Progetto Curray: La spedizione dell’aprile 2016 (Parte II)

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Seconda puntata del racconto sul paese dell’Aquila Bicefala (per la prima parte clicca qui).  Il Gsm lo scorso aprile lascia nuovamente Martina Franca e si dirige al di la dell’Adriatico inseguendo lo spettro di Andrea Gobetti.

“Non abbiamo mai pensato – ha commentato  Pino Palmisano del GSM – che un monte di calcare che misura oltre 100 km quadri di estensione non fosse mai stato notato da alcuno, ma nel più nascosto angolo del cuore lo si sperava. Il crudo risveglio invece, ci ha confermato che c’è vita nell’universo, perché il giorno prima del nostro arrivo, sui quei magnifici e impervi pianori, un’altra squadra di italiani aveva appena completato la loro quinta spedizione in 3 anni”.  Da quella vetta era passato infatti, il grande esploratore dell’immaginario degli anni ’70, scrittore infaticabile dalla penna sincera, torinese di nascita, ma abitante dagli Abissi ipogei: Andrea Gobetti.  Lo speleologo piemontese nel suo ultimo resoconto esplorativo descrive così quella parte del mondo a due passi da noi: “Trovare un massiccio calcareo inesplorato è senz’altro una delle grandi gioie che si possono presentare allo speleologo, specie quando nel corso della vita non ha visto realizzarsi i sogni dell’età adulta, ma continua a crogiolarsi fedele a quelli dell’adolescenza.”

Ma gli speleologi del gruppo martinese non avevano idea che quel mostro sacro della speleologia italiana e internazionale stava da qualche anno illuminando pozzi profondi descrivendoli per la prima volta.

Così la compagnia picciola arrivata sul posto comincia a mettere in pratica quello che fino a qualche mese prima erano solo supposizioni su una mappa satellitare.

“Sebbene era venuta giù neve anche a quote basse nei giorni precedenti l’arrivo continua Palmisano-  la scena alpestre che ci si presentava verso il tramonto dal giardino di casa era solo incredibile. Una continua linea di cresta che giocava tra i 1800 e 2200 metri. Questa si sviluppava per chilometri lungo tutto l’orizzonte alto. Il limite della neve sembrava giungere intorno a quota 1300 e il ripido panettone della vetta del Deja era sereno, mille metri più in alto, nel colori cangianti di un rosa che si spostava progressivamente verso l’alto, in contrasto con un cielo che diveniva sempre più azzurro fino a spostarsi al nero della notte. La strada che dal piano era salita fino a 1000 metri, al villaggio di Macukull, era stata una continua teoria di rocce calcaree e ruscelli di acque che correvano in basso. Ognuno aveva già ben definito chiaramente nella propria mente che lassù le grotte non sarebbero mancate”.

Alla forza delle teorie dell’immaginazione ora bisognava dar corpo con la pratica, e l’indomani con le gambe, perciò la campagna d’arruolamento della guida tenne banco anche dopo cena, tra cartine topografiche che scivolavano da una mano all’altra, immagini che venivano da un computer e bicchierini di raki che facevano perdere il conto.

“Si capì subito dov’era il nodo dell’esplorazione e l’ostacolo della lingua era superato in agilità da poche e molto esplicative frasi in italiano- commenta Michele Marraffa– Hysny, sincero padrone della casa che ci dava albergo, e Oli che col suo piccolo cavallo commerciava legna dal monte al piano e all’occasione faceva da guida, ci dettero in meno di mezz’ora un’esauriente lezione di topografia: « Quel gran pratone a neve che scende dalla Grande Deja?» «Visto Andrea!» «E quella spaccatura a destra della Piccola Deja?» «Stato Andrea!» «Più a destra dove si vedono quei torrioni rocciosi?» «Trovato shpella (grotta) Andrea!» «Allora scendiamo a valle al contatto dei calcari con l’impermeabile?» «Lì, grande pozzo 170 metri. Sceso Andrea!»”

Il GSM così decide di perlustrare 3 zone basse di quella catena montuosa: la frazione di Valgjini e Dazian e la potente risorgenza a valle presso il villaggio di Bruc, poco distante dalla cittadina di Urake. Riescono a rinvenire una ventina le cavità.

“Degna di nota è la Shpella e Sòrave – continua Marraffa- su una spalla montuosa tra le frazioni di Valgjini e Kalivaci un pozzo profondo 50 metri che scende con altri piccoli salti fino a -80 dove una strettoia ha fermato le esplorazioni, ma tanti restano gli ingressi non scesi che si presentavano con modesti salti iniziali sotto i 20 metri di profondità, Maja e Dejes potrebbe divenire un luogo speleologico dove mettendo insieme ad altri risorse umane e materiali, darebbe lavoro esplorativo per almeno altri 10 anni”.


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