Abituarsi a stare insieme. Il 2020 sia l’anno del ritorno della socialità.

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Editoriali



È stata come una rivelazione quella di alzare lo sguardo dallo schermo dello smartphone dopo qualche minuto che camminavo nel centro storico, per la consueta passeggiata quotidiana. L’allargarsi dello sguardo sulle case bianche è stato accompagnato quasi da un sospiro di sollievo, qualcosa tipo: ecco cosa ci stiamo perdendo. Ecco cosa ci stiamo perdendo, cosa abbiamo perso in questi anni chini e concentrati su pochi centimetri di schermo, mentre pian piano ci convincevamo che quei minuti passati a scorrere le bacheche dei vari social non fossero sprecati. I minuti sono diventati ore e basta guardare sulle statistiche dei vostri apparecchi, mentre il mondo fuori andava avanti. Il 30 giugno scorso ho scritto l’ultimo post su Facebook, dopo quasi undici anni di frequentazione, l’odio che scorreva parola dopo parola mi aveva nauseato, ma soprattutto le modificazioni nelle relazioni.

All’inizio è stato bello, Facebook mi ha messo in relazione con moltissime persone, scoprendo storie interessanti e nuovi amici. Poi però lo stesso funzionamento dell’algoritmo, che ha come obiettivo quello di far passare più tempo possibile connessi gli utenti, e una sorta di gioco psicologico per il quale in bacheca comparivano post o su cui ero molto d’accordo o molto in disaccordo, utili comunque per favorire l’interazione, ha asciugato il discorso, polarizzandolo. L’odio, appunto, non è un effetto collaterale, è il carburante che spinge all’interazione, perché brucia immediatamente, ci spinge a commentare, argomentare, discutere. 

Il 30 giugno ho, personalmente, detto basta. Sono sei mesi, quindi, che non scrivo nulla sui social, non frequento Instagram, e poco Twitter. Le informazioni le prendo dai giornali o da fonti attendibili, ma soprattutto stando in ascolto. Ho scoperto che è possibile assistere a fatti di cronaca o di politica molto importanti senza l’obbligo di commentare e che quindi non è obbligatorio dogliarsi per la scomparsa di qualcuno di famoso, piuttosto che commentare l’ennesima cazzata del cazzaro eletto di turno.  Inoltre l’abitudine alle short form quasi mi aveva disabituato ad avere la pazienza di leggere libri, senza la necessità di mettere like, commentare o condividere.  Eppure non si pensi che queste siano parole neoluddiste, o l’invito a spegnere i cellulari. Il web 2.0 ha permesso a milioni di persone di fare un balzo in avanti, di fare cose solo dieci anni fa impensabili, di conoscere, organizzarsi, condividere, fare amicizia, innamorarsi. Ci hanno potenziato, come già prevedeva McLuhan decine di anni fa. Eppure non sono un modo a parte rispetto a quello offline, ma sono solo una dimensione ulteriore, con regole e dinamiche diverse.

Le dimensioni, sebbene fisicamente divise da uno schermo touchscreen, si compenetrano, scivolano l’una nell’altra come fossero fluide. E le conseguenze di azioni online hanno ricadute offline e viceversa. Ma soprattutto accade che la comunicazione digitale, che avrebbe dovuto solo accompagnare alcune azioni nel mondo offline, spesso diventa preponderante, come se ci fosse una sorta di circolo vorace che più gira più pretende.

E pretende una sola unica cosa: la nostra attenzione, che si misura in tempo. Il poco tempo a disposizione per le attività non lavorative e non legate alla quotidianità, spesso viene assorbito dall’interazione sui social, con una serie di conseguenze, che dopo dieci anni sono abbastanza evidenti. Una su tutti è il fenomeno dello “slacktivism”, ovvero la sensazione di partecipare davvero a movimenti per il cambiamento semplicemente mettendo like e condividendo post. Oppure possiamo citare il famoso effetto di Dunning-Kruger, per il quale più qualcuno è ignorante su un argomento, più pensa di saperne. In parole povere, sintomi di quell’analfabetismo funzionale che ci ha resi tutti un po’ peggiori rispetto alle vecchie generazioni.

I social sono la causa di tutto questo? No.

Le piattaforme di condivisione digitali hanno solo reso evidente quanto siamo stronzi e ignoranti, dando la stura alla parte peggiore di noi.

Che c’entra tutto questo con Martina Franca?

Ve lo spiego subito. Fino a una decina di anni fa, nonostante il periodo politico e sociale che la città stava attraversando, si erano creati fenomeni aggregativi interessanti, la cui lunga coda ha permesso e in qualche maniera legittimato, l’elezione della prima Amministrazione Ancona. Questa socialità col tempo si è annichilita, sia perché la strategia politica di Palazzo Ducale è stata tesa a inglobare tutto quello che poteva essere digerito e presentato come prodotto del buon governo, sia perché il tempo a disposizione degli individui che formavano questa socialità è stato assorbito dalla gestione della presenza sui social. Il dibattito pubblico si è spostato su Facebook e sebbene all’inizio (chi si ricorda il primo Vox Populi?) sia stato un bellissimo esempio di partecipazione attiva, col tempo il fenomeno si è radicalizzato andando a perdere quella genuina forma di partecipazione, favorendo l’innesto dei vecchi volpini, i soliti cani di masseria che con l’esperienza maturata in anni e anni di servaggio hanno cambiato di senso alle discussioni e utilizzato gli strumenti per trarne i soliti vantaggi personali.

D’altro canto la discussione online ha fatto in modo che anche la classe dirigente si facesse influenzare dai modi di comunicare moderni, senza però alcuna adeguata preparazione, fino a divenire vittima essa stessa del discorso dell’odio, sia in maniera attiva che passiva, alimentando una sorta di competizione psicotica alla ricerca dell’azione politica che non trovi critiche.

Così, da un lato il tempo a disposizione per la vita sociale si è assottigliato e utilizzato per i social, dall’altro i tempi di reazione a qualunque cosa sono diminuiti spaventosamente. Basta cronometrare il tempo che ci vuole per commentare un qualsiasi articolo, che è sicuramente inferiore al tempo che servirebbe per leggerlo per intero, farsi un’opinione e quindi trovare le parole giuste per commentare. Il tempo necessario per capire, per ragionare al di là delle emozioni, usando la testa e non la pancia. Il tempo necessario per metabolizzare quanto letto e non pensare a come commentare.

Infine la polarizzazione della comunicazione pubblica favorita dai social, come detto prima, dovuta proprio alla struttura stessa del mezzo di comunicazione, ha creato una frattura sensibile in città, tanto da impedire una qualunque discussione laica su qualunque argomento: da un lato politici impreparati e insicuri che vivono ogni critica come attacco personale, dall’altro una città incattivita e spesso ignorante che non capisce cosa accade né fa domande, né cerca risposte.

Il terreno dello scontro sono appunto i social, tanto che il Consiglio comunale sembra perdere sempre più i connotati dell’arena democratica dove nulla è dato per scontato, assumendo quello dove vengono ratificate le decisioni prese dall’esecutivo.  

Come impegno per il 2020, a partire dal 2020, sarebbe bello che ognuno dedicasse almeno due ore a settimana ad un’associazione, a un partito, a fare qualcosa di sociale senza social, senza selfie, senza post, senza dirlo. Servirebbe a diminuire l’intossicazione culturale di cui siamo vittime e carnefici allo stesso tempo. Servirebbe anche per riportare alla luce quel tessuto connettivo di Martina Franca che ha salvato la città nei momenti di crisi, quel tessuto che non si abitua ma non perché invidia, ma perché ha in mente un’idea di futuro migliore, dove il benessere si misura non dalla distanza del parcheggio dal centro ma dalla possibilità realizzare i propri sogni e assolvere ai propri bisogni, che coinvolga le menti migliori, i volenterosi, senza costringerli ad essere d’accordo con l’assessore di turno per offrire la propria esperienza alla città. Servirebbe comprendere che Facebook serve più per ascoltare che per dire, che Instagram serve per conoscere la bellezza e non per apparire.  Basterebbe per un attimo alzare lo sguardo dallo schermo del cellulare (ma non senza prima aver finito di leggere questo articolo). Buon 2020 a tutti!

(Foto presa da qui)


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