Depuratore e recapito finale. I dubbi del Comitato sul nuovo progetto

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Ambiente, Cronaca, Politica



Con il sequestro della ss 172, il problema del depuratore di Martina Franca, che è all’origine del disastro, sembra essere passato in secondo piano. Anzi, per i cittadini, che se subiscono quotidianamente gli effetti del sequestro della strada, non percepiscono cosa accade al depuratore e al recapito finale, è proprio la viabilità il problema principale, tanto da accogliere la colata di cemento della bretella in Valle d’Itria, come una buona notizia.

Lo è, lo ammettiamo, perché se fino a febbraio si poteva raggiungere Locorotondo in poco meno di cinque minuti, ora il tempo è triplicato (un quarto d’ora, al massimo, tranne nelle ore di punta). Ma la difficoltà della viabilità sta agendo come una cortina di fumo che nasconde problemi ben più gravi, a partire dalla situazione del depuratore.

Il comitato per la Tutela e la Salvaguardia della Valle d’Itria, e la Cgil, nella persona di Isa Massafra, che ha inviato una nota alla stampa, ha recapitato le proprie osservazioni per la Valutazione di Impatto Ambientale. La Massafra, con la Cgil e il Comitato, segnalano il problema da anni, inascoltati, in particolare dall’ultima Amministrazione.

Il nuovo depuratore, che dovrà sopportare il peso di 59.238 abitanti equivalenti e la portata di acque reflue per 10000 mc/d, e per questo si è dovuto apportare modifiche al progetto dell’impresa che ha vinto l’appalto nel 2004. A questo punto si chiede il Comitato: “rimangono comunque oscure le motivazioni del mantenimento del rapporto con l’impresa, nonostante siano stati superati in modo evidente i tempi previsti dal contratto (270 giorni) per l’esecuzione delle opere previste dall’appalto)”.

A novembre del 2014, la Provincia di Taranto, era intervenuta con una nota con la quale si sosteneva che un’opera complessa come quella del depuratore, non può essere divisa nell’analisi (depuratore e recapito finale), e che la procedura di VIA doveva riguardare il progetto in toto: “considerato che un’opera sottoposta a screening non può essere valutata per porzioni d’impianto o parti di esso; considerato che la porzione di intervento relativa al recapito finale è parte integrante dell’intero progetto di adeguamento dell’impianto di depurazione; atteso che le opere di adeguamento precedentemente elencate consentono di migliorare le prestazioni dell’impianto esistente di depurazione delle acque reflue, si ritiene comunque di non poter esprimere una valutazione complessiva in mancanza di una corretta definizione di tale recapito finale”.

Nonostante il parere espresso nel 2015 per assoggettare a VIA il progetto, i lavori tardano ad avviarsi e a febbraio 2016 interviene la magistratura, con l’inchiesta del pm Marazia, la quale indica chiaramente che il depuratore non funziona, che il recapito finale è pericoloso anche per la strada e che nel raggio di un km dallo stesso si rischia un disastro ambientale. Sono cinque, finora, gli indagati.

Il Comitato, però, sostiene che si è determinata la stessa situazione di due anni fa: esiste un progetto per il recapito finale, ma non quello per il depuratore. Sembra che, senza i lavori di adeguamento, basterà cambiare la destinazione delle acque reflue, questa volta attraverso trincee disperdenti. Un recapito temporaneo, perché sembra che l’idea della Regione sia il recapito a mare e non solo: “La “temporaneità” dell’intervento si spiega, ad ogni modo non tanto con l’ipotesi, come si lascia intravedere, di predisporre un progetto per lo scarico a mare, bensì con l’incertezza della durata del funzionamento del nuovo recapito sperimentale (sic!) sia in rapporto alla qualità del refluo, sia alle caratteristiche della permeabilità del sottosuolo anidro, sia per i fenomeni che possono essere determinati da eventuali precipitazioni anomale, che interessano l’intera zona e non solo quella prospiciente la voragine attuale e la statale 172”.

Tutte le osservazioni si possono leggere a questo link

Infine, quindi, il Comitato pone una serie di quesiti:

  • Se la decisione dello scarico al suolo delle acque reflue del depuratore di Martina, data la portata delle acque che supera i 10000 mc giornalieri, sia conforme alla normativa vigente.
  • Se il progetto contempla la chiara delimitazione delle zone di rispetto e di asservimento, previste per lo scarico al suolo e la definizione del rapporto tra la Pubblica Amministrazione e i proprietari delle aree. Non è superfluo ricordare che occorre prevedere la delimitazione di 500 metri all’intorno al punto di scarico, in cui non è ammesso l’emungimento delle acque per qualsiasi uso, mentre l’emungimento per uso potabile è ammesso a una distanza non inferiore a 1000 metri dal punto di scarico.
  • Se è definita con estrema chiarezza la dimensione dell’area da utilizzare.
  • Se la qualità del suolo è idonea al drenaggio dovendo escludersi in modo categorico l’aiuto di inghiottitoi, poiché le tipologie di smaltimento delle acque reflue sono state introdotte dall’Unione Europea e recepite dalla normativa nazionale proprio al fine di tutelare la falda acquifera, che soprattutto per la Puglia è una risorsa strategica da poter utilizzare in condizioni di crisi idrica, abbastanza ricorrenti nella nostra regione.
  • Se il progetto dell’ampliamento e dell’adeguamento del Depuratore corrisponde alla esigenza di un trattamento depurativo in grado di conseguire gli standard prescritti dal Decreto n. 185/2003 e dalla normativa regionale per l’uso a scopo irriguo, considerato che l’AQP ha appaltato un nuovo progetto di adeguamento e ampliamento del Depuratore, di cui non si ha alcuna contezza.
  • Se è rispettata la normativa che tutela il paesaggio e l’ambiente approvata nel 2015 dal Consiglio regionale.

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