No tinc por: il racconto di un martinese a Barcellona

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Editoriali, Società



Bisogna reagire, uscire di casa, stare fuori. Mi rifiuto di vivere in modo diverso“. Roberto, musicista martinese da quasi dieci anni vive a Barcellona e ha casa a due passi dal luogo dell’attentato che è costato la vita a tredici persone, avvenuto sulla Rambla giovedì scorso. Roberto abita a pochi metri dal lugo dell’attentato, in una traversa della Rambla, che percorre ogni giorno per andare a lavoro. A ValleditriaNews racconta: “Ero a casa quel pomeriggio, quando mi chiama il fratello della mia ragazza e ci avvisa di non uscire di casa, che era pericoloso. Non mi ero accorto di nulla, ma dalla tv già c’erano le prime notizie. In pochi minuti sento gli elicotteri sorvolare i palazzi del mio quartiere. Nessun timore fin quando non si sparge la voce che uno dei terroristi si era barricato in un ristorante turco dalle parti di casa mia“. Chiuso in casa ad attendere gli eventi, fin quando, verso le 19.00, non decide di uscire: “Scendo per strada e c’è un silenzio surreale, soprattutto per una città in cui c’è tantissima gente a qualsiasi ora del giorno e della notte“. Da 9 anni a Barcellona, Roberto Massafra racconta che la città è sempre stata tranquilla, nonostante sia praticamente costantemente invasa da persone: “Viaggio tantissimo e dopo gli attentati in Francia ho iniziato a pensare che Barcellona poteva essere un luogo a rischio ma solo perché ci sono tanti eventi di massa. Qui in città però sembra che nessuno ci abbia mai fatto caso, almeno, in maniera evidente“. Dopo l’attentato, in giro, per strada, una manifestazione quasi spontanea lungo la Rambla, un fiume di gente in silenzio, tanta emozione, come dimostrano i video che Roberto Massafra ci ha gentilmente concesso di pubblicare. “Abbiamo incontrato un ragazzo che era presente durante quei momenti. L’abbiamo abbracciato mentre non smetteva di piangere

In giro le persone sembrano iniziare a guardare con sospetto i cittadini di origine nordafricana, ma se questo può essere frutto di suggestione, non lo è il racconto di un barista: “Mi ha raccontato” continua Roberto Massafra “che c’era un gruppetto di ragazzi maghrebini che sembrava quasi facesse il tifo mentre passavano le immagini dell’attentato. Però – commenta – è come se fosse un modo per sentirsi parte di una squadra più che condividere nel profondo quanto accaduto. Come chi esulta per le azioni dei camorristi“. Forse proprio in queste pieghe della società bisognerebbe andare a indagare, ad accendere qualche luce: gesti clamorosi che attirano l’attenzione, che producono anti-eroi in cui identificarsi per generazioni emarginate. L’estremismo religioso come l’unica maglia da indossare in una partita in cui nessuno sembra volerti in squadra.
Il musicista martinese racconta che ora, passeggiando per Barcellona non sembra esserci paura, ma più tristezza: “Dobbiamo uscire di casa, mi rifiuto di vivere diversamente


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