Lo stupido è immune. Cosa insegna la pandemia.

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Editoriali, Società


Durante l’epidemia dell’influenza spagnola, i morti venivano seppelliti al cimitero senza nemmeno il funerale. Come ora, praticamente. Non ci sono anziani che hanno una memoria diretta di quel periodo, perché sono passati più di cento anni, ma hanno vissuto in prima persona il racconto dei sopravvissuti. Tutte le nostre famiglie hanno avuto dei lutti, alcune sono state completamente distrutti.

Mia nonna, che è nata un paio d’anni dopo, racconta che a differenza di quello che sta accadendo ora è l’aria diversa: “Prima l’aria era più pulita”, dice mia nonna in con una videochiamata, che sono settimane che non ci vediamo, anche se abitiamo a poche centinaia di metri, “ora con tutte queste macchine e lo smog è peggio”. Questa analisi fatta da mia nonna, che ha vissuto la guerra e la povertà, ma non ha contezza (che io sappia) dei problemi dell’effetto serra, è stata confermata da alcuni studi che sostengono che la mobilità del virus sia in qualche maniera agevolata dalla presenza di inquinamento.  A ben vedere la mappa dell’inquinamento corrisponde anche con la mappa delle zone italiane più industrializzate e può essere, anche, ma qui nessuno ha studiato epidemiologia o medicina, che il contagio sia agevolato anche dal fatto che in quei luoghi non si è smesso di andare a lavoro.

E come si potrebbe? Ve lo immaginate un operaio della catena in un’impresa che produce ingranaggi che si porta il lavoro a casa? Le fabbriche non chiudono, l’abbiamo visto a Martina Franca. Le fabbriche non chiudono per una serie di motivi. Praticamente l’Italia si è svegliata un giorno scoprendo come si sente Taranto.

Lavoro o salute?

Non può esserci esclusione: benvenuta complessità. Questo dilemma è la base della tragedia greca, come è spiegato benissimo qui. Dire alle aziende di chiudere significa mettere gli imprenditori nella condizione di non sapere se è possibile ripartire, perché il mercato non si ferma, non aspetta nessuno, ma è anche vero che si mette a repentaglio la salute dei lavoratori. 

Che fare, quindi? Garantire il rispetto delle regole da parte delle imprese e in generale da parte di tutti, perché sembra che ormai la diffusione del coronavirus, dipenda da chi non rispetta la distanza sociale, ovvero almeno il metro tra una persona e l’altra. Per rispettarla, sono state chiuse le scuole e le attività non essenziali, e limitando le libertà personali fino all’osso. E la popolazione, che non vede attualmente alcuna fine, si appiglia a qualsiasi cosa pur di avere speranza, a cominciare dalla mascherina, a cui si dà un potere quasi magico, tanto da essere nate attività speculative.

Homo stupidus, o l’immune

Ebbene sì, perché nel pieno dell’emergenza, c’è chi pensa a sé stesso, a come sfruttare l’occasione. Il compianto Carlo Maria Cipolla ci regalò le uniche leggi sempre valide: quella della stupidità umana. Secondo lo storico, gli uomini si dividono in intelligenti, sprovveduti, cattivi e stupidi. Questi ultimi sono la maggioranza e la loro distribuzione travalica i confini di sesso, religione e classe sociale. Sono coloro che con le loro azioni fanno del male a sé e agli altri. Sono quelli che speculano sulla mascherina o che nonostante presentino sintomi o hanno avuto contatti con pazienti potenzialmente infetti, vanno girando come se nulla fosse.

Sono, per dirla invece col filosofo Roberto Esposito, gli “immuni”. Qui vi chiedo un po’ di attenzione, perché il passaggio è semplice, ma determinante. Da un punto di vista etimologico, ovvero di origine della parola, “immune” indica chi è esente da oneri o obblighi, dal munus. Pensate al concetto di “immunità parlamentare”, che indica la possibilità per gli eletti di non dover rendere conto delle loro azioni alla giustizia. Nell’antichità romana, gli “immuni” erano coloro che erano esentati anche dalle cariche pubbliche. Immunità, quindi, è l’esatto contrario di comunità. Se la comunità si fonda nella condivisione di doveri e oneri, l’immune non ne fa parte, quasi ne mina il fondamento. Ecco, quindi, come in questo momento di pandemia globale, dove si muore perché dopo anni di tagli al pubblico per fare favori ai privati non ci sono posti nelle terapie intensive, il concetto di immune combacia col concetto di stupido. Mentre la comunità si piega al sacrificio per poter rallentare e sconfiggere la pandemia, lo stupido, che pensa di essere immune alle regole (magari perché pensa di essere immune al virus), le viola in continuazione e mette a repentaglio la tenuta stessa della comunità, la sua salute.

Lo stupido non si scopre immune oggi, ma lo è da sempre, allevato in una società dove gli si è fatto credere che le regole valgono per i poveri, per gli ultimi, che esistono categorie che possono sentirsi esentati, immuni appunto, dalle regole.

Ad esempio, e vale solo come esempio, se sei un medico e ti comporti come se non ti riguardasse il protocollo antivirale: rimanere a casa e chiamare i soccorsi.

O se si viola la quarantena dopo aver avuto contatti con qualcuno sceso dal nord, perché abituati a essere al di sopra delle regole. 

La pandemia sta mettendo in evidenza questi cortocircuiti e di come queste presunte immunità mettono a repentaglio la salute della comunità. La pandemia sta mettendo sul piatto il conto salato di una società che è fondata sul privilegio, che sposta sugli ultimi la responsabilità di non essere stata pronta ad affrontare una emergenza, che ha vissuto come se fosse sempre estate, come se non si potesse fare altro che consumare: prodotti, servizi, privilegi. Che non ha posti letto a sufficienza, e che anche nell’emergenza prova a speculare. La pandemia, infine e per ultimo, ci sta mostrando i limiti di una società fondata sul superfluo e sul consumo, che va in panico qualora i supermercati chiudono, che è la fine del paradigma sociale, economico e politico della globalizzazione, dell’idea che un territorio possa sostenersi coi b&b e con lu sole lu mare e lu ientu. Questa è l’occasione giusta per ammettere gli errori, per immaginare una società diversa, più resiliente, che non accetti gli immuni, sostenibile, capace di ragionare in termini di benessere di tutti e non di profitto di pochi. Una comunità migliore, temprata da questa difficoltà, che abbia imparato, come dice la giovanissima Alessandra, a fare a meno del superfluo, della plastica sociale, più vera, che prenda gli immuni e li sbatta fuori a calci, perché pericolosi, perché sa cosa possono provocare gli stupidi. 


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