Settimana Santa. A San Domenico in mostra il Velo della Veronica

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In esposizione la rara reliquia del volto santo di Cristo nella Chiesa di San Domenico a Martina franca. E’ una delle poche copie esistenti al mondo del Velo della Veronica

Entrano nel vivo i riti della Settimana Santa anche a Martina Franca, in una regione, la Puglia, giustamente famosa per i suoi solenni riti pasquali a base di processioni e feste laiche, come ad esempio lo “sparo” della Quarantena (previsto sabato 20 aprile alle 20.00 al bar “Tripoli” in piazzetta Garibaldi). L’antica chiesa e parrocchia di San Domenico, ricostruita nel 1745 in stile rococò e a detta di molti una delle più belle chiese del meraviglioso centro storico di Martina, su iniziativa del giovane parroco don Piero Lodeserto e del suo staff espone in questi giorni sugli altari all’interno la propria serie di preziose statue della Passione di Gesù, includenti un’Addolorata, un piccolo Cristo Morto, un Cristo Ecce Homo, un Crocifisso (quasi a far concorrenza alla più celebre processione dei Misteri organizzata il venerdì Santo dalla confraternita di Sant’Antonio di Padova) e, ciò che appare quasi inedito, una copia del Velo della Veronica, una delle pochissime copie d’epoca esistenti al mondo del presunto originale custodito in Vaticano nella Basilica di San Pietro, il Quale ha una storia curiosa che Damiano Nicolella, ricercatore e storico locale, ha pazientemente ricostruito da documenti d’archivio, “false piste” d’indagine ed eventi prodigiosi.

(Da Wikipedia): “Questa reliquia di origine ignota giunse a Manoppello nel 1506, portata da uno sconosciuto pellegrino, scomparso senza lasciare traccia subito dopo aver consegnato il Velo al fisico Giacomo Antonio Leonelli. Un racconto, in parte leggendario, di padre Donato di Bomba, la Relatione Historica , confermato da un atto notarile del 1646, per la donazione del Velo ai padri cappuccini da parte del dottor Antonio de Fabritiis, narra che il Velo nel 1506 fu lasciato in dono da uno sconosciuto al dottor Giacomo Antonio Leonelli, e che la sua famiglia lo conservò fintanto che Marzia Leonelli lo vendette a Donato Antonio de Fabritiis. Il nuovo proprietario pensò subito a dare una sistemazione più conveniente al Velo, ridotto ormai in cattive condizioni, pregò perciò il padre Clemente da Castelvecchio di affidare all’arte di frate Remigio da Rapino la sistemazione del Velo. Esso lavorò la cornice di noce e preparò i due vetri che ancora oggi racchiudono l’immagine. Padre Clemente avrebbe però eliminato, intorno al Volto, tutto il resto della tela che aveva la proporzione di una tovaglia, che avrebbe potuto costituire un indizio per stabilire la località di origine. Una volta risolto il problema della conservazione, De Fabritiis si recò dai padri cappuccini nel 1638 che inserirono la reliquia nella loro chiesa. Nel 1703 la festa della Trasfigurazione del Signore incominciava ad essere la festa propria del Volto Santo. È tuttora conservata nel paese abruzzese, nell’omonimo Santuario.  Il 1º settembre 2006papa Benedetto XVI si è recato in visita privata a Manoppello, accolto dall’arcivescovo di Chieti-VastoBruno Forte e dai vescovi della Regione ecclesiastica Abruzzo-Molise, dai sacerdoti della diocesi teatina e da 7000 fedeli; ha fatto visita al santuario per venerare l’immagine, senza peraltro pronunciarsi sul fatto che il Volto possa essere o meno un’immagine acheropita e che possa essere identificato con la Veronica.[1] Dopo tale visita papa Benedetto XVI ha elevato il santuario a Basilica minore. Il gesuita Heinrich Pfeiffer, docente di Iconologia e Storia dell’Arte Cristiana alla Pontificia Università Gregoriana, dopo 13 anni di studi è convinto si tratti del sudario poggiato sul volto di Cristo dopo essere stato posto nel sepolcro (è stato difatti appurato, con idonee strumentazioni, che l’immagine del volto di Manoppello è perfettamente sovrapponibile al volto dell’uomo della Sindone). Il velo della Veronica era esposto nell’antica basilica di San Pietro in Vaticano già nell’Anno Santo del 1300, tanto che lo stesso Dante ne parla nel canto XXXI del Paradiso (vv. 103-111) e Petrarca in “Movesi il vecchierel…” (sonetto XVI del Canzoniere): ivi si trovava in una cappella, abbattuta nel 1608, circostanza in cui fu rubata rompendo il vetro del reliquiario. Inoltre, padre Pfeiffer ha indagato sistematicamente le opere artistiche che ritraggono il volto di Gesù secondo il Velo prima del divieto in tal senso imposto da papa Paolo V nel 1616: in questo modo ha scoperto che diversi dettagli (occhi aperti, il taglio dei capelli, le tracce di sangue, la conformazione del viso, le caratteristiche della barba) sono tutti riscontrabili nel volto che si trova a Manoppello. Tale ipotesi però contrasta con le testimonianze che vogliono il tessuto a Manoppello già nel 1506, perché il furto del velo della Veronica è del 1608. In effetti una copia della “Relatione historica” conservata all’Aquila riporta un’annotazione secondo la quale nello stesso anno il marito di Marzia Leonelli avrebbe trafugato la reliquia dalla casa del suocero e Pancrazio Petrucci era un soldato di ventura. Solo nel 1646 venne letta pubblicamente insieme al documento attestante la donazione e si procedette per la prima volta all’esposizione del Volto Santo. Restano quindi incerte la data e le circostanze in cui la Veronica, sparita da Roma, giunse a Manoppello”.
Fin qui Wikipedia. Ma come è giunta tale copia del Velo della Veronica a Martina? Come riferisce appunto sopra Wikipedia, la copia del Volto Santo di dantesca memoria custodita in Vaticano ha gli occhi chiusi, mentre il Volto Santo di Manoppello ha gli occhi aperti. Una copia del primo fu dipinta su panno e data in dono al cardinale Innico Caracciolo vescovo di Aversa (1642-1730), della famiglia ducale di Martina, dai cappuccini di Siena dietro permesso di papa Clemente XI. Lo stesso cardinale (vedi immagine in allegato, tratta da una incisione dell’epoca) donò ai martinesi la reliquia di Santa Martina, oggi custodita al Museo della Basilica di San Martino (MuBa). Per custodire degnamente detta copia del Volto Santo (con gli occhi chiusi), fu riattata la prima cappella a destra della chiesa dei Cappuccini di Martina, immersa nell’ameno paesaggio della valle d’Itria, in cui Essa fino alla fine del Settecento era visibile nella macchina lignea dell’altare completamente intarsiato, esposta ai fedeli su un cilindro ruotante con dall’altra parte l’immagine dell’Addolorata, fatto ruotare con un ingegnoso sistema di ingranaggi nascosto nell’altare e restaurato come tutto il retablo ligneo intorno al 2001. Quando i frati cappuccini furono mandati via nell’Ottocento dal loro convento in seguito alle soppressioni anticlericali, donna Francesca del Giudice, duchessa di Martina erede dei Caracciolo (secondo quanto dice un manoscritto dello storico martinese don Giuseppe Grassi) salvò la reliquia del Volto Santo dalla dispersione portandola nel convento delle Monacelle, di diretta proprietà dei duchi di Martina, affidandolo alle monache agostiniane di clausura che ivi risiedevano. Le monache, non più di clausura (abolita nel 1934) oggi sono ridotte ad un’ultima suora ottantenne che ancora vive qui nel monastero delle Monacelle, la quale ancora oggi espone detta reliquia del Volto Santo in un “sepolcro” (altare della Reposizione) il Giovedì Santo pomeriggio e Venerdì Santo mattina durante il consueto “giro dei Sepolcri” (visita agli altari della Reposizione dell’Eucarestia) o “giro delle sette chiese”, un affollato pellegrinaggio di martinesi e turisti presenti durante la Settimana Santa a Martina. Fino a circa vent’anni fa, chi aveva bisogno di una grazia da ricevere (di norma pie donne), dietro il versamento di un’offerta alle Monacelle con tanto di ricevuta, faceva pregare da esse 5, 10, 15 o 20 giorni o anche un mese (una specie di tariffario quindi) il Volto Santo, ancora oggi esposto durante il resto dell’anno nella chiesa del convento. Da circa quindici anni invece l’adiacente parrocchia di San Domenico chiede la reliquia in prestito per esporla sul proprio altare maggiore, dove oggi, a cura di don Piero Lodeserto, è visibile ed esposta alla venerazione dei fedeli. Altre copie del Velo della Veronica al mondo, oltre al celebre santuario di Manoppello, sono nel palazzo di Hofburg a Vienna, in Spagna a Jaen ed Alicante, ed a Genova nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni, dove fu donata nel XIV secolo, al doge Leonardo Montaldo dall’imperatore bizantino Giovanni V Paleologo. Una aprocrifa tradizione, per rimanere in tema, riferisce che un altro imperatore bizantino della dinastia dei Paleologo abbia recato a Taranto l’immagine della Madonna di Costantinopoli oggi custodita nella chiesa di San Giuseppe a Taranto vecchia in via Garibaldi affiancata dai Santi Medici Cosma e Damiano, in realtà rifacimento di epoca più tarda.



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