Partito Democratico: che senso ha pagare l’affitto?

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Società



L’unica domanda che ha senso farsi in questi giorni è che senso ha pagare l’affitto per la sede cittadina del Partito Democratico. Una domanda che è lecito porsi perchè quanto accaduto in quest’ultimo mese, dalle dimissioni di Coletta in poi, chi ne esce fortemente sconfitto in primo luogo è il PD che ha dimostrato, innanzitutto, di non essere un partito, quindi che è composto da persone che non conoscono nemmeno le regole del partito. Non solo, ma è anche evidente come il Partito stesso, incapace di essere spazio di mediazione tra barocchi burocratismi e ambizioni personali, sia stato capace di trasformare Stefano Coletta da protagonista di uno dei più sorprendenti episodi di tafazzismo politico che Martina ricordi a vittima del sistema.

Andiamo con ordine. Stefano Coletta si dimette, e non avvisa nè il Pd, nè i consiglieri, nè il Sindaco. Questa scelta lascia tutti di stucco, e ci sono reazioni contrastanti. Nel primo consiglio comunale utile si elevano voci di dissenso proprio dai banchi dem. Il direttivo del PD martinese, composto per la maggioranza da persone vicine politicamente a Coletta stesso, non si dà per vinto e incarica la segreteria di verificare l’opportunità di un ritorno dell’ex vicesindaco. Coletta accetta di ritornare senza condizioni, come lui stesso dichiara, e incontra il sindaco per mettersi d’accordo sui temi più urgenti da affrontare. Nel frattempo però i consiglieri dem fanno pesare la propria voce e praticamente fanno carta straccia della scelta del partito a cui sono tesserati e impongono al sindaco di percorrere un’altra strada. Questa strada porta a Vito Cramarossa, segretario cittadino del PD, che accetta di fare l’assessore senza informare il partito di cui è garanzia e guida. Questo colpo di scena sposta improvvisamente Coletta dal gruppo dei cattivi a quello dei buoni, tramutandolo in vittima. Fa una conferenza stampa da solo, senza il partito a cui è iscritto, di cui dovrebbe governare la maggioranza dei tesserati, e attacca tra gli altri, proprio il sindaco.

A questo punto, con un segretario che dovrebbe dimettersi perchè lo statuto del partito di cui è primo rappresentante rende incopatibile le due cariche: “La carica di segretario di circolo o di segretario cittadino è incompatibile con quella di sindaco o assessore” (Statuto del Pd, articolo 21, comma 2, punto D), con un maggiorente che nonostante sia stato sostenuto nel ritorno in giunta dal partito, non chiede al partito stesso di intervenire e soprattutto con i consiglieri che fanno praticamente partito a sè, la domanda sul senso dell’affitto diventa chiara. Che senso ha incontrarsi, parlare, scrivere documenti, fare mille gruppi whatsapp, aggirarsi sullo Stradone con aria pensierosa e preoccupata, se poi ognuno fa quello che vuole?

Ora, il punto politico è: a chi rispondono i consiglieri comunali? Ognuno forse risponde per sè, e non riconosce la funzione degli organi di partito, dato che delle decisioni prese dal direttivo e dalla segreteria, se ne fanno un baffo (a cominciare, evidentemente, dal segretario). Un iscritto al PD dovrebbe iniziare a porsi alcune domande. La prima è perchè Coletta ha tenuto all’oscuro il PD dalle sue scelte e quando ormai era tardi, non ha chiesto al PD di sostenerlo. La seconda riguarda il valore dello statuto (come abbiamo detto sopra). La terza riguarda il rapporto di lealtà dei consiglieri comunali dem.

L’impressione, a questo punto, è che non sia vero che il PD sia il primo partito in consiglio comunale, dato che ognuno fa quello che vuole, ognuno decide quello che vuole a seconda delle proprie convizioni (o interessi, o ambizioni) e quindi ogni consigliere è partito a sè. In questo senso, forse, c’è la mutazione semantica dell’aggettivo “democratico” che non si deve intendere più come “potere del popolo”, ma come “potere di chiunque”. Detto questo termino, perché poi è accanimento terapeutico, ma è importante ogni tanto ricordare che mentre si gioca a fare gli statisti, c’è una città da governare.


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