Fausta Vetere (NCCP) si racconta. Dagli inizi al Premio Tenco

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Cultura


di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero*

Intervista con la storica voce femminile della NCCP, gruppo che dal 1967 ha conquistato le piazze e i teatri di tutto il mondo: “Anche La Notte della Taranta aiuta a mantenere forte la tradizione della musica popolare”.

Oggi molti festival in Italia sono dedicati alla musica popolare, come “La Notte della Taranta” in Salento o “La notte della Tammorra” a Napoli, ma i veri intenditori sanno che il gruppo precursore della riscoperta della musica folk napoletana, attraversando più di 50 anni di storia, è la Nuova Compagnia di Canto Popolare (NCCP), storico gruppo fondato nel 1967.  

La loro ultima opera, uscita a inizio 2020, Napoli 1534. Tra Moresche e villanelle, è il frutto di uno studio storico e musicale iniziato dai primi anni ’70, con la scoperta di villanelle cinquecentesche e completato oggi con l’interpretazione di materiale inedito, frutto dell’ultima direzione artistica di Corrado Sfogli, scomparso lo scorso 26 marzo. Con Fausta Vetere, storica voce femminile del gruppo e compagna di vita di Corrado Sfogli, abbiamo parlato della storia dell’ensemble e di come i giovani si possono approcciare alla musica popolare.

A inizio anno è uscito il vostro ultimo lavoro, Napoli 1534. Tra moresche e villanelle, eredità del compianto Corrado Sfogli, direttore artistico, e di recente premiato al Premio Tenco come il miglior album in dialetto. Come è nata questa opera e che ricerca storica sottintende?

Quest’opera è nata da una esigenza di Corrado: negli anni ‘70 il Maestro Roberto De Simone [direttore artistico della Nuova Compagnia di Canto Popolare nel 1967] scoprì, tramite una ricerca, che un patrimonio enorme di villanelle era custodito in Germania nella biblioteca Wolfenbüttel, forse a seguito di un precedente saccheggio fatto dai tedeschi a Napoli. De Simone fece pervenire tutto questo materiale in microfilm alla biblioteca del Conservatorio di Napoli e scoprimmo così un repertorio a noi completamente sconosciuto. Si trattava di un centinaio di villanelle in napoletano antico, con la scrittura romboidale, quindi molto probabilmente del ‘500, e non sapevamo neanche se fossero state scritte per essere interpretate da due o tre voci: dalla loro lettura musicale e dall’estro e fantasia il De Simone ricavò tutta l’armonia e le parti vocali delle villanelle. A seguito di questa ricerca, ne abbiamo interpretato una trentina e fu una rivoluzione in campo musicale perché si trattava di materiale fino ad allora ignorato: fu un successo ovunque. Le rimanenti villanelle non interpretate sono rimaste nel cassetto in attesa di essere riportate alla luce, senza maturare neanche l’idea di potere magari trasmettere ai giovani un materiale completamente estinto. Corrado quindi ha ritenuto opportuno prendere un altro fascio di villanelle e di ricostruire tutta la parte armonica e melodica, riprendendo il discorso che si era interrotto. Io ero un po’ scettica perché dopo tanti anni avevo un po’ di paura del confronto tra quelle che erano le villanelle musicate da De Simone e quelle musicate da noi oggi. Mi sarebbe dispiaciuto che il lavoro sul quale Corrado si era impegnato per due anni andasse sprecato per qualche critica sfavorevole, ma l’accoglienza è stata fantastica, anche se purtroppo Corrado l’ha vissuta in un momento drammatico, dato che stava molto male e non ha potuto godere in pieno di questo successo enorme che hanno avuto. La casa di edizioni Squi[Libri] ha fatto un lavoro bellissimo, a cominciare dai disegni e dipinti di Beppe Stasi. Ne è venuto fuori un disco bello, molto curato nei brani, che non esce fuori dal clichè delle villanelle.

 “Napoli 1534. Tra moresche e villanelle” si presenta appunto come opera di grande spessore culturale, da sfogliare, leggere ed ascoltare: una immagina positiva della Napoli rinascimentale, all’epoca di Ferrante Sanseverino, principe di Salerno, in cui Corrado Sfogli si immedesima nella prefazione al disco…

A Corrado piaceva questo personaggio che è stato molto importante per la storia di Napoli: è stato quasi un mecenate per la cultura napoletana perché raccoglieva chi faceva musica e arte nel suo Palazzo San Severino, ove ora sorge la Chiesa del Gesù. Lì andavano a suonare, a cantare e ad esibirsi tutti i maggiori esponenti della musica dell’epoca. Questo approccio all’arte era molto affine a Corrado: gli sarebbe infatti piaciuto che la sua casa diventasse una fucina, un luogo di raccolta per artisti. Infatti a casa nostra, già dagli anni ’80, sono venuti a trovarci ad esempio gli Avion Travel, ma anche gruppi di ragazzi che facevano musica popolare, per farsi conoscere. Tutti questi artisti emergenti non avevano il timore di entrare nella casa della Nuova Compagnia come se fosse un traguardo irraggiungibile, ma sapevano che venendo da noi, attorno a una tavola e a un bicchiere di vino, potevano dare sfogo alle loro aspirazioni. A casa mia ancora adesso accolgo delle ragazze che cantano perché mi piace ascoltare, valutare: non faccio scuola, non insegno ma do dei consigli a chiunque ne abbia bisogno. Lo faccio spassionatamente senza alcun tipo di aspettativa. Ed è bello avere ragazzi che mi ringraziano ancora per quello che trasmetto loro.

Le villanelle, le canzoni dei villani, dei campagnoli, di quelli dei paesi, e le moresche, danze dei mori venduti come schiavi ai nobili, dovrebbero essere patrimonio artistico da tramandare non solo attraverso la musica ma anche attraverso lo studio della storia…

Sono contenta che la Nuova Compagnia faccia parte dello studio della storia della musica: ho visto come i libri di testo ci riportano ma dovrebbe essere più approfondito il lavoro che abbiamo fatto. Negli anni ‘70 la riscoperta di una forma di musica popolare è stata una cosa rivoluzionaria perché chi già conosceva la musica popolare, quella di Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, Mario Pasquale Costa, per citarne alcuni, non si immaginava che ci fosse un patrimonio che parallelamente camminava e di cui nessuno ne era a conoscenza: erano le villanelle, le canzoni della campagna, la tammurriata. Se pensiamo che negli anni ‘70 nessuno sapeva cosa fosse la tammurriata, nessuno sapeva cosa fosse una danza sul tamburo, se non andando ad alcune manifestazioni, tipo alla Madonna dell’Arco [a Nola] o alla Madonna delle Galline [a Pagani], dove dal vivo potevi vedere rappresentazioni del genere, ma non si immaginava proprio che potessero esplodere in un tipo di stile napoletano e campano.

La musica folk è stata riscoperta in Italia soprattutto negli anni 70 ed è riuscita a mantenersi viva anche con l’avvento della musica leggera, della dance, del rock, di internet. Cosa si sente di consigliare ai giovani che tengono vivo il folk in Italia?

Mi sento di dire che non devono assolutamente demordere, devono continuare a mantenere stretta la nostra storia, la musica della tradizione fa parte proprio di noi e non possiamo assolutamente discostarci dalle tradizioni: sono la vita di un popolo ed è come se noi rinnegassimo la nostra terra. Agli inizi negli anni ‘70, quando andavo a casa di un amico che ci ospitava, ci offriva un bicchiere di vino e una fetta di pane mentre cantava le fronne. I figli di questo amico si vergognavano e dicevano “mamma mia, e perché mio padre deve cantare queste canzoni, a noi piace Celentano”, ossia la musica che la radio e la televisione propinavano. Quando noi della Nuova Compagnia abbiamo riportato i canti della musica popolare in radio e in televisione, anche chi era scettico, si è sentito rassicurato pensando che forse non era proprio un patrimonio di cui vergognarsi, ma era qualcosa da rispettare come sacro, come bello, proprio come una canzone di Celentano. Si è sviluppato l’orgoglio di un patrimonio di cui andare fieri e questo avviene soprattutto nelle campagne dove non arriva un tipo di cultura adeguata e forte. Quindi sì, bisogna educare sin da bambini, non bisogna tralasciare le tradizioni ed è quello che dico anche ai miei nipoti invitandoli ad ascoltare anche una tarantella e una tammurriata, nonostante siano cresciuti e vivano in una famiglia che fa musica, perché anche loro sono bombardati dall’esterno da un tipo di musica che non fa parte della nostra tradizione.

Lei Fausta Vetere è la veterana dell’NCCP, formazione fondata nel lontano 1967. Cosa ricorda dei vostri inizi?

[Risata] Ricordo che non abbiamo mai guadagnato una lira! Facevamo il lavoro onestamente in un contesto, quello di inizi anni ’70, in cui gli autoriduttori [movimento politico-musicale attivo negli anni settanta] contestavano che la musica non si dovesse pagare, in quanto prodotto accessibile alle masse. I nostri concerti facevano il pienone in tutta Italia, dal Teatro Lirico di Milano al Teatro dell’Opera di Roma, e all’estero, dove non c’era questo tipo di contestazione politica. In Italia invece in quel periodo ci furono degli scontri nei teatri ove gli autoriduttori entravano, distruggevano tutto, dicendo che la musica era di tutti e non si doveva pagare, costringendoci quindi a fare spesso il concerto gratis per loro. Anche La Gatta Cenerentola [opera teatrale in tre atti, scritta e musicata da Roberto De Simone nel 1976], un lavoro stimatissimo all’epoca, aveva un’altissima affluenza di pubblico e proprio per questo venivano gli autoriduttori pretendendo di godere lo spettacolo senza pagare: erano anni particolari, di fermento politico. Quando alla fine dello spettacolo si facevano i conti, dato che La Gatta Cenerentola aveva alti costi di realizzazione, a stento ti mettevi in tasca il quantitativo per andare a mangiare una pizza, e neanche ce la facevi a pagare l’albergo, ma per amore del teatro abbiamo fatto questi lavori, non avendo l’aiuto quasi di nessuno.

Sono poi arrivati gli anni ’90, periodo in cui avete partecipato due volte al festival di Sanremo. La prima volta nel 1992 con “Pe’ Dispietto”, vincitore del Premio della Critica, e la seconda nel 1998 con “Sotto il Velo del Cielo”, che vide l’introduzione della voce maschile Gianni Lamagna: cosa ricorda di quelle due esperienze?

Nel 1992 fu la prima volta a Sanremo e fu tutto molto veloce perché fummo eliminati subito [risata]. Fu quindi un passaggio brevissimo però il sabato successivo vincemmo il Premio della Critica e questo ci riscattò dall’eliminazione. Io sinceramente non volevo proprio andarci a Sanremo per non mettere in gara una canzone, che noi avevamo composto non per Sanremo ma come canzone per la Nuova Compagnia, ossia una canzone in dialetto e di denuncia. Ero emozionatissima su quel palco, forse perché sapevo che ci stavano giudicando. Poi andare a Sanremo significa anche esporsi verso le critiche della stampa: noi facevamo i teatri d’opera ma anche le feste di piazza, avevamo una duplicità unica e avevamo quindi paura che Sanremo ci togliesse quella parte di pubblico che avevamo sempre avuto. Invece la seconda volta, nel 1998, fu una scelta ponderata perché sapevamo che mettere fuori un disco significava fare due, tre mesi di promozione, mentre Sanremo in una settimana ti fa il lavoro che si fa in tre mesi ed è un trampolino importante per l’uscita di un disco. Partecipammo perché avevamo un pezzo valido, abbastanza accessibile, metà in italiano e metà in napoletano, un pezzo che parlava della tradizione e poteva vincere se non avessero partecipato i nostri amici Avion Travel [risata].

Oggi con la crisi discografica è difficile entrare in un giro commerciale e televisivo, ma per chi fa la vostra musica ciò non dovrebbe tangere: ha però un impatto l’assenza col pubblico della piazza e dei teatri in questo periodo di convivenza col Covid?

Noi non siamo mai stati abituati al business, quindi per noi non è cambiato niente con la crisi discografica. Non riesco però proprio a digerire, causa Covid, la recente chiusura dei teatri [con il DPCM del 25.10.2020], non riesco proprio a capirla: noi a Messa possiamo andare, non vedo perché a teatro non sia possibile andare con le dovute attenzioni. Questo significa chiudere la cultura in tutti i sensi, a parte i musei: ma poi non si pensa a tutte le persone che stanno dietro a uno spettacolo e che ora non lavorano, trovandosi in forte difficoltà. Non pensiamo solo agli artisti ma anche a tutti gli addetti ai lavori, dai tecnici ai fonici, dalle mascherine ai siparisti, a tutte le persone del teatro, agli addetti alle luci. E’ uno scempio, non siamo tutelati, nessuno ci pensa, siamo stati praticamente accomunati alle sale Bingo, e questo è assurdo e vergognoso. Questo lockdown culturale spegne le voci mentre non dovremmo stare fermi: vorrei tanto aiutare e stare vicino ai giovani per lasciare qualcosa di diverso ma non mi si dà l’occasione. Solo di recente ho partecipato da sola alla trasmissione “Nessun Dorma” su Rai5; purtroppo non ho potuto portare il gruppo con me per ragioni di spazio, comunque è stata una cosa molto bella. Era con me solo il nostro nuovo musicista, Umberto Maisto, che è entrato da poco nella Nuova Compagnia a suonare la chitarra. Speriamo tanto il 18 novembre di poter ritirare il Premio Tenco [per “Napoli 1534. Tra moresche e villanelle”, come miglior album in dialetto]: ci sarà anche Mario Di Domenico, chitarrista famoso, amico fraterno di Corrado Sfogli, che in questo momento sta portando avanti un concerto di chitarra su Morricone. Avendo frequentato la stessa scuola, Corrado ci teneva moltissimo che per Napoli 1534 suonasse Mauro, in quanto aveva capito che non ce l’avrebbe fatta a portare avanti il lavoro e contava sull’aiuto di Mauro nel momento in cui non avrebbe avuto più le forze per suonare.

In Puglia dal 1998 è cresciuta sempre più la Notte della Taranta, un festival di musica popolare che mira a valorizzare la musica tradizionale salentina attraverso la sua riproposta e la contaminazione con altri linguaggi musicali, ossia quello che si ripropone da più di 50 anni la NCCP. E’ questa una delle chiavi per rendere attuale la musica popolare? Pensate possibile un domani una contaminazione della musica salentina con quella napoletana?

Tutte le grandi aggregazioni, i grandi raduni sono molto utili affinché i giovani conoscano e sfoghino le loro repressioni: il ballo e la musica sono stati sempre un elemento liberatorio e una grande valvola di scarico. Penso che attraverso questi grandi raduni, come la Notte della Taranta, si riesca a mantenere forte la tradizione della musica salentina, così come a Napoli avviene con la Notte della Tammorra, curata da Carlo Faiello, un evento che sta avendo sempre maggiore consenso e affluenza. Le contaminazioni musicali sono importanti: dovremmo fare come all’estero, dove la musica napoletana si contamina con quella andina, indiana: queste sono grandi contaminazioni alle quali come Nuova Compagnia siamo stati partecipi. Siamo stati a Cartagena, in Colombia, dove abbiamo partecipato a un festival, confrontandoci con gruppi di tutto il mondo, così come a Berlino e in tutta l’Europa. In queste occasioni si sviluppa una fratellanza musicale perché tu ritrovi nella musica di alcuni popoli delle similitudini con la tua. La musica è un elemento circolare che ti porta dappertutto, puoi partire da Napoli e arrivare in Oriente fino all’America del Sud.

La ringraziamo molto per questa intervista che ripercorre la storia della Nuova Compagnia e lancia un messaggio di fiducia e speranza per i nostri giovani, gli unici che potranno tramandare le tradizioni.

Grazie a voi e un saluto a tutti i lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e conducono un programma su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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