20 febbraio 1743. Il terremoto che ci diede la Basilica di San Martino

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Cultura


di Damiano Nicolella

277 anni fa l’intera Terra d’Otranto, l’antica provincia del Regno delle Due Sicilie di cui faceva parte Martina fino al 1927, tremò a causa di un terremoto. L’epicentro fu a Nardò dove ci fu un centinaio di vittime e“grazie” a quel terremoto che la vecchia collegiata angioina di San Martino, risalente agli albori della storia cittadina e ricchissima di altari e opere d’arte oggi disperse (fra cui la “Santa Caterina d’Alessandria” di Stefano da Putignano datata 1511 custodita oggi in una casa privata) fu rimpiazzata dall’attuale basilica rococò simbolo della città della valle d’Itria.

In quegli anni, similmente a quanto sta accadendo oggi nel centro-sud con i disastrosi terremoti di Amatrice e della vicina Albania, vi fu uno sciame sismico che durò decenni. Nel 1710, e precisamente il 7 dicembre, l’antico cronachista locale “Anomato” tramanda che “vi fu una grave scossa di tremuoto in tutto il Regno (di Napoli, n. d. r.) che durò il tempo di un Credo all’incirca” (all’epoca, non essendovi i moderni orologi portatili, si misurava approssimativamente lo scorrere del tempo in minuti con la recita delle preghiere più comuni), la quale non fece danni né a cose né a persone. Essendo quel giorno la vigilia della festa dell’Immacolata, si attribuì nel Regno delle Due Sicilie lo scampato pericolo all’intercessione della Vergine, come continua l'”Anomato”, “per essere speciale protettrice di esso”. Da allora a Martina, Manduria (come ripreso di recente da studiosi della città messapica), Taranto ed altri luoghi fu inaugurata ogni 7 dicembre l’usanza de “‘a vescéglie d’a ‘Mmaculète”, ovvero il digiuno in onore di Maria come ringraziamento ed ex-voto per il mancato danno sismico; usanza giunta fino a noi e oggi praticata solo da pochi devoti. Tale digiuno nel capoluogo jonico veniva interrotto da chi lo praticava a mezzogiorno con l’unico cibo permesso: la “mescetate”, piccola pagnotta mangiata dai digiunanti in onore della Madonna.

A Martina invece dal 1730 il cardinale Innico Caracciolo dei duchi locali aveva già introdotto nel vasto insieme di devozioni locali la figura di Santa Martina vergine e martire compatrona di Roma (30 gennaio), da venerarsi a protezione dai fulmini e dai terremoti. Pochi mesi prima di morire, essendo il Caracciolo titolare del cardinalato della chiesa dei Santi Luca e Martina nell’Urbe in cui è sepolta la Santa, egli aveva mandato alcune Sue reliquie (oggi custodite in un prezioso reliquiario esposto nel MuBa – Museo della Basilica a Palazzo Stabile) alla maggior chiesa martinese invogliando i concittadini a pregarla per tenere lontane le saette e le scosse telluriche. Santa Martina (in allegato, foto del Suo quadro venerato in Basilica) evidentemente fece giovare il Suo patrocinio sulla nostra cittadina, se al successivo terremoto del 20 febbraio 1743 appunto non si registrarono danni a persone, ma solo un grande spavento e preoccupanti fenditure alle fragili mura angioine di San Martino. L’arciprete Isidoro Chirulli, personaggio poliedrico, dopo quel decisivo 20 febbraio fra innumerevoli polemiche e liti tra clero, duca e università (in cui si infilarono ad arte anche alcune famiglie di nuovi “arricchiti” che fecero di tutto per avere una propria cappella all’interno del nuovo tempio) buttò a terra l’ormai inutilizzabile chiesa medievale romanica ed eresse al suo posto l’odierna collegiata (dal 1998 basilica minore) che desta oggi l’ammirazione di devoti e turisti. L’arciprete Chirulli diede un posto sulla facciata in alto a destra anche a Santa Martina con apposita statua. Da quel lontano 20 febbraio 1743, anche se altri terremoti hanno riguardato il sottosuolo della valle d’Itria, (per caso o volontà divina?) nessuno edificio di Martina è più crollato o ha subito danni.


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