Io speriamo che non chiudo. Il futuro dei ragazzi martinesi senza scuola

/ Autore:

Società


Una riflessione di Claudio Bello, insegnante martinese prestato al nord Italia, sulla chiusura delle scuole e le ripercussioni che questa scelta avrà sul futuro delle nuove generazioni.

Il suono dell’ultima campanella in una normale giornata scolastica al Tito Livio di Martina Franca alla fine del primo decennio degli anni Duemila coincideva inevitabilmente con il riversarsi degli alunni al «Monumento» (Piazza Vittorio Veneto) anche solo per dieci minuti prima di rientrare a casa: chi a bordo di una macchinetta (in prevalenza proveniente dall’aristocratica sezione scientifica del Pergolo), chi a piedi con il peso di un dizionario di greco o di latino. La suddivisione liceale in classi sociali dipendeva purtroppo anche dal possesso di quelle orribili auto plastificate.

Il senso profondo dell’intervallo dei liceali martinesi era racchiuso in quel quarto d’ora di fila davanti al bar di Comasia per accaparrarsi l’ultima focaccina ripiena o l’ultimo panino con la cotoletta. La focaccia vuota inevitabilmente risultava essere l’ultima opzione.

Le assemblee di istituto si trasformavano talvolta o in disordinate proiezioni cinematografiche al Cinema Verdi – con conseguente richiamo all’ordine e al silenzio da parte di Santino – oppure in affollate riunioni in cui eleggere il celebre rappresentante di istituto: solitamente il più figo della scuola votato in massa dalle ragazze del primo anno come un tronista qualsiasi. Inutile sottolineare le ragioni per le quali il sottoscritto non abbia mai ricoperto tale ambito incarico studentesco.

L’attesa del quinto e ultimo anno era legata in particolar modo alla serata del Mak P 100, organizzata in qualche sperduto locale della campagna martinese: l’evento previsto cento giorni prima il temuto esame di maturità.

La scuola non è quindi soltanto emblema di verifiche, interrogazioni, griglie di valutazione tra competenze e abilità. L’istituzione scolastica rappresenta il luogo della socialità, il posto in cui far nascere amicizie durature, amori precari e in cui scoprire la propria forza e le proprie fragilità. La scuola è fisicità nel suo rapporto tra alunno e docente. Quando abbiamo cominciato a ritenere la scuola superflua o il principale veicolo di contagio da archiviare nell’immediato? La retorica maggioritaria del docente frustrato, poco ambizioso, fannullone – con relative ferie estive pagate per poi spiaggiarsi a Torre Canne – ha certamente contribuito a considerare l’istruzione un lusso di cui poter fare a meno.

Secondo un recente studio della Fondazione Agnelli, ogni anno in più di istruzione aumenta le prospettive di guadagno future di uno studente del 10% e viceversa. Il tempo scuola perso durante i tre mesi e mezzo di lockdown della scorsa primavera potrebbe tradursi in una perdita di oltre 21 mila euro all’anno nell’arco della vita lavorativa (con una decurtazione annua dello stipendio di quasi 900 euro all’inizio della carriera).

Ideare spazi e momenti di partecipazione per garantire la socializzazione ai nostri ragazzi e per non rubare loro il futuro dovrebbe essere una delle principali prerogative della politica sia a livello locale e regionale, sia a livello nazionale. Come sottolineato dal ministro Lucia Azzolina, in aperto contrasto con la scelta di chiusura imposta dal Presidente di Regione Michele Emiliano: «Pensare di risolvere il problema chiudendo le scuole è una mera illusione (a fronte di 417 studenti pugliesi risultati positivi su una popolazione studentesca di 562 mila). Perché i ragazzi escono, anzi usciranno di più e rischieranno di contagiarsi. A scuola invece, non solo ci sono misure di sicurezza, ma anche protocolli che permettono controllo e tracciamento».

Le politiche meridionali non dovrebbero replicare o imitare in seconda battute le scelte delle Regioni del Nord. Occorre riscoprire la propria identità inclusiva, evitando scontri istituzionali e inutili conflitti generazionali. Un percorso educativo che dovrebbe quindi coinvolgere una intera cittadinanza priva di pregiudizi e attenta a proteggere i più fragili e a garantire il futuro ai propri figli.


commenti

E tu cosa ne pensi?