Il Made in Italy non vale più il prezzo. La verità in una mail

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Economia


Basta una mail per mandare in crisi un’azienda e per strada i lavoratori, basta una mail per raccontare come il Made in Italy, tanto sbandierato e pubblicizzato, non valga più la pena. Conviene produrre all’estero, in Romania, in questo caso, e una storica azienda del territorio perde il cinquanta percento del fatturato. Il Made in Italy, a causa dei costi, non rappresenta più un aspetto strategico importante per chi acquista gli abiti prodotti in Valle d’Itria e in Puglia. Questa è la storia di una mail che ha cambiato la vita di un imprenditore e dei suoi lavoratori, una mail che in poche parole spiega cosa è l’economia al di là degli annunci e dei proclami.

«Quando ho visto la mail ho pensato che questo è l’anno buono per chiudere» ci racconta l’imprenditore. L’azienda è famigliare, ma esiste a Crispiano da oltre trent’anni. Ci racconta quanto costa un capo, le difficoltà per sostenere economicamente l’impresa: «Un capo costa circa cinquanta euro, ogni operai ne produce circa quattro a testa al giorno. Il calcolo è semplice, per essere sostenibili dobbiamo produrre almeno duecento capi al giorno. Adesso non superiamo gli ottanta, il resto lo metto di tasca mia. Ho sempre pensato prima all’azienda, non mi sono fatto la villa, come alcuni fasonisti martinesi. Pensa che ogni mese un dipendente mi costa, al netto dello stipendio, altre ottocento euro, tra tasse e contributi. I cinesi a Martina Franca stanno offrendo a fason 20 euro, 18, 19. È impossibile starci dietro. L’anno scorso abbiamo lavorato sette mesi, quest’anno se lavoriamo tre mesi siamo fortunati: abbiamo commesse di lavoro fino a metà settembre. Non supereremo i 500.000 euro, la metà dell’anno scorso. Abbiamo già dieci lavoratori in meno».

L’autore della mail, il cliente inglese che da solo rappresentava metà del fatturato, spiega che potrà tornare a fare affari con l’azienda se il costo dei capi si dimezzerà: «La mail è arrivata da un cliente che faceva la metà del fatturato e con cui avevamo un rapporto da dieci anni. Abbiamo incominciato ad avere sentori strani quando a fine gennaio non avevo conferme numeriche sui capi da produrre. A fine febbraio, dal nostro agente abbiamo avuto questa sorpresa, che ci potevamo aspettare, ma la cosa che ti segna è che arrivando a marzo una comunicazione del genere, sei tagliato fuori dalla produzione. Anche se comporta rischi, la monocommitenza è un vantaggio dal punto di vista di impresa, perché più clienti significa diversificare la linea, alzare i costi».

Costi che sono però imposti da una serie di condizioni contestuali, come la pressione fiscale: «Siamo svantaggiati anche e soprattutto perché siamo in Puglia, fuori dall’Europa e dal mondo. Non ti aiuta nessuno. Devi fare il bandito: non devi pagare e devi pensare al mero interesse personale». Ma il pensiero va innanzitutto al personale: «Dovremmo diventare una sartoria. Lo Stato non si interessa di noi, perché preferisce non distinguere chi produce da chi commercializza. Se chi produce vuole farlo regolarmente non sarà mai competitivo rispetto a chi sta dall’altra parte dell’adriatico».

Pochi giorni fa un noto quotidiano straniero ha raccontato che le scarpe di un noto marchio non vengono prodotte in Italia, o meglio qui viene solo messa la suola. Non esiste una legislazione stringente sul Made in Italy e i costi rimangono troppo alti. Decenni di esperienze imprenditoriali sono stati falciati sia da scelte private che si stanno dimostrando controproducenti, sia dall’apparente mancanza di strategia economica volta a valorizzare la manifattura e a distinguerla dalla commercializzazione. Chi può si fa un proprio brand e affronta il mercato, ma non è per tutti: «Non mi ritengo un commerciale, le poche volte che l’ho fatto, mi sono fatto male. Devi avere il coraggio di cambiare sistema, devi svincolarti dalla realtà produttiva. Io sono un uomo produzione», conclude l’imprenditore, che comunque finora è riuscito a resistere.


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