Piena del Raganello. Il capo dei soccorsi pugliesi è di Martina Franca: “Bisogna imparare le tecniche di prevenzione”

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Il responsabile della delegazione pugliese e lucana del Soccorso Alpino e Speleologico è Gianni Grassi, martinese. Coordina tutti i tecnici volontari pugliesi ed è stato coinvolto nelle operazioni di soccorso delle persone coinvolte dalla piena del Raganello, avvenuta una settimana fa, nella quale hanno perso la vita dieci persone, tra cui Gianfranco Fumarola di Cisternino. Grassi ci racconta cosa è accaduto quella notte:

“Sono stato svegliato all’una e mezza di notte dal delegato della Calabria che mi avvisava della scomparsa di Antonio De Rasis, soccorritore e guida esperta, una persona buonissima. Ci chiedevano una mano nelle operazioni. Alle quattro del mattino è partita la prima squadra e alle sette e trenta la seconda squadra. In totale quindici volontari: undici tecnici di soccorso in forra e quattro del soccorso alpino che hanno avuto una funzione di supporto”.

Qual è stato il vostro compito?

“Il centro di coordinamento dei soccorsi ci ha dato il compito di bonificare la parte alta del Raganello, per cercare i tre ragazzi pugliesi dispersi. Abbiamo lavorato dal Sentiero degli Oleandri al Ponte d’Ilice. Il nostro lavoro è consistito sostanzialmente di cercare dispersi lungo il tratto di torrente che ci è stato assegnato. I tre ragazzi dispersi, comunque, erano da tutt’altra parte e non sono stati coinvolti nella tragedia”.

Quale situazione avete trovato?

“L’onda di piena è stata eccezionale. Durante il nostro lavoro di bonifica abbiamo trovato segni che indicavano che l’acqua aveva raggiunto il livello di tre metri sul piano di calpestio. Un muro d’acqua che scende giù a velocità impressionante portando con sé tutto quello che trova lungo il percorso, dai massi agli alberi alle persone. Alcuni corpi sono stati trovati a tre chilometri dal luogo in cui erano dispersi. Di solito gli interventi in forra coinvolgono una persona, un ferito, qualcuno che si fa male durante un’escursione. Non avevamo mai assistito a nulla del genere”.

Una situazione straordinaria ma che poteva essere prevista?

“C’era un’allerta meteo che avrebbe dovuto impedire di fatto la discesa in forra, ma a Civita il tempo era buono. Il temporale c’è stato a monte, a San Lorenzo Bellizzi. Quando si fanno queste escursioni bisogna avere sempre sotto controllo il meteo, ma non solo del luogo dove ci si trova, ma di tutto il bacino imbrifero. Non bisogna mai sottovalutare un torrente e bisogna possedere sia un po’ di esperienza di primo soccorso che avere i giusti dispositivi”.

Quali?

“In caso di piena, dopo l’impatto iniziale, subentra il freddo e il rischio ipotermia. Bisognerebbe avere coperte termiche, candele, accendini, non è una semplice gita. Bisogna conoscere tutti i rischi legati all’escursione. Bisogna avere un referente all’esterno e monitorare costantemente il meteo”.

I gruppi di escursionisti erano però accompagnate da guide…

“I gruppi pagano le guide e affidano a loro la loro sicurezza, ma non si può pensare che una sola guida si carichi su di sé i dispositivi relativi alla salvaguardia di diciotto persone. Poi al Ponte del Diavolo, dove il greto è abbastanza largo, ci va chiunque, anche in infradito e in costume da bagno. Bisogna approcciarsi a queste esperienze con attenzione, condividendo una serie di tecniche di prevenzione a cui attenersi”.

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