Il 2021 sia l’anno dell’attenzione.

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Editoriali, Società


Da dove iniziare? Forse da quando dai balconi si cantava insieme, uniti nella paura di affrontare questa cosa nuova. Oppure da chi ripete in continuazione “non ne siamo usciti migliori”, come se fosse davvero in grado di sapere cosa ci è accaduto e magari giudicare. E poi, migliori in che senso? Più docili? Più romantici? Più intelligenti?

Non ne siamo ancora usciti, questa è la verità. Siamo qui da un anno in zone rosse e minilockdown, senza poter dare un abbraccio, senza poter stringere mani, bere birre, andare in piscina, allo stadio, partire per un viaggio, lavorare senza mascherina. Non vi mancano gli abbracci? Non vi manca salutare le persone stringendo la mano e provando a capire chi è da come lo fa? A me sì, e non avrei mai pensato di dirlo.

Dopo la fase melensa di marzo, ora sembra che tutti ci guardiamo con sospetto cercando di individuare in quella mascherina abbassata, o mancante, in quel piccolo assembramento di ragazzi seduti sugli scalini del centro storico, la causa della mancata fine della pandemia. Sarà quella mascherina abbassata il motivo per cui siamo in cassa integrazione, o il bar è chiuso, oppure i ragazzi non vanno a scuola. Sarà colpa di quel gruppo di ragazzi che non arrivano i vaccini in Italia.

La colpa sarà di qualcuno, no?

Impegnati a cercare responsabilità individuali e collettive, perdiamo di vista due importanti verità.

La prima è più una consapevolezza controintuitiva: chi vediamo in giro non è che la piccolissima parte di una società che in realtà si sta comportando molto bene, dal punto di vista della prevenzione. Se così non fosse i dati epidimiologici sarebbe ben più alti. La maggior parte di noi è ligia alle regole, rispetta i protocolli, si lava le mani, si mette la mascherina. E lo fa dall’inizio, ecco perché le regole stringenti diventano asfissianti, quando vengono imposte. Chi segue le regole lo fa sempre e non servono ulteriori capitoli se comunque chi si impegna ad aggirare i divieti lo farà comunque. Le istituzioni, da questo punto di vista, sembrano essersi più concentrati su colpevolizzare nemici generici invece che valorizzare i comportamenti virtuosi. È più faticoso, e nell’epoca di Facebook è più facile denunciare che premiare, viene meglio, è coerente col mood della conversazione globale.

La seconda verità è che non abbiamo il controllo su tutto. Anzi. Si dà troppa fiducia alla scienza come risolutrice dei problemi, spostando sempre più lontano il giorno dell’assunzione delle proprie responsabilità. Ok, qualcuno sta facendo il vaccino, ma noi cosa possiamo fare nel frattempo? La pandemia ci riguarda tutti e non possiamo considerarci isole. L’anno scorso, nell’articolo di Capodanno, invitavo tutti a dedicare tempo alle associazioni e lasciare i social e ora abbiamo visto quanto le associazioni sul territorio siano state fondamentali per garantire un livello minimo di benessere a tutti i cittadini, in particolare durante il lockdown. La diffusione globale di un virus va ben oltre il nostro controllo e pensare che una pandemia possa essere impedita invece che gestita è un pensiero folle, che trova radicamento in un vecchio modo di pensare novecentesco, quando i progressi dell’industria ci hanno fatto dimenticare di essere parte della natura e non al di sopra di essa. Basta un colpo di tosse della Terra per spazzarci via e coi cambiamenti climatici non è a rischio il pianeta, ma il genere umano. Siamo esseri fragili sotto un cielo incerto, e dobbiamo essere pronti a gestire l’imprevedibile al meglio delle nostre possibilità.

C’è un corollario alla prima e alla seconda verità, ed è questo: abbiamo creato la società come strumento di previsione e controllo dell’imprevedibile. Abbiamo la sanità per le malattie, la scuola per l’istruzione, le strade per gli spostamenti. La corazza dell’uomo contro l’imprevedibile è una struttura sociale capace di essere al contempo resistente e resiliente, dove però tutti sono chiamati a fare la propria parte. Pensate al ponte Morandi, il cui crollo ha causato 43 vittime (qui tutti i nomi e le loro storie). Probabilmente non si poteva evitare, ma poteva essere previsto. Va tutto bene finché non va male. Quello che avrebbe dovuto mantenere in piedi il ponte non è il calcestruzzo ma un complesso sistema di controlli.

Il virus non è stato altro che un grande riflettore che ha portato la luce negli angoli rimasti oscuri. Il problema dei contagi non è nella virulenza in sé ma nella scarsità di posti negli ospedali, che da anni, ricordiamo, subiscono gli attacchi spregiudicati da parte di una certa politica che mira a smantellare il welfare pubblico. E lo stesso vale per le scuole: se gli istituti si fossero adeguati alle norme che già prevedevano una distanza minima tra gli studenti, i presidi sarebbero stati più pronti ad affrontare la didattica in presenza. E se motivi economici non avessero costretto le scuole di campagna a chiudere, contribuendo a creare classi sovraffollate, non si sarebbe rischiato di avere bombe pronte ad esplodere. Inutile parlare dei trasporti pubblici: è sotto gli occhi di tutti cosa accade quando non ci sono investimenti.

Il virus ha portato la luce anche sulle risorse umane: se a Martina Franca non ci fossero stati i volontari di tre associazioni di protezione civile, non si sarebbe potuta gestire l’emergenza. Negli ospedali mancavano medici per gestire i pazienti e nelle scuole mancavano professori e personale ATA.

Il virus è stato un grande aratro che ha tirato fuori dal terreno queste evidenze. Sta a noi ora capire cosa farne. Abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni nel mito dell’inefficienza del pubblico e dell’efficienza del privato, eppure senza sussidi statali molte imprese non avrebbero retto all’impatto del lockdown (e preparatevi a piangere nell’anno che è entrato). Abbiamo vissuto trent’anni confondendo l’importanza con l’urgenza (come mi suggerisce uno stimato amico), convinti di vivere ormai fuori dalla Storia: un obeso presente liberista gonfio di merci a prezzi stracciati in cui tutto, tutto sommato, andava bene.

Ora non è più così e fingere che possa tornare tutto come era prima è illudersi. Prima lo comprendiamo, meglio è.

Le Cina non è più la grande fabbrica del mondo e importare merci diventa sempre più costoso e prestissimo diventerà antieconomico. Gli imperi nati sull’importazione hanno i piedi d’argilla. Nell’obeso presente liberista eravamo convinti di poter vivere di servizi, campando di b&b e post su Instagram. Abbiamo scoperto di essere nudi e indifesi senza le fabbriche che producevano mascherine.

Gli alfieri dell’obeso presente liberista hanno tacciato gli intellettuali di essere Cassandre, mentre questi provavano ad attirare l’attenzione sulle cose importanti si sono consumate risorse sulle cose emergenti. Gonfi di televisione commerciale e varietà, sul ruolo dell’intellettuale nella società si è posata così tanta polvere che egli si confonde col secchio di cenere accanto al camino. Eppure ascoltare la scienza fa guadagnare tempo. Ma va fatto sempre, più per evitare di ammalarsi che per curarsi. Abbiamo visto cosa succede quando si ha una classe dirigente sciocca e incompetente. È sotto gli occhi di tutti. Il solco scavato dal virus può essere riempito di terreno fertile se la società decide che è tornato il momento di affidarsi ai migliori, di chiedere a Cincinnato di tornare a Roma.

Affidarsi ai migliori però non significa delegare totalmente. E anche in questo caso il virus è un grande maestro. Il comportamento di ognuno di noi è fondamentale per bloccare la pandemia. Basta una sola persona che non rispetta le regole di sopravvivenza che si rischia un focolaio. Così per il funzionamento della società, ognuno di noi, è fondamentale, a patto che si comprenda perché stiamo insieme, perché siamo comunità.

La risposta, secondo me, è semplice: siamo comunità perché altrimenti non siamo niente. Se non fossimo organizzati non saremmo sopravvissuti. Per questo l’augurio per il 2021, che sarà probabilmente più impegnativo del maledetto 2020, è quello di riuscire a compiere il nostro dovere con attenzione, di dare attenzione a chi ci sta accanto, di essere attenti a quello che ci accade, considerandosi parte di un tutto di cui ognuno di noi è parte fondamentale. Nessuno resta indietro, nessuno si senta escluso, e chi decide di non condividere i doveri della comunità dovrà rinunciare anche ai privilegi di farne parte.


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