Alta moda e sfruttamento. Il caso Puglia sul New York Times

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Che l’industria della manifattura pugliese fosse costellata da episodi di sfruttamento e lavoro nero, non è una novità. E non lo è nemmeno il fatto che questi episodi vengano sistematicamente denunciati dai sindacati, o da inchieste giornalistiche. Leggerle però in un lungo articolo di un giornale americano, fa un po’ più effetto, sia perché vuol dire che questi fatti non sono solo il grido di qualche cassandra locale, ma perché effettivamente il laboratorio nel sottoscala fa parte di un sistema globale, nel quale, evidentemente, c’è anche Martina Franca, come ampiamente denunciato dalla CGIL. Il sindacato, però, è sempre stato trattato con sufficienza e volentieri ignorato, da una politica locale che ha preferito pagare la pubblicità alle aziende locali piuttosto che occuparsi dello sfruttamento dei propri cittadini. Ma si sa, questa cosa è meno figa e farsi il selfie con gli sfruttati può essere ritenuto inopportuno.

Nell’articolo pubblicato ieri dal NY Times, si legge cosa si cela spesso dietro l’alta moda e tra le varie persone sentite, circa sessanta lavoratrici, c’è anche la testimonianza del martinese Giordano Fumarola, segretario provinciale della Filctem CGIL, che ha più volte provato a spostare l’attenzione su questi temi. Si legge nell’articolo (tradotto senza l’ambizione di perfezione): “Un altro rappresentante sindacale, Giordano Fumarola, ha sottolineato un altro motivo per cui le retribuzioni di indumenti e tessuti in questo tratto dell’Italia meridionale sono rimaste così basse per così tanto tempo: la delocalizzazione della produzione in Asia e nell’Europa dell’Est negli ultimi due decenni, che ha intensificato la concorrenza locale per un minor numero di ordini e costretti proprietari di fabbrica a ridurre i prezzi. Negli ultimi anni, alcune società di lusso hanno iniziato a riportare la produzione in Puglia, ha detto Fumarola. Ma credeva che il potere fosse ancora saldamente nelle mani dei marchi, non già fornitori operanti su margini sottilissimi. Era difficile resistere alla tentazione per i proprietari di fabbriche di utilizzare quindi subfornitori o lavoratori a domicilio o di risparmiare denaro frodando i loro lavoratori o il governo. A ciò si aggiungono un’antipatia di lunga data per la regolamentazione, alti casi di disoccupazione irregolare e sistemi frammentati di tutela dell’occupazione e il fatto che l’occupazione non standard è stata significativamente liberalizzata da successive riforme del mercato del lavoro dalla metà degli anni ’90, e il risultato è un ulteriore isolamento per quelli lavorando ai margini“.

Ricordiamo che a Martina Franca è stata scoperta dai vigili urbani, non dalla Delta Force, una situazione forse di schiavitù, che comunque non ha provocato nessun sussulto di dignità. Un peccato, soprattutto quando pensiamo che girarsi dall’altra parte significhi far sparire il problema. Dal mondo ci guardano, e non facciamo una bella figura.


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