La disperazione del paese reale

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Editoriali, Società


Premessa: disperare vuol dire smettere di sperare che qualcosa possa cambiare in meglio, quasi rassegnarsi, come gli artigiani che devono riaprire da lunedì e non hanno indicazioni univoche, come chi attende la cassa integrazione da due mesi, come chi è costretto a tornare in catena piegato sulla macchina con la mascherina. Mentre fuori furbi disonesti campano alla grandissima nella (finta) cecità di chi governa, che decide aperture e chiusure anche (speriamo non soprattutto) sulla base del consenso. Quando si colmerà la misura?

Se mentre camminate a piedi per la città vi dovesse capitare di sbirciare dentro un negozio o una bottega con la serranda aperta a metà, potreste scorgere all’interno qualcuno al lavoro per mettere a posto la propria attività in vista della riapertura di lunedì 18 maggio. Una sera di un paio di giorni fa è capitato che passassi davanti alla porta del mio barbiere, con la luce accesa e la saracinesca alzata quasi del tutto. Dentro “u mest” alle prese con un grosso rotolo di cellophane con cui incartava le poltrone. Conosco bene questo posto, ci vengo letteralmente da sempre, e non si poteva non notare che delle quattro poltrone per i clienti ne sono rimaste solo due. Poco male, penso, tanto sono in due a lavorarci. Mancano però le sedie dove si accomodavano i clienti in attesa, o dove si fermavano qualche volta gli uomini del vicinato, per fare una chiacchiera, per commentare quanto accade in città. Chi va dal barbiere solo per tagliarsi i capelli, non ha capito niente.

Gli chiedo come mai coprisse con la plastica le poltrone. Mi guarda come se avessi fatto la domanda più stupida del mondo: “Perché non posso usare l’alcol sulle poltrone“. I sedili sono nuovi, cambiati pochi mesi fa, e per sanificare le procedure prevedono l’utilizzo di disinfettanti. Per non rischiare di rovinare l’arredo, allora, meglio la plastica, che si sostituirà per ogni cliente. Quali procedure, però? Ancora nulla è chiaro, se non che si devono applicare tutte le norme perché i contatti siano limitati. Camici usa e getta, mascherine, asciugamani di carta da gettare dopo l’utilizzo e, assurdo, una barriera in plexiglass alla cassa, come se fino a pochi istanti prima cliente e barbiere non fossero stati a contatto quasi diretto. Una follia: “Vuoi sapere a che serve tutto questo? A far aumentare il PIL!“. Con le norme non chiare gli artigiani si adoperano come possono per evitare le multe: “L’altro giorno a Martina un bar ha preso una multa perché qualcuno stava bevendo la birra davanti al locale. Forse era meglio tenere chiuso“.

I costi della prevenzione

A poco a poco escono fuori i problemi veri, quelli quotidiani, quelli che non trovano spazio nelle conferenze stampa, o sugli striscioni dei balconi, quegli spiccioli di paese reale che in realtà costruiscono fino in fondo la nostra identità ma nutrono anche la disperazione. “Ho speso finora 300 euro. Un pacco di guanti è arrivato quasi a trenta euro. E le mascherine a cinquanta centesimi?“. Non è vero che siamo tutti uguali, perché c’è chi dalla crisi del lockdown ci sta guadagnando, fin da subito, ma non si commette reato, purtroppo, perché è il liberismo, che favorisce i rapaci e premia i furbi a scapito delle persone oneste. Trecento euro di dpi, una spesa da sostenere spesso: “E chi lo sa quanto mi dureranno? Una settimana? Due giorni?“. Gli artigiani saranno gravati da spese in più e hai voglia a dire che saranno rimborsati: “Per rimborsare bisogna pagare con la carta di credito. E chi non ha soldi sul conto?“. Spiccioli di paese reale, pillole di nonsense burocratici. Chi non può come farà? Era meglio rimanere chiusi?

Era meglio rimanere chiusi?

Già, era meglio rimanere chiusi? Boh, perché nel frattempo in questi due mesi, le bollette della luce sono continuate ad arrivare inesorabili, con le cifre che indicano nel bilancio perdite a fronte di mancati introiti. Si lavora per pagare gli altri e i dipendenti sono ancora senza cassa integrazione. Ma si deve fare i conti non solo con lo Stato, che nasconde dietro gioiose promesse, processioni di burocrazia da far spaventare Hermes Conrad, ma anche con la concorrenza sleale di chi in questi due mesi si è prestato a lavorare di casa in casa, mostrando fino in fondo che il peggio non è passato, ma il peggio è dentro di noi. Spiccioli di paese reale: da una parte le persone oneste, perché così è giusto, dall’altra chi se ne fotte, che reagiva ai DPCM inventandosi modi per aggirare le prescrizioni. Estetisti e parrucchieri, veri o a nero, che non hanno smesso un solo giorno di lavorare, complici di una pletora di clienti imbecilli che evidentemente preferivano essere seppelliti con la capa fatta. L’artigiano onesto deve combattere anche contro questo tipo di concorrenza, che ha avuto letteralmente mani libere, perché vigili e forze dell’ordine erano impegnati a controllare le autocertificazioni di chi andava in campagna a dar da mangiare ai gatti. Ma se avessero avuto ragione loro? Se tutte queste regole da seguire non fossero state altro che l’ennesima cantilena di cui non tener conto, come di tutto il resto e scemo chi rispetta le legge.

La gente è quasi al limite

La gente è arrivata quasi al limite” mi dice u mest, mostrandomi le fatture delle spese già sostenute e l’agenda dove segnerà gli appuntamenti. Si tocca il senso di smarrimento, di impotenza, il terrore di giocarsi a dadi il lavoro di una vita. Il lavoro del barbiere cambierà, perché è cambiato il modo di stare insieme e molte precauzioni servono a patto che le rispettino tutti, perché altrimenti questa nuova stagione non servirà altro che allargare la forbice tra la parte onesta del Paese e la parte disonesta, che campa grazie anche alle tasse pagate dalla prima. La rabbia sale perché la pandemia è stata una grande “operazione trasparenza”, perché ha mostrato il vero aspetto di ognuno. Il peggio è passato? Il peggio è dentro di noi.

Spiccioli di paese reale: i ristoranti che si preparano a riaprire si chiedono che tipo di clientela si andrà a sedere? Mentre per strada capannelli di adolescenti girovagano senza controllo alcuno, il ristoratore dovrà chiedere agli avventori se sono congiunti o meno, perché altrimenti serviranno barriere di plexiglass. Le responsabilità scaricate di anello in anello fino all’ultimo della catena, novello Sisifo costretto a sostenere il costo della salute pubblica di tutto il Paese, sia esso barbiere, il macellaio che deve far entrare un cliente alla volta mentre fuori comitive si abbracciano senza protezioni, o semplice operaio di catena, costretto a stare con la mascherina piegato sulla macchina, con le temperature che riscaldano sempre più. O tutti quelli che aspettano la cassa integrazione. L’alternativa è la miseria e la fame, o darsi alla macchia, perché forse chi ha vissuto da immune ha fatto bene.

La forbice tra onesti e disonesti, tra lavoratori e parassiti, quindi, si allarga sempre di più. E mentre i primi si sentono sempre meno rappresentati politicamente da una classe dirigente che lavora quasi esclusivamente per il consenso personale (ovvio, deve pur mantenere il proprio posto di lavoro), i secondi trovano sempre più spazi dove infilarsi e prosperare. Il lockdown ha messo in evidenza le parti peculiari di ognuno di noi e mentre tantissimi si sono adoperati per la solidarietà, altrettanti si sono adoperati per fottere i primi, aumentando a dismisura i prezzi dei prodotti, speculando, offrendo servizi a nero. Quanti spiccioli potremo ancora raccogliere?


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