In fuga da Martina Franca. 950 giovani sono andati via senza più tornare

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Economia, Società


Andare via e non tornare, per l’università, per lavoro, per cercare una condizione migliore. Tutti noi conosciamo qualcuno che è partito e si è trasferito e ci viene a trovare solo a Natale, o in estate, pochi giorni, a volte nemmeno. Sono 950, secondo i dati Istat elaborati dalla Cgil Puglia, i giovani fino a trent’anni che sono partiti e non sono tornati a vivere a Martina Franca, dal 2008. Un dato enorme, che sbatte la nostra città al quarto posto in Puglia, dopo Molfetta, Modugno e San Severo. Con l’11.36% di giovani partito e non tornato, Martina Franca partecipa in Puglia ad un triste primato. “Ci affanniamo a discutere, polemizziamo, ci scontriamo con punti di vista a volte divergenti su tempi e politiche da mettere in campo per lo sviluppo della nostra regione. Ma mentre tutto questo avviene il rischio sempre più forte è che perdiamo il soggetto principale del nostro agire, i giovani. I dati elaborati dall’Istat sono spaventosi. L’emigrazione giovanile rischia di portare a una desertificazione sociale che condannerebbe definitivamente questa regione, e la riflessione vale per l’intero Mezzogiorno. Se non si agisce in fretta, con investimenti pubblici, se non si torna indietro da una strada che attacca il lavoro e i diritti, se non si moltiplicano le iniziative di sostegno all’occupazione giovanile, gli effetti dell’estrema precarizzazione saranno questi” commenta il segretario regionale della Cgil Pino Gesmundo, che prova anche a dare uno spunto per individuare le cause: “Per cosa vanno via questi ragazzi lo sappiamo bene. In primis per università di altre regioni che magari per investimenti, servizi e possibilità di lavoro offrono più garanzie. Chi studia nelle nostre università va via per le  scarse opportunità di valorizzazione dei propri percorsi di formazione. Si scappa poi dal poco lavoro che quando c’è è precario, insicuro, non permette di costruire progetti di vita. E quasi sempre presenta zone di grigio, con sottosalario e mancato rispetto di orari e diritti, se non proprio in nero. Dati che dovrebbero allarmare il Governo nazionale, i nostri rappresentanti istituzionali, le controparti sociali. Perché insistere sull’attacco ai diritti, pensare che rendere più deboli i lavoratori avrebbe spinto le imprese a investimenti, ad assumere, sono ricette che si sono rivelate fallimentari. Potrà aumentare di un punto percentuale l’occupazione, ma mentre perdiamo lavoro stabile guadagniamo stagionali, interinali, precari. E non sarà questo a frenare l’emigrazione giovanile, anzi la incentiva. Non sarà questo a garantire la ripresa economica o dei consumi, perché si è all’assurdo che è povero anche chi lavora”.

 

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