di sbarco “ hotspot”, appunto, dove nel frattempo anche le alternative sono due: essere identificati, registrati e foto segnalati e immessi nel sistema di identificazione Eurodac e “assegnati” ad un paese europeo a caso in base ai posti disponibili. Oppure, tentare la fuga “da clandestini” verso il Nord Europa, verso i paesi dove hanno parenti e amici che li aspettano.

È questo il motivo per cui si vedono centinaia di persone affollare le scogliere di Ventimiglia, al confine con la Francia, o accalcarsi al Brennero, per passare quello con l’Austria, in attesa di poter raggiungere i propri cari ed avere condizioni di vita migliori in Germania, per esempio. Proprio negli scorsi giorni la scogliera di Ventimiglia è stata sgomberata dalla polizia con la forza per riportare i richiedenti, con gli aerei, da Genova verso sud, verso gli hotspot, nodi di confine, luoghi di differenziazione. Già, perché chi può avere accesso diretto alla procedura, come le persone di nazionalità siriana, eritrea, irachena, che possono direttamente fare richiesta d’asilo nel programma della relocation; loro, sono addirittura i più fortunati. Perché l’altra grave criticità che il sistema hotspot mostra è rappresentata plasticamente dall’arbitraria distinzione fra “richiedenti protezione” e “migranti economici” operata dalle Questure, in violazione della normativa che assegna la competenza alle Commissioni Territoriali. Non solo. I destinatari di questa selezione sono prevalentemente i cittadini provenienti dal nord Africa: Marocco, Tunisia ed Egitto. Sia nei porti siciliani che in quelli calabresi, che nell’hotspot di Taranto, nelle ultime settimane sono aumentati gli arrivi di cittadini egiziani. Viaggi, questi ultimi, imposti in parte come ricatto, dai servizi segreti agli ordini del generale Al Sisi; migranti usati come arma politica, dunque, nei confronti del governo italiano che ha chiesto di far luce sull’assurda morte per tortura del ricercatore italiano Giulio Regeni. Sia i transitanti egiziani che i cittadini di nazionalità marocchina sono i più colpiti dal sistema hotspot: i primi vengono immediatamente rimpatriati, colpiti da provvedimento di espulsione vengono accompagnati alla frontiera di Fiumicino. I marocchini, invece, sono condannati alla clandestinità, ad ingrassare le sacche della malavita nelle metropoli, destinati allo sfruttamento nei ghetti delle campagne meridionali, se vorranno restare in Italia. Perché una volta identificati e registrati presso gli hotspot sono destinatari di un provvedimento di respingimento differito che li obbligherebbe ad abbandonare il territorio italiano nel termine ordinativo di sette giorni.

Soltanto a Taranto, il 17 aprile scorso sono stati rilasciati 250 provvedimenti di respingimento in base alla nazionalità, marocchina. Alcuni di loro hanno potuto fare richiesta d’asilo grazie agli avvocati di Asgi ( associazione per gli studi giuridici delle migrazioni) e trovare accoglienza, seppur temporanea, anche nel nostro territorio, grazie agli attivisti e ai volontari delle associazioni.

È evidente l’incoerenza che il sistema espulsivo produce: nessuno dei profughi, infatti, potrà ottemperare all’ordine di allontanamento, perché privi di documenti per l’espatrio e delle risorse economiche per pagare un volo di ritorno. Gli unici effetti dei decreti di respingimento ( pratiche vietate dalla Convenzione dei diritti dell’uomo) sono quelli di rendere ancora più difficile, se non di negare, completamente, l’accesso alle procedure di asilo, escludendo le persone da ogni tipo di assistenza, condannandoli all’irregolarità, senza che possano mai ambire ad un contratto di lavoro o a poter regolarmente affittare un appartamento.

È altrettanto evidente che ci troviamo di fronte a un sistema che produce unicamente esclusione e marginalizzazione. Attualmente, in Italia, tra centri di accoglienza ordinaria e straordinaria sono presenti circa 140.000 persone, quasi tutte di origine sub sahariana. Al 90% di queste persone non viene riconosciuta alcun tipo di protezione internazionale, nemmeno umanitaria e al termine del periodo di accoglienza, dopo aver esaurito tutte le possibilità garantite dalla legge di opporsi ai dinieghi delle Commissioni territoriali, saranno messi per strada, aggiungendosi, così, ai respinti dal sistema hotspot a cui abbiamo già fatto riferimento. A fronte di tutte le criticità, già descritte, alimentate da un sistema oggi sclerotizzato e oramai al collasso, vogliamo fare una proposta, da osservatori privilegiati quali siamo, in quanto pienamente da tempo inseriti nel sistema di accoglienza.

È necessario mettere in campo una misura per arginare una situazione oggettivamente di emergenza umanitaria; è doveroso riconoscere a tutti coloro che sbarcano sulle nostre coste un permesso di soggiorno per motivi umanitari, un provvedimento simile a quello già adottato nel 2012 che consentirebbe di togliere da una condizione di irregolarità centinaia di migliaia di persone, che garantirebbe la possibilità di un turn – over nelle strutture di accoglienza, a favore delle decine di migliaia di persone che probabilmente arriveranno nei prossimi mesi.

Proprio ieri il giudice del giudice del Tribunale di Milano, Federico Salmeri, con un’ordinanza ha concesso a un ventiquattrenne di nazionalità gambiana il permesso di soggiorno di protezione umanitaria. Permesso che era stato rifiutato dalla Commissione territoriale. Motivandolo così: “ogni individuo ha il diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali essenziali”. Cita la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il giudice, spiegando che il diritto alla protezione è un diritto universale se si fugge da fame, guerra e persecuzioni. Se pur di lasciare il proprio paese di origine migliaia di persone ogni giorno sono disposti ad attraversare il Mediterraneo rischiando la vita, è evidente che è in atto un’emergenza umanitaria, a cui va posto immediatamente un argine. Le soluzioni esistono, sono ragionevoli e umanitarie; è necessaria, però, la volontà di una classe politica che non sempre lo è stata, ragionevole e umanitaria, almeno sino ad ora.


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