Paolo Cognetti e “Le otto montagne” a Locorotondo

Se due buone penne si mettono a chiacchierare insieme, l’ascolto che ne deriva può solo essere fantastico.

Un foltissimo pubblico giovanile, un Paolo Cognetti in grande forma e un Antonio Lillo in grande spolvero hanno fatto scivolare sul velluto 2 ore di domande, risposte e riferimenti dotti alla grande letteratura internazionale.

Ospiti del Docks 101, sul balcone che  Locorotondo chiama il “lungomare”, si è tenuta una nuova serata di bella cultura all’insegna della grande editoria nazionale.

Avevo la vocazione per la matematica, – ha esordito Paolo Cognetti – purtroppo non mi dava le risposte alle tante domande che mi ponevo sulla vita, così, complice di una mutazione è venuto L’attimo fuggente, il film di Peter Weir del 1989Di lì il passo è stato breve alla scoperta di alcuni grandi autori americani come Bukovski, Fante, Faulkner ed anche Hemingway. Quel salto di formazione mi ha condotto alla ricerca di una vita più libera. Era il tempo dei piccoli racconti; racconti di fughe, orizzonti lontani, spazi aperti e donne bellissime. Anni dopo è stata la volta di un altro film, Into the wild, di Sean Penn, basato sul libro di John Krakauer (Nelle terre estreme) in cui viene raccontata la storia di Chris McCandless. Era la sera del 27 gennaio 2007 ed io compivo 30 anni e per tante ragioni ero pieno di delusioni, quasi al confine della depressione. Vedo il film di questo ragazzo che abbandona la città e va in Alaska e giungo ad una scelta importante – continua a raccontare lo scrittore milanese- ho affittato una baita nei pressi di un villaggio semi abbandonato in Valle d’Aosta, a 1900 metri di quota e li vivo ancora 6 mesi l’anno e questo romanzo certamente ne risente”.

I riferimenti biografici si intrecciano con questo romanzo che ha ottenuto grandi apprezzamenti dalla critica e Lillo lo spinge a svelare come uno scrittore sceglie e poi sviluppa una storia: “Le otto montagne – racconta Lillo a un uditorio attento e rapito – è una storia breve che riesce a mantenere il ritmo per 200 pagine. Quello che traspare è l’ambiente. L’atmosfera che si respira e i protagonisti sono 3 ragazzi e una montagna. In sintesi è il rapporto tra un ragazzo e un luogo …”.

E’ un’epifania di sincerità, quella di Paolo Cognetti, è l’anima e il cuore scoperto di uno scrittore giovane che lasciando la città si avvia alla ricerca di una strada per riconoscersi: “E’ una storia che comincia con la mia infanzia- continua l’autore– il racconto dalla vita di città alla scoperta della montagna. E’ il percorso dell’educazione. Perciò la storia c’era, aspettava solo che io fossi pronto.”

Quando a 30 anni ritorna sulla montagna che aveva scoperto con il padre quando era bambino, riconosce che quella è casa sua e il luogo dove riporre e conservare la sua storia. Alla montagna dei turisti, delle piste da sci, del consumo e del cemento – che Cognetti chiama con termine valdostano “la dret” – lui contrappone l’altra faccia dei massicci: “l’anver”. L’inverso, ovvero Il lato dell’ombra, quello che non tutti possono vedere, quello della decadenza e dell’abbandono che pur resiste: “La montagna era per me talmente viva- racconta Cognetti- che i miei racconti sono come una storia d’amore. Non l’ho mai sentita come luogo ostile, anche se talvolta ne sento la solitudine, perché io non sono un eremita. La montagna è un percorso verso la solitudine, che ha bisogno di allenamento. E la mia scrittura nasce proprio da lì. In questa nuova dimensione di montagna la mia scrittura è venuta fuori prepotentemente forte. E le occasioni di lettura sono venute naturalmente a traino con i racconti di Rigoni Stern, Jack London, Fenoglio, Parise che io trovavo fuori guardando dalla mia finestra.”

Poi infine lo scrittore ripercorre il difficile rapporto con la scrittura  e con la stesura di questo piccolo capolavoro: racconta del lungo viaggio in Nepal, dell’incredibile storia e del fascino della filosofia buddista e l’incontro con il “portatore di galline”. Diversi i  personaggi che compongono “Le otto montagne” ma che alla fine si ritrovano tutti nella figura di Cognetti  che gira il mondo e quella del suo amico e non si è mai spostato dalla sua montagna, figure  complementari e segni indelebili della amicizia.

Al ritorno di quel viaggio il testo  finalmente ha ripreso a scorrere quasi di getto e la montagna è diventata per l’autore così il segno di un modo di vivere la vita, che richiede silenzio, tempo e misura.

 

 

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.