A 220 anni dal Sacco di Martina, cosa resta di quell’eroica resistenza?

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Cultura



“La mattina del 15 marzo provenienti dalle alture di Locorotondo, due colonne di armati scendevano l’una in direzione de La Cupa, ove la collina del Carmine s’avvalla a ponente, e l’altra verso la masseria del medico Giuseppe Maggi, dietro il Convento dei Cappuccini. Erano in tutto un quattrocento uomini che agitavano bandiere repubblicane e che da’ nostri esploratori avanzati furono sentiti gridare “VIVA LA REPUBBLICA! Viva i Francesi” ed erano scherani di De Cesare, a’quali si era aggiunta tutta la feccia de luoghi convicini, specialmente di Locorotondo e di Fasano; essi miravano, ingannando i nostri difensori, a farli uscire dalle fortificazioni e a metterli poi tra due fuochi. Ma i nostri non abboccarono all’amo e non si mossero da’ loro posti. Allora costoro, vedendo frustata la loro subdola mira, si sparpagliarono e saccheggiarono tutte le masserie, violando anche le donne che vi si trovavano: non poche di queste fecero ritorno in Martina quasi completamente nude e in istato da commovere anche i nostri macigni.”

Comincia così il racconto del 1926 dello storico martinese Giuseppe Grassi (1881-1953). Una narrazione che fa il paio con quella di Donato Antonio Filomena (1769-1846), di quello che è passato alla storia come il Sacco di Martina del 1799.

Se ci si fa caso e si passeggia tra le vie non battute dai turisti nel centro Storico di Martina ci si imbatte in  toponimi come Via Pietro Colletta, Via Ignazio Ciaia, Piazza Mario Pagano, Via Cirillo, Via Buonarroti tutti patrioti della Repubblica Napoletana (da non confondere con quella Partenopea di Masaniello del 1647).

Solo un paio di  strade della nostra città portano il nome di due rei di Stato (colpevoli di tradimento), vale a dire, Giacinto Martucci (1772- 1831), uno dei leader della rivoluzione martinese del 1799 e l’altro Giuseppe Aprile(1731- 1813), ma questo, molto probabilmente, solo perché era un illustre cantante )

Secondo il memorialista Filomena nei fatti di quegli anni a Martina erano coinvolte all’incirca ottocento persone, ma furono schedati come rei di Stato solo in 153 come riporta lo studio dell’analista storico Giovanni Semeraro pubblicato sulla rivista Città e Cittadini del Gruppo Umanesimo della Pietra.

Nel 1978 la studiosa inglese di toponomastica Margaret Gelling pubblicò il testo “Signpost to the past”, dove raccontava in sostanza che dallo studio della toponomastica della capitale inglese si poteva ricostruire la memoria storica dei cittadini londinesi.

Un saggio davvero illuminate che già allora s’interrogava su come coltivare la memoria collettiva e che oggi, più che mai, si sta perdendo.

Sono passati 220 anni dai fatti del 1799 a Martina e di quei 153 patrioti che credettero che ideali come libertà e giustizia avrebbero cancellato la tirannia e avrebbero elevato tutti, nobili e no, allo status di citoyen (cittadino parte attiva della collettività), nemmeno una targa.

Nessuno ricorda.

Per la cronaca, torniamo al racconto dello storico martinese Giuseppe Grassi: “La mattina seguente, sabato 16 marzo, un duemila uomini con cavalli e artiglierie scendevano da Locorotondo, e parte si raggruppavano presso Masseria Maggi, parte sotto  La Cupa una valle a ovest del paese. Nello stesso tempo un altro stuolo di armati più numeroso, anch’esso con cannoni e cavalli, scendeva da Monte Tullio, ove allora passava la strada  Taranto Martina… Le due masse erano comandate l’una, quella che scendeva da Locorotondo da Giovanni Battista De Cesare, l’altra da Pietro Boccheciampe (ex militari corsi incaricati del re Ferdinando IV per agire contro i nemici dello Stato)  e la loro manovra era chiara: attaccare il paese da tutti i lati. All’aurora successiva… un altro trombetto si fece innanzi chiedendo di nuovo, e per l’ultima volta ai martinesi di arrendersi. Ma in una nuova storica riunione, convocata d’urgenza da Giacinto Martucci durante la notte, i capi rivoluzionari avevan deciso di resistere fino al l’ultimo sangue…”

Il canonico Grassi ci racconta come finì quella storica resistenza: il lealista Giovanni Battista De Cesare riuscì a sfondare la porta ferrata di Santo Stefano, grazie anche agli armigeri del duca che ostacolarono, tradendoli, i patrioti martinesi, riuscendo così a entrare in città, dando il via al Sacco di Martina.

Quel che resta oggi nella memoria di quel sacrificio è poca cosa, venerdì 15 marzo in occasione del Memorial Palasciano, nel 220° anniversario del sacco di Martina, alle 19:00, nella sede della dell’Associazione Artigiana di mutuo  Soccorso, l’ing. Giovanni Semeraro accompagnato dal direttore dalla rivista Umanesimo della Pietra, Nico Blasi,  racconteranno chi erano i protagonisti di questa eroica resistenza che ha segnato la storia di Martina e della valle d’Itria.

Sarebbe opportuno aprire un dibattito sul tema ed esserci ci aiuterà tutti a ricordare.


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