Tutto pronto per la 369^ edizione del “dono”. Ecco tutta la storia

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Anche quest’anno si svolgerà a Locorotondo la tradizionale cerimonia del “dono”.

Domenica 22 Aprile 2018 alle ore 16,30 partirà il corteo da via Cavour (Sede della Società Unione Operaia di Mutuo Soccorso),  seguendo  il percorso lungo piazza Don F. Convertini, via dr. Recchia, corso XX Settembre (saluto autorità), via Madonna della Catena, via Montello, via M° Gidiuli, via E. De Nicola, via Sant’Elia, piazza Marconi, corso XX Settembre, piazza Vittorio Emanuele, via A. Bruno, via E. di Dogali, via C. Battisti, Chiesa Madre. Mentre il ritorno seguirà dalla Chiesa Madre, proseguendo per  via Porta Nuova, largo A. Mitrano, via Cavour, corso Umberto I°, corso XX Settembre, piazza A. Moro (saluto alle Autorità), via Cavour, sede della Società Unione Operaia di Mutuo Soccorso (termine del Corteo).

La parrocchia di San Giorgio Martire  con una nota ci racconta la vera storia di questo eccezionale evento.

La cerimonia del dono a San Giorgio, che si svolge ogni anno nel pomeriggio del 22 aprile vigilia della festa del santo protettore, è tutt’ oggi un appuntamento immancabile per ogni locorotondese. La visita alla chiesa madre, dopo aver processionato per le vie del paese al seguito di un lunghissimo corteo costituito dalle massime autorità locali e dalle associazioni operaie, affascina e rievoca antichissimi cerimoniali.
Il dono simboleggia da trecentosessantanove anni il legame profondo ed indissolubile tra la popolazione locorotondese ed il suo santo protettore. Esso si origina in un periodo tormentato della vita del Meridione, quando ogni autorità sembrava svanita e la violenza imperversava quotidianamente; un’ epoca questa in cui persino la protesta popolare, pilotata da signori arroganti e senza scrupoli, diviene uno strumento per sopprimere e sottomettere i più umili.
Il 7 luglio 1647 nella Piazza del Mercato di Napoli scoppiò una sommossa popolare contro i continui balzelli che gli spagnoli imponevano ai cittadini, l’ultimo dei quali, quello sulla frutta principale alimento dei poveri, fu violentemente contestato dalla popolazione. La rivolta fu capeggiata da Tommaso Aniello o Masaniello, che ebbe la capacità d’indirizzare il malcontento popolare contro la corona di Spagna, trasformando un semplice tumulto in una rivoluzione, della quale egli stesso fu la vittima più illustre.

Masaniello infatti fu ucciso e decapitato il 16 luglio dello stesso anno, ma la sua morte non segnò la fine della rivoluzione, anzi, con il trascorrere dei mesi essa assunse toni sempre più politici e di massa che portarono alla costituzione della Repubblica di Napoli, i cui principi ispira tori si diffusero in tutto il regno dando vita ad una sollevazione generale contro il potere spagnolo.
Sulla Murgia dei Trulli la rivoluzione permise a Giangirolamo Acquaviva, conte di Conversano detto il Guercio di Puglia, di affermare ulteriormente il suo predominio sulle popolazioni locali, insidiando addirittura i feudi altrui, come quelli posseduti da Francesco I Caracciolo, duca di Martina, suo acerrimo nemico, trasformando così la rivolta popolare in una guerra personale.
Martina si ribellò al Caracciolo alla fine del 1647 e restò sollevata sino al 15 giugno dell’anno successivo. La sommossa fu guidata da Antonio Montanaro detto Capodiferro ma i rivoltosi, una ventina in tutto, cacciati dalla città per salvare la vita furono costretti a chiedere protezione al conte di Conversano.
Capodiferro ed i suoi uomini diventarono così un efficace strumento di repressione nelle mani dei Giangirolamo Acquaviva. La Murgia dei Trulli fu messa a ferro e fuoco. Molte masserie furono incendiate e quattro giovani pastori di Locorotondo furono trucidati, mentre accudivano i loro animali. I centri urbani vivevano costantemente sotto l’incubo di un assalto.
Nel mese di novembre del 1648 durante uno scontro frontale con le guardie ducali, Capodiferro ed i suoi uomini subirono un duro colpo. I rivoltosi per vendicarsi dell’affronto decisero di uccidere il governatore di Martina, l’artefice della loro sconfitta, che si era nel frattempo rifugiato a Locorotondo.
Alla vigilia di Natale del 1648 Carlo Regina, uditore del conte di Conversano, per ordine di Giangirolamo Acquaviva dette tre scale a Capodiferro comandandogli di recarsi con centotrenta uomini a Locorotondo per saccheggiare il centro abitato ed uccidere quanta più gente possibile. Capodiferro scalò le mura e penetrò nel borgo; devastò le abitazioni e uccise molte persone, così come gli era stato comandato, ma nonostante la sua furia devastatrice non riuscì a sottomettere la popolazione e a portare a segno il suo disegno criminoso; infatti, fu scacciato dalla forte resistenza popolare, perdendo molti dei suoi uomini. Le teste mozzate dei locorotondesi uccisi, con un macabro rituale molto comune a quei tempi, furono portate in trionfo a Conversano e mostrate al conte, che ne restò molto compiaciuto.
La popolazione scampata alla totale distruzione del paese portò in processione la statua di San Giorgio attribuendogli la grazia ricevuta.
Pochi mesi dopo, nel 1650 il sindaco Angelo Morelli dette inizio alla tradizione del dono a San Giorgio, offrendo al Capitolo 10 ducati d’argento e dieci libbre di cera per restaurare la sua cappella e per illuminarla in ogni ora del giorno e della notte.
L’assalto al paese e l’istituzione del Dono, quindi, non sono due episodi distinti ma legati tra loro: il Dono infatti non è altro che l’atto di ringraziamento per l’evitato pericolo.
L’antico cerimoniale è riportato in una delibera di consiglio comunale del 10 novembre 1836 ed è simile a quello attuale. “.. .in ogni anno alla vigilia del protettore S. Giorgio che cade il 22 d’aprile, il sindaco è stato sempre solito riunirsi gli altri funzionari locali, e galan­tuomini tutti, conferirsi seco loro in detto arco (vico Antonio Bruno) dove trovandosi disposto l’usuale dono da offrirsi al protettore suddetto, lo rileva e processionalmente (al suono dei tamburi) lo porta in chiesa adempiendo così a tutto il resto della sacra funzione”.
Dopo l’unità d’Italia il dono cominciò ad assumere un aspetto sempre più laico e popolare, giacché al sindaco, ai consiglieri comunali e ai galantuomini cominciarono ad affiancarsi le associazioni operaie.
Il 16 aprile del 1880 il patriota e più volte sindaco Donato Conti, per venire incontro ai più bisognosi del paese, fondò l’Asso­ciazione Operaia di Mutuo Soccorso e dopo un difficile avvio, nel 1895 sotto la presidenza di Carlo Maffei, l’associazione raggiunse il considerevole numero di cento cinquanta soci. Essa fu ammessa di diritto al seguito del corteo, diventandone presto una delle componenti fondamentali.
Agli inizi del Novecento il paese fu sconvolto da una furibonda e sanguinosa lotta tra le due fazioni politiche locali, quella dei senussi e quella dei beduini, che finirono per coinvolgere il dono nelle loro meschine questioni di parte.
In contrapposizione all’Associazione Operaia di Mutuo Soccorso i beduini il 31 dicembre del 1911 fondarono una loro associazione chiamandola Società Operaia, che fu pure ammessa a seguire il dono.
Le controversie politiche coinvolsero l’intero paese.

I senussi posero il loro quartiere generale in Piazza Vittorio Emanuele avendo come punto di riferimento il Circolo Unione o dei Galantuomini, mentre i beduini si arroccarono in un piccolo locale posto nel largo della chiesa madre. Le divisioni si allargarono a macchia d’olio. Oltre alle due società operaie furono fondate anche due bande musicali apprezzate ovunque: la Banda Verde, diretta dal maestro Salvatore Micoli, per i senussi e la Banda Bianca, diretta dal maestro Antonio Gidiuli, per i beduini.

Dalle parole si passò ai fatti: mentre i massimi esponenti politici di estrazione borghese, facevano la loro guerra duellando con l’oratoria e gli articoli velenosi e pungenti sui giornali locali la Fiaccola e la Razzia, i loro seguaci si affrontavano armati di coltelli. In uno scontro cruento, tra l’altro, fu ucciso un giovane operaio.
In quel clima surriscaldato la vita pubblica ne soffrì molto tanto che il dono fu sospeso per qualche anno. Nel 1915 scoppiò la prima Guerra Mondiale, che in tre anni provocò la morte di oltre duecento giovani locorotondesi falciati alla frontiera, sul fronte dell’Isonzo e sul Monte San Michele.
Il ritorno dei reduci avvenne in un’atmosfera gelida e malinconica. Pochi avevano voglia di riproporre le antiche rivalità del passato e in tutti prevalse un bisogno di pace e tranquillità. Fu così che il Capitolo, per porre fine una volta per tutte alle assurde divisioni politiche, impose alle associazioni operaie di entrare in chiesa al seguito del dono solo dopo una palese riconciliazione, che nel rituale comune viene ancora oggi riproposta con il tradizionale bacio tra le bandiere dei sodalizi.

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