Il futuro della Valle d’Itria è nelle sue radici

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Economia



Tornare alla terra natìà e aiutarla a riscoprire e valorizzare il suo passato. E’ quanto ha fatto la famiglia Girolamo. Ma la favola continua, bottiglia dopo bottiglia.

Tenete bene a mente queste due cifre: 19 mila e 2 mila.

La prima si riferisce agli ettari di superfici vitate presenti in Valle d’Itria nel 1939. A metà del secolo scorso tra Martina, Cisternino e Locorotondo c’era il mare. Un mare di viti.

Leggete ora queste parole: “uve che fan gustare vini eccellenti, Grechi, Moscatelli, Malvasie e altri”. Le pronunciò l’Abate Parchitelli in relazione alla tradizione vinicola presente in Valle d’Itria, conosciuta durante i suoi viaggi. Erano gli anni ’80 del 1600.

Lo sapete perché in dialetto vino si dice “mir”? Eppure i romani dicevano “vinum”. L’origine del termine va più indietro nel tempo, fino ad arrivare agli Japigi e ai Messapi, che chiamavano il vino “merum”. Era l’XI secolo avanti Cristo. Ovvero, tremila anni fa.

Cosa indica quel 2000 iniziale?

Erano gli ettari di viti presenti in Valle d’Itria nel 2005.

In meno di 25 anni è andato perduto il 90% degli impianti produttivi della valle. Tante le cause: su tutte i cambiamenti di mercato e la conseguente vendita fuori regione dei diritti d’impianto.

Il presente non ha però tinte così fosche. Lo sviluppo generale del turismo in Puglia e in particolar modo in Valle d’Itria ha ridato nuova luce alle tradizioni enogastronomiche del territorio.

Questo lembo di terra è diventato un luogo di ricezione slow, conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo perché riesce a mettere insieme in modo unico arte, cultura, storia e ovviamente, il buon cibo e il buon vino. Ma questa piacevole evoluzione non è frutto del caso.

Un manipolo di indigeni coraggiosi ha creduto fortemente nelle sue potenzialità, al punto da investire tempo e risorse per recuperare e valorizzare i frutti di questa terra difficile e generosa allo stesso tempo. Tra questi c’è la famiglia Girolamo, trasferitasi a Milano negli anni del boom economico e tornata agli inizi del 2000 per investire nella loro antica passione: il vino.

Nasce così Tenute Girolamo, che oggi conta 45 ettari di superfici vitate quasi tutte di nuovo impianto. La cantina viene costruita da zero in contrada Carpari con tre piani sotterranei che il vino pian piano risale, dalla pigiatura alla fermentazione, fino al riposo nella splendida bottaia che oggi conta più di 500 barriques francesi e americane. Fra esse anche un centinaio di “Alain Fouquet”, nome che ai più esperti dirà certamente qualcosa. Attualmente la produzione si stanzia all’incirca sulle 300 mila bottiglie, buona parte delle quali vendute all’estero, senza tralasciare mai in mercato italiano. Si va dalla “Verdeca”, il vitigno principe della Valle d’Itria, fino al ricercato Negroamaro e all’ormai famoso “Primitivo”, passando per gli internazionali Syrah, Merlot e Cabernet Sauvignon.

Con il passaggio di mani a Piero Girolamo, il più giovane della famiglia, si è avuto anche un cambio di rotta a livello aziendale. Maggiore attenzione alla qualità, con la produzione di vini “monovarietali” mai difficili e presuntuosi. L’idea guida è quella di “riportare il vino al popolo”: fare cioè un vino leggero e piacevole nei profumi e al palato. Un vino che non necessita di un particolare evento per essere bevuto e per il quale “un bicchiere ci sta bene anche se si deve tornare subito a lavoro”.

Nuova attenzione si sta dando alle nuove tendenze del mondo vino, in particolar modo al cosidetto “turismo esperienziale”: il vino non è più solo una bevanda, ma un insieme di storia, cultura e tradizioni legate al territorio in cui nasce. Per questo motivo l’azienda sta aprendo tutti i giorni le sue porte: per dare la possibilità di scoprire la propria realtà dall’interno a tutti i wine lovers o ai semplici curiosi.

Tornare alle origini per aiutare la propria terra a riscoprire le sue origini. E’ quello che è accaduto alla famiglia Girolamo. E la favola continua, bottiglia dopo bottiglia…


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