Giovanni Impastato incanta Locorotondo

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Cultura


“Peppino era un uomo di sinistra, il suo messaggio di rottura era un messaggio educativo, non è un mito era un uomo qualunque che lottava contro la mafia, il nostro compito oggi è andare oltre la mitizzazione altrimenti la mafia non la sconfiggeremo mai”.

Comincia così l’incontro organizzato ieri sera in Largo Bellavista a Locorotondo da Libri nei vicoli del borgo. A pronunciare queste parole pesanti è Giovanni Impastato, fratello di Peppino, quel Peppino Impastato brutalmente ammazzato a Cinisi dalla mafia  nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978.

“Cinisi è una città che dista 26 km da Palermo, la nostra famiglia – continua Impastato- ha sempre avuto un rapporto conflittuale perché noi secondo loro,  screditiamo il paese perché diciamo che c’è la mafia, non bisogna parlare di Peppino, non bisogna parlare di mafia altrimenti si infanga il buon nome del paese. La verità è che non c’è un educazione alla legalità”.

Secondo Giovanni tutto passa dall’educazione e anche chi avrebbe dovuto occuparsi di educazione come la chiesa non lo ha fatto: “La stessa chiesa- ricorda l’autore di “Oltre i cento passi” – ha commesso un crimine perché non ha lottato contro la mafia, ma contro i comunisti come Peppino e i suoi compagni.  Tutto ciò ha prodotto  la perdita di ben due  generazioni. Ci hanno cacciato dalle scuole perché ci dicevano che gli studenti dovevano studiare e non potevano perdere tempo a parlare di mafia”.

“La verità- dice Impastato rivolto al pubblico numerosissimo  e attentissimo-  è che bisogna sempre lottare contro la cultura della mafia ecco perché abbiamo creato “Casa Memoria”,  bisogna costruire il nostro futuro sulla memoria, non bisogna mai rassegnarsi,  la rassegnazione uccide il nostro passato, il presente e il futuro”.

Poi Giovanni si lascia andare, le sue parole diventato sempre più dure, i suoi occhi scrutano nella mente e nei ricordi di ogni partecipante all’incontro: “Dobbiamo smetterla di considerare la mafia un anti stato – dice con voce stentorea e ricca di consonanti retroflesse patrimonio della terra siciliana-   ecco perché non siamo riusciti ancora a sconfiggerla,  la mafia è dentro lo stato. Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, Peppino  sono stati uccisi perché stavano indagando le istituzioni, manca per davvero la volontà di sconfiggere la mafia, bisogna leggere i libri e non fare solo carovane anti mafia. I veri anti stato sono stati tutti sconfitti basti pensare  al banditismo sardo, a quello siculo, al terrorismo altoatesino, alle BR e alla banda della Magliana quello  era anti stato, non la mafia”.

Infine, dopo aver parlato della madre Felicia Bartolotta, e del suo ruolo determinante nell’aver consegnato Peppino e la memoria di Peppino al movimento antimafia rinunciando alla vendetta per l’uccisione del figlio, l’autore fa un passaggio sul concetto di legalità citando figure storiche da don Lorenzo Milani a Rosa Parks passando per Gandhi, “Se l’obbedienza- ricorda Giovanni-  non è sempre una virtù come insegnava don Milani sono convinto che la disobbedienza civile tuteli la legalità”.

Molti e ripetuti gli applausi, tante le domande dal pubblico che hanno ricordato l’impegno che proprio quest’anno a Locorotondo hanno preso le scuole e i testimoni di bellezza per  la “XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafie” piantando un albero in ricordo proprio di quelle vittime.

Forse le istituzioni dovevano essere più presenti: ringraziare non solo Giovanni per aver accettato l’invito, ma anche chi ha organizzato questo meraviglioso incontro. Ma ieri cominciava anche un’altra manifestazione che fa sicuramente più rumore, ma a noi, da sempre, sono piaciute le lucciole- come ha ricordato Giovanni nel corso della chiacchierata con Leo Gianfrate:  “perché ci allontanano dalla paura delle notte”.


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