“Questo rientro (del milanese) non s’ha da fare”, la nuova moda dell’estate 2020

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Cultura


Pubblichiamo integralmente una lettera al sindaco di Milano Beppe Sala da parte di due martinesi emigrati a Milano, Francesco Caroli e Francesco Scarcia, fondatori dell’associazione Upward, che spiegano come il sentimento antilombardo non faccia bene a nessuno.

Caro Beppe Sala, altro che scuse. Parafrasando il Manzoni ed il suo racconto di vite al tempo di un’epidemia, come darti torto e sì, ce ne dovremo ricordare.

Ce ne dovremo ricordare quando ci si dovrà giustificare di voler tornare a respirare l’aria della propria terra. Ce ne dovremo ricordare quando si subiranno delle occhiate di disappunto o di sospetto. Ce ne dovremo ricordare quando ci sentiremo estranei non graditi lì dove siamo cresciuti, dove andiamo in vacanza da anni o semplicemente dove ci sentiamo a casa.

Qualche giorno fa il Presidente della Regione Sardegna, il filo leghista (non è un ossimoro, ma il frutto di epoca malata) Christian Solinas, parlava della necessità di un patentino immunitario per i turisti milanesi e lombardi in arrivo sulla loro isola. Il sindaco di Milano Beppe Sala commentò cosi «Alcuni presidenti di Regione dicono che per i milanesi ci vuole una patente d’immunità? Io però, e parlo da cittadino più che da primo cittadino, quando poi deciderò dove andare per un weekend o per una vacanza, me ne ricorderò», salvo poi a distanza di poche ore scusarsi per questa considerazione. Non troviamo ci sia niente di male nel ricordarsi i trattamenti e le parole che si ricevono, soprattutto quando si è in difficoltà, sulle gambe, feriti ed a dirle è chi amministra una terra meravigliosa legata in maniera viscerale con i cittadini lombardi.

Questo avveniva ormai alcune settimane fa. Da lì ha iniziato a farsi largo un vero e proprio sentimento di voler quasi erigere un muro, un muro fittizio, cementato da paure e timori, per separare un’Italia che oggi dovrebbe essere unita più di ieri. Tutt’oggi navigando nel web e tra i social ma, purtroppo, anche durante videochiamate o nelle prime nuove riunioni di famiglia e cene con gli amici di sempre è immancabile il momento di battutine o peggio insinuazioni ed insulti velati su lombardi, milanesi acquisiti e non. Sono momenti, attimi, emozioni e parole che feriscono, che creano disagio, che crepano i primi sorrisi di molti che per mesi sono stati lontani dai propri affetti, perché rispettosi ed attenti alla salute degli altri oltre che della propria, e che solo ora rientrano nella propria Regione o si concedono qualche giorno di svago.

Eh sì, perché il lockdown, dicono gli esperti, può avere pericolosi effetti sulla salute e sull’equilibrio mentale di molti, soprattutto di chi ha vissuto questa tragica esperienza solo o distante dagli affetti più veri. E’ quindi drammatico per queste persone sentirsi ancora una volta soli in un oceano di pregiudizi, di chiacchiere sparate ai quattro venti con la presunzione di saper leggere dei dati. Ed eccoci ad un’altra annosa questione: i dati che dovrebbero raccontare anche questa Fase 3. Dati che letti superficialmente racconterebbero ai più una tragedia ancora in atto in Lombardia. Dati che non tengono conto degli ormai pochissimi accessi in Pronto Soccorso in Lombardia, come nel resto d’Italia. Dati che non  tengono conto che le terapie che ci stanno facendo uscire da questa crisi sono state sviluppate col lavoro sul campo svolto nella trincea degli Ospedali lombardi, invasi per primi da un nemico spietato.

Dati che a volte nascondono il volto più umano di questa tragedia, dei suoi morti, dei lavoratori che non sanno quando e se potranno ripartire, dei cittadini italiani da sempre fieri della propria cultura dell’accoglienza.

Nessuno ma proprio nessuno può permettersi oggi di dire ad un giovane studente, manager, poliziotto o infermiere o chicchessia di non poter ambire a sorridere, magari vicino alla sua famiglia in Puglia o in qualsiasi altra Regione, di non poter desiderare di respirare la libertà tanto desiderata di una birra con gli amici, di non poter restare incantato davanti al proprio mare, spesso capace di ricaricare le batterie come poche cose al mondo per chi ci è nato.

Eppure questa “caccia all’untore” è di moda oggi. “Come se vedere colpita questa Città, sempre definita un modello, anziché suscitare vicinanza, desse un piacere che i tedeschi definiscono con una parola precisa: schadenfreude, gioia per le disgrazie altrui. Non è più inaccettabile. Bisogna reagire. Dire basta” si è espresso cosi, e non poteva fare di meglio a nostro avviso, anche Ferruccio De Bortoli – in un intervista recente all’ Huffingtonpost

 “Come spesso accade con i pregiudizi, essi sono degli strumenti straordinari per costruire alibi. Ti consentono di non guardare dentro casa tua. Ti levano la fatica di misurare i risultati che hai raggiunto, confrontandoli con quelli altrui. La Lombardia e Milano rappresentano l’Italia che ce la fa nel mondo. Il Paese che riesce a competere nella globalizzazione. Puntare il dito contro di esse, alleggerisce la coscienza di chi non è riuscito a fare altrettanto. Gli consente di non guardarsi allo specchio, scaricando tutta la responsabilità altrove”.

E’ ovvio che anche la Lombardia ha commesso degli errori. Senz’altro, abbiamo sbagliato qualcosa anche noi. Ma la Lombardia è stata investita per prima dalla più grande emergenza sanitaria del dopoguerra e si è trovata di fronte un nemico che nessuno conosceva e che in moltissimi avevano sottovalutato.

Va sicuramente capito cosa non ha funzionato. Ma alimentare oggi processi sommari, spesso basati su paure infondate o dettate da fake news, è inaccettabile.

Sono inaccettabili le posizioni sprezzanti contro Milano sia che nascano da un’invidia sociale nei confronti di chi è da sempre considerato la locomotiva italiana, sia che nascano da timori sanitari o di ingestibilità di un’eventuale seconda ondata. Sono inaccettabili perché, nella gran parte dei casi, sono rivolte a coloro che si è visti nascere, a quei ragazzi con cui si è cresciuti, a quegli amici che ci hanno ospitato in viaggi o trasferte di lavoro, a quei pugliesi che per necessità o ambizione sono partiti e mai tornati, lasciando nella loro terra la parte più sincera del proprio cuore ma sempre forti e fieri di essere ciò che sono, perché hanno imparato ad esserlo proprio lì dove sono nati e diventati giovani uomini e donne.

Non si può soprattutto permettere che a vincere sia la paura dell’altro, propria di un’ignoranza gretta e meschina, magari avvallata dalla convinzione di avere una propria insulsa verità in tasca senza mai essere riusciti a guardare un problema da più punti di vista, imparando e migliorando sé stessi.

In questi giorni l’Italia e gli italiani hanno il dovere morale di rialzarsi, di migliorare sé stessi, di progettare un futuro che ci veda protagonisti di un nuovo Rinascimento. Ed il dito in questi casi va puntato lì dove si vuole arrivare, verso l’alto e non verso l’altro.

L’invidia e il rancore troppo spesso invece rappresentano ormai il puzzo che sovrasta il profumo del genio, delle competenze e dello spirito che da sempre hanno contraddistinto l’Italia tutta, Paese che oggi, invece, si nasconde dietro i propri alibi o in uno scaricabarile verso colpe reali o meno di altri. Svilenti emozioni che bloccano la ripartenza.

Si è caduti e ci si è persi in questi mesi ma quella mano da tendere per riprendersi è da porgere adesso.

Uniti e coesi per ripartire. Umani e consapevoli per riabbracciarsi. Capaci ed illuminati per sognare. Insieme e, anzi, non più solo da “semplici” Italiani, ma da Europei.

Francesco Caroli e Francesco Scarcia

Segretario e Project manager dell’Associazione Upward pensieri persone progetti


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