Giornata mondiale degli oceani: ogni minuto finisce in mare un camion di rifiuti di plastica

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Ambiente


Oggi è la Giornata mondiale degli oceani. Istituita nel 1992 al “Summit della Terra” di Rio de Janeiro, con la volontà di dedicare una giornata al legame che unisce l’umanità all’oceano. Il tema di quest’anno è “Together We Can Protect Our Home”, con l’obiettivo di chiedere ai leader mondiali di proteggere il 30% dei mari entro il 2030.

I problemi che attanagliano gli oceani sono molteplici dal surriscaldamento delle acque dovuto al cambiamento climatico in atto, al sovrasfruttamento della pesca e all’inquinamento. In questa giornata si riconosce l’importanza vitale del mare come ecosistema fondamentale e si agisce per preservare i suoi delicati ecosistemi.

Da sempre i mari e più in generale i corsi d’acqua sono i luoghi nei quali scarichiamo l’eccesso della produzione. Come se la nostra vita non dipendesse dall’acqua, eppure la salute dell’oceano è intimamente legata alla nostra.

Alcuni potrebbero essere sorpresi nel leggere che gli organismi scoperti a profondità estreme vengono utilizzati per accelerare il rilevamento di COVID-19, e probabilmente ancora di più per studiarlo, è l’ambiente che potrebbe dare una soluzione all’umanità”, si legge nel sito delle Nazioni Unite. Questo è uno dei molteplici motivi per cui dovremmo celebrare la Giornata mondiale degli oceani: ricordare a tutti il ​​ruolo principale che gli oceani hanno nella vita di tutti i giorni.

Sono i polmoni del nostro pianeta e forniscono la maggior parte dell’ossigeno che respiriamo.

In un rapporto Ispra e del Sistema per la protezione dell`Ambiente, si legge che la situazione dei fondali marini in Italia, ma non solo, è preoccupante. Complessivamente ogni anno circa otto milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare, di cui il 7% nelle acque del Mediterraneo.

I dati parlano chiaro: la foce dei fiumi presenta il maggior quantitativo di rifiuti galleggianti (più di mille oggetti per km quadrato) e vicino la costa tra i 10 e i 600 oggetti per km quadrato). Più ci si allontana in mare aperto e più il numero di oggetti scende a 1-10 per km quadrato. Allarmante la situazione dei fondali italiani: nella regione Adriatico-Ionica la media degli scarti rinvenuti supera i 300 rifiuti ogni km quadrato, di cui l’86% è plastica, in particolare usa e getta (il 77%). Imballaggi industriali e alimentari, borse/shopper e bottiglie di plastica, comprese le retine per la mitilicoltura (queste ultime particolarmente abbondanti lungo le coste italiane), sono i rifiuti più comuni.

Quello dei rifiuti marini – commenta l’Ispra – è un problema che supera i confini nazionali. Lo dimostrano i risultati ottenuti dall’analisi dei rifiuti ingeriti dalla tartaruga marina caretta caretta dal progetto europeo Indicit condotto dal 2017 al 2019. Su 1406 tartarughe analizzate (458 vive e 948 morte), il 63% presentava plastica ingerita e quasi il 58% degli esemplari vivi aveva plastica nelle feci. I valori riscontrati in Italia non si discostano da quelli rilevati nell’Atlantico (70.91%)“.


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