Per non perdere il centro storico, perdiamoci nel centro storico

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Società


Qualche giorno fa è venuto a mancare Raffaele Carucci, politico della vecchia scuola, vendeva bombole di gas nel centro storico. Pochi giorni prima anche Giovanni Basile, u seggetter, che aveva la bottega dietro San Domenico, ha lasciato questo mondo. Due anni fa è toccato a Vito, di Salvasoudd e a Annetta, che faceva le orecchiette e tesseva.

Il discorso sul centro storico di Martina Franca è sterile quando si parla di pietre e di calce, di chianche e di barocco e non si parla di persone. Le pietre, si sa, non hanno un’anima, non hanno una storia, se non quella che gli uomini decidono di darle. Tracciarsi da soli il perimetro del discorso sul centro storico limitandolo alle pietre, è una scelta arida come un mezzogiorno di luglio in un vignale di spine, dove basta una scintilla perché prenda fuoco tutto rapidamente, ma brucia solo la superficie. Se non si riesce a percepire che il valore del centro storico, ma anche di ogni parte di città, è dato dalle persone che ci vivono, dai loro respiri e dalle loro storie, dalle parole che hanno pronunciato o dagli incontri che hanno fatto, è solo un esercizio di stile. Difendere il bello, chiedere la manutenzione, la pulizia, farsi un selfie, sono modalità fasulle di conoscenza, attraverso un vetro, dove non si sa bene chi è che sta nell’acquario. 

Passare davanti a portoni semi-aperti e non chiedersi quanto ripidi siano gli scalini, immaginare le solitudini dietro i vetri dei bassi, o i muri crepati di calce, la mattina preparare i bambini per andare a scuola, i vicoli scuri di notte, il cupo ruscere del vento nelle sere scure, l’erba che cresce tra le fughe delle chianche, la vita insomma, quel respiro che esiste ovunque ma che nel centro storico ha un odore diverso, ma grazie alle persone che vi abitano e che lo cambiano in continuazione.

Il discorso sul centro storico è sterile, dunque, perché troppo spesso mette al centro le pietre, perché dimentica le persone, perché da anni si annunciano politiche a favore della città vecchia e non c’è stato altro che un enorme albero di plastica a coprire San Martino, che confonde consigli comunali monotematici con pillole di cortisone contro le infiammazioni. Sterile come la conta dei parcheggi e delle auto, insufficiente come il nuovo basolato fatto di chianche scadenti.

Ecco cosa potrebbero fare i martinesi, invece di scrivere sui social, invece di commentare: potrebbero uscire dai ranghi, letteralmente delirare, abbandonarsi ai vicoli stretti, alle svolte sconosciute, ai bivi inaspettati, invece di fare le vasche da San Martino allo stradone, di domenica in domenica, girare all’improvviso, perdersi e poi ritrovarsi. Mettersi in ascolto, far girare i piedi. Lasciar perdere le pietre, che quelle aspettano, ma andare a cercare le persone. 

(foto della bottega di Giovanni Basile, scattata da Anna Laura Zizzi)


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