Coronavirus. La testimonianza di un medico di Martina operante a Roma: “Non vi lasceremo soli”

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Società


In questi giorni abbiamo sentito e letto molte testimonianze di medici e infermieri che senza sosta stanno lavorando in prima linea contro il Coronavirus. Anche noi abbiamo ricevuto la testimonianza di un medico di Martina, Antonio Devito, specializzato e operante a Roma che dopo una notte al Pronto Soccorso si è lasciato andare in uno sfogo che ci ha inviato e che pubblichiamo integralmente.

“Ho scelto di studiare Medicina durante la maturità perché sin da piccolo il mio sogno era sempre stato quello di insegnare matematica. Se non avevi molta disponibilità economica e se vivevi in un paesino della Puglia, l’Università di Medicina somigliava a qualcosa di molto lontano, inarrivabile e solo per figli di papà. Tutti dicevano: studia medicina perché sarà l’unica laurea che ti farà vivere in modo dignitoso e con la certezza di portare un buono stipendio a casa. Con molti sacrifici, soprattutto da parte di mio padre, a 25 anni mi sono laureato e specializzato in Geriatria a Roma lavorando durante i week end per non pesare molto sulla mia famiglia e i miei fratelli e stando lontano da loro per anni e anni.
Aver studiato e lavorato tanto per agire poi in prima linea in Medicina d’Urgenza dove in un meccanismo e con processi straordinari in pochi minuti devi salvare la vita di un malato.

In questi giorni di panico generale, di paura, di angoscia e di malessere mi sono davvero reso conto di cosa significhi per me fare questa vita.
Amo il mio lavoro con tutto me stesso… un lavoro che ci ammazza, a volte ci distrugge psicologicamente, vivere la sofferenza, il dolore e la morte tutti i santi giorni, vi assicuro che non è facile. Non dimenticherò mai quando morì la prima paziente davanti ai miei occhi mentre ero specializzando e piangendo, abbracciai tutta la sua famiglia perché la sentivo ormai anche mia. I colleghi più grandi dicevano: ti abituerai e piano piano non piangerai più. Questo non è vero. Non ci si abitua alla morte, a refertare con freddezza un elettrocardiogramma di un paziente che ha appena smesso di respirare.

I turni lavorativi nei week end, i turni di notte, di Natale, di Pasqua e di Ferragosto diventano parte di te, stare lontano dalla tua famiglia diventa parte di te, non vedere i tuoi amici perché devi visitare con urgenza la vecchietta a casa che non respira mentre sei al pub con i tuoi amici, diventa parte di te. Per alcuni siamo eroi, per altri siamo fortunati perché lavoriamo e ci pagano ‘bene’ dicono.

In questo momento storico mi accorgo di quanto ami il mio lavoro sempre di più. Essere in prima linea per aiutare e salvare il numero maggiore di persone, non creare il panico tra i pazienti che hanno paura di sto maledetto virus quando arrivano in pronto soccorso e magari fare loro una carezza e spiegarli che tutto andrà bene. Accarezzare un paziente guarito, dare una pacca sulla spalla ad un padre o a un figlio e dire loro che il loro parente starà meglio fa battere forte il cuore perché in quel momento senti dentro di te che hai dato un senso a tutti i tuoi sacrifici.

Confrontarsi ogni giorno con colleghi, infermieri, ausiliari per capire se tutto quello che stiamo facendo sia giusto oppure se dobbiamo migliorare o fare di più, ci rende una grande famiglia, la seconda famiglia che ti rende una persona viva.
Siamo esposti più di voi, siamo a contatto con la malattia 24 ore su 24, siamo pericolosi per noi stessi e per i nostri cari ma abbiamo scelto noi questa vita, abbiamo scelto noi il lavoro più bello del mondo e quando questo sarà tutto finito spero solamente che nessuno si permetta più di dire: ti denuncio perché non mi hai visitato subito (magari per un mal di testa da 3 mesi) oppure hai fatto morire mamma (magari di 100 anni). Che non si dica più: mi devi visitare subito perché io pago le tasse.

Noi medici non paghiamo solamente le tasse, paghiamo e rischiamo la nostra vita ogni minuto, ogni giorno e sono sicuro che se ci dicessero abbandonate la nave e salvatevi il culo in questo momento, nessuno lo farebbe mai. Mi è capitato anche in questi giorni che la gente avesse paura di avvicinarsi perché sono un medico, vorrei solo ricordarvi che combattiamo ogni giorno malattie infettive anche più contagiose e anche più gravi quindi non abbiate paura di noi.

Per i colleghi che hanno perso la vita in prima linea, per tutti gli operatori sanitari, per gli ospedali in affanno dopo anni di tagli, di chiusure, di soprusi alle nostre professioni, vi assicuro che tutto questo non rimarrà vano perché se vorremo, riusciremo ad essere il popolo migliore del mondo che saprà rialzarsi e tra qualche mese saprà guardare le cose da un angolo diverso.

Non vi lasceremo soli.
Piccolo sfogo dopo una notte in Pronto Soccorso a Roma”

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