Gabriele Ciampi e la sua “Opera”, dove la musica classica si contamina con l’elettronica

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Musicista, compositore e direttore d’orchestra, orgogliosamente italiano, vive da tempo a Los Angeles. Nel 2012 vince i Los Angeles Music Award con il premio “Instumental Artist of the Year”, riceve da Obama la Green-card per Extraodinary Ability e viene premiato con la medaglia “Eccellenza italiana”, conferita dal Senato della Repubblica. Si è esibito alla Casa Bianca, davanti a Papa Francesco ed è l’unico giudice italiano per i Grammy Awards. E’ da poco uscito il suo nuovo album sperimentale, “Opera”.

Lo scorso 18 dicembre è uscito, per la Universal Music Group, il tuo album “Opera”. Parlaci di questo progetto. 

“Opera” è il mio quarto album, frutto di un percorso di ricerca iniziato nel 2014. Premesso che a livello musicale non ci sia niente altro da inventare dopo Mozart, si possono però creare delle situazioni interessanti ad esempio cercando di avvicinare due stili antitetici: la rigidità della musica classica con la libertà della musica elettronica; quando quest’ultima entra dentro il circuito chiuso della musica classica, si genera qualcosa di meraviglioso. “Opera” è stato un esperimento, un ricercare sonoro che è passato attraverso i sintetizzatori, le batterie elettroniche, le tastiere: un lavoro diverso da quello che facevo in passato però alla base c’è sempre la musica classica, ossia le mie radici. Vengo da una tradizione accademica di conservatorio e tutto questo studio mi ha permesso di sperimentare e creare qualcosa di particolare. Questo album arriva al momento giusto, a quarantaquattro anni, durante la mia maturazione compositiva. “Opera” è il punto di partenza verso uno stile che da sinfonico si sta evolvendo.

Dove li hai trovati i sintetizzatori che hai usato in “Opera”?

A quattordici anni suonavo l’organo e quindi ero già appassionato di tastiere. Conservo dei sintetizzatori vintage, come il Moog, che avevo a casa e che non avevo mai utilizzato ma che per passione ho sempre suonato. Questo era il momento giusto per poterli tirare fuori in quanto, in un momento di lockdown, dove era impensabile andare in studio con un’orchestra di quaranta elementi, dovevamo necessariamente lavorare a distanza. E’ cambiato quindi il modo di produrre musica. Per la prima volta, in questo album entro come esecutore nei brano: sono io al pianoforte, sono io alle tastiere e al sintetizzatore. Ciò ha dei lati positivi, ma io preferisco sempre fare eseguire la mia musica perché ogni esecutore dà quel tocco in più, dà spazio alla propria creatività, in quanto è meno coinvolto non avendo lo stesso scritto il brano.

C’è un messaggio che l’album vuole passare a chi lo ascolterà?

Il messaggio è che alla fine non c’è niente di elitario nella musica classica che è stata la musica popolare di centinaia di anni fa. E questo disco, in realtà, è un disco popolare che allo stesso tempo ha una grande complessità. E la difficoltà di questa produzione è stata quella di rendere semplice e facile ciò che di semplice sulla carta non lo è. Si fa musica per esprimere un messaggio ed è quello che ho fatto con “Opera”: il concept di questo album è che si può sperimentare, si può comunicare mandando un messaggio rendendolo semplice e questa è la cosa più difficile perché scrivere tante note è molto facile, poi il problema è quando le devi togliere, un po’ come in tutte le cose. 

Il disco si apre con “Infinito”, colonna sonora di un book fotografico di Donna Ferrato.

Donna Ferrato è una delle principali fotografe americane; è stata la prima a denunciare gli abusi e le violenze delle donne e ha utilizzato la fotografia per una funzione sociale importantissima. L’ha fatto già venti anni fa quando era impensabile per una donna parlare di questi abusi. Da un punto di vista della composizione è stata una esperienza nuova perché non ho mai scritto la colonna sonora di un libro fotografico. All’inizio non avevo chiaro in mente quali fossero le risorse e le idee per un progetto simile; mi piaceva però la storia di Donna Ferrato, il suo battersi per i valori delle donne abusate, e ho detto subito di sì. Nel libro fotografico sono contenute immagini di vita reale molto forti e a volte crude e dure. Avevo quindi due possibilità per la mia colonna sonora: o creare un brano che sottolineasse queste immagini con dei passaggi anche molto aspri e forti, oppure, come è stato, giocare sul contrasto. Nelle scene più crude infatti ho scritto una melodia molto dolce. E’ quindi il contrasto che si genera tra violoncello, pianoforte, l’orchestra e le fotografie che sottolinea l’aspetto drammatico e il messaggio della fotografa. Attraverso queste foto c’è una storia che passa dalla vita quotidiana di una bambina fino ad arrivare alle immagini delle battaglie per i diritti che fortunatamente le donne sono riuscite a conquistare; nella musica purtroppo è invece ancora tutto da conquistare. 

Quale antidoto può rivelarsi “Opera” per la promozione della parità di genere?

Non è tanto la parità di genere in sé che si promuove ma il fatto che, da un punto di vista creativo, è l’uomo che si può aprire con un dialogo alla donna. In passato c’era il compositore che scriveva un brano e il musicista lo eseguiva: in “Opera” c’è una partecipazione attiva delle straordinarie artiste all’attività creativa. C’è Teura per quanto riguarda i brani cantati, Livia De Romanis al violoncello, il mezzosoprano dell’Opera di Pechino Jujie Jin: loro hanno contribuito, in modo senza precedenti, dal punto di vista creativo non rimanendo quindi spettatrici passive rispetto ai brani scritti da me. Il messaggio dell’album è che alla fine ci deve essere più collaborazione tra uomo e donna. E’ un messaggio che spero possa essere colto anche da chi fa musica classica pura; chi si concentra sui grandi compositori classici, come Mozart e Beethoven, deve capire che attraverso la collaborazione con donne musiciste si può arricchire quel messaggio. Questo è stato il concept di “Opera”.

L’album è stato anticipato dall’uscita di “She walks in beauty”, nome di un poema di Lord Byron del 1815, brano cantato da Teura.  Perché hai scelto proprio il testo del poeta inglese?

Questo brano, che è stato il singolo uscito nel Maggio 2020, aveva ed ha un messaggio di speranza legato al contesto della pandemia; la scelta di Byron è legata al fatto che in quei pochi versi egli ha racchiuso un messaggio di speranza. Questa idea della donna che arriva nel buio mi ha dato quel quid per scrivere di speranza e Teura, con la sua voce, ha sottolineato ancora meglio le parole di Byron che sono molto moderne, nonostante siano state scritte centinaia di anni fa. Quando l’arte è pura e bella, essa non ha tempo; quando l’arte ha dietro un messaggio importante, essa resiste nel tempo. Le parole di Byron hanno dato il “la” al frammento melodico e ho deciso di lavorare esclusivamente con un tessuto armonico molto semplice: pianoforte, violoncello e voce.

Il secondo brano cantato da Teura è “It’s on me” che ha dietro una storia come “Infinito”.

Con “It’s on me”, sempre prendendo spunto dal lavoro con Donna Ferrato, ho voluto aiutare chi ha subito delle violenze. Teura e l’altra autrice Désirée Picone hanno subito delle violenze fisiche e psicologiche, e l’arte ha il dovere di lavorare anche per lo sfondo sociale soprattutto quando ci sono dei casi che vengono dimenticati. Di questo ne dobbiamo parlare non solo nelle ricorrenze, l’8 marzo e il 25 novembre. E’ nata quindi l’idea di scrivere un brano per raccontare questa storia e lasciare a Teura la libertà di esprimersi in prima persona, di sottolineare con la musica un’esperienza di vita. Lei parla in prima persona di qualcosa che le è successo, che è capitato e deve essere questo un messaggio per altre donne affinché denuncino questi episodi.

Il dialogo tra uomo e donna passa anche da “Preludio”.

“Preludio” è un brano per due violoncelli ed è un dialogo tra gli stessi, tra un uomo e una donna; questo dialogo crea qualcosa di unico, in quanto le composizioni sono state scritte in due registri diversi. 

Parliamo di “Electroniko”: quali strumenti elettronici e digitali hai usato per la realizzazione di questa e altre tracce? 

In “Opera” ci sono due brani che vanno al limite del concept stesso: uno è appunto “Electroniko” e l’altro è “Fuga”. Quest’ultimo è una fuga a quattro voci come scrittura classica, ma non ci sono strumenti classici: non c’è il pianoforte e non c’è il classico quartetto, ma è un gioco di sintetizzatori, basso e batteria, raggiungendo un po’ un estremo del concept della musica elettronica all’interno di uno schema classico. “Electroniko” ha dei passaggi armonici molto complessi, sottolineati da questo gioco tra sintetizzatori e violoncello che Livia ha interpretato al meglio, creando quindi una nuova sonorità che mi ha permesso di sperimentare molto. Da un punto di vista compositivo, armonico e melodico, il brano è complesso ma il risultato finale è scorrevole e semplice e questo è l’obiettivo della scrittura: trasformare in semplice ciò che semplice non è.

Quale è per te il ruolo che un compositore di musica classica riveste in una società ormai connessa ventiquattro ore su ventiquattro, ma umanamente distante?

Io vengo dalla scuola della carta e della matita e sono contrario alla tecnologia quando vuole sostituire il cervello umano con un computer. Devo riconoscere che lo streaming ha permesso alla rete di raggiungere un pubblico più ampio: se riusciamo a cogliere gli aspetti positivi del tutto, allora la musica può andare avanti anche se il teatro rimane il luogo deputato per sentire una buona musica. Credo sia importante una riflessione sulle potenzialità dello streaming e dei telefoni. Questo tsunami che stiamo vivendo spazzerà via chi non ha le basi per progredire musicalmente; oggi, con lo streaming, le idee non hanno prezzo e chiunque può pubblicare un disco grazie ad un sistema più democratico di prima. Ognuno può mettere in rete: poi se vale rimane, altrimenti verrà cancellato.

Dal 2018 sei l’unico italiano nella giuria dei Grammy Award.

Questo dimostra la grande considerazione che hanno gli americani per i compositori italiani in quanto c’è sempre una ricerca di italianità. Purtroppo la musica italiana non arriva qui in massa e sono pochissimi i casi negli ultimi dieci anni, e questo è un peccato. Suonare alla Casa Bianca è stato un messaggio per tutta la musica italiana, ma sono 4 anni che ai Grammy di italiano non arriva niente. E’ una esperienza fantastica poter lavorare nella Recording Academy, supervisionare i brani, leggere come sono stati scritti. Quando vinse Bruno Mars, ricordo che mi arrivò uno spartito per pianoforte e questo fa capire quanto quell’artista sia un musicista con base classica, e pochi lo sanno. 

Come hai accennato, hai suonato alla Casa Bianca al cospetto di Barack e Michelle Obama. Come è arrivata questa proposta?

Nel 2014 avevo da poco pubblicato il primo album, “The minimalist evolution”; avevo mandato una copia alla First Lady che si stava battendo per la musica italiana e per internazionalizzare la Casa Bianca. Dopo circa cinque mesi mi ha risposto con una mail invitandomi a suonare. Questa storia sembra assurda ma fa capire quanto in America tutto sia possibile. Nonostante tutto ciò che sta accadendo in questi giorni, l’America è veramente un Paese democratico e io ne sono stato un po’ la dimostrazione, in quanto si è aperta la soglia alla musica italiana. E’ stata la prima volta per un compositore italiano dirigere la propria musica originale alla Casa Bianca, esperienza meravigliosa. Subito dopo gli Obama mi hanno rilasciato la Green Card, e sono rimasto vicino alla famiglia Obama e alla fondazione Obama con cui ho collaborato e continuo a collaborare per il movimento Black Lives Matter. Gli Obama, da un punto di vista della musica e delle arti, hanno dato tanto stanziando significative risorse, formando tante orchestre, aprendo molti teatri. 

Per una decina di anni hai lavorato nell’azienda di famiglia, la “Ciampi Pianoforti” di Roma. Cosa ti rimane di quella esperienza lavorativa?

Mi rimane ancora tutto perché la parte business della musica riesco a gestirla bene proprio grazie a quella esperienza lavorativa di dieci anni, maturata mentre studiavo al conservatorio e all’Università. Poi, dopo tanti anni di studio, avevo voglia di evadere in quanto, mentre vivevo molto la parte commerciale dell’attività di famiglia che quest’anno compie settantacinque anni, la parte artistica rimaneva soffocata. Avevo quindi voglia di fare una nuova esperienza e sfogarmi da un punto di vista compositivo. Ricevetti la chiamata dalla prestigiosa UCLA [l’Università della California] e mi sono trasferito: sarebbe stato folle dire no alla esperienza americana in quanto col senno di poi posso dire che l’approccio americano, molto pratico, ha compensato l’approccio accademico e classico del conservatorio italiano.  Io mi sento un cervello in prestito, e spero un domani di tornare in italia. Chi non ha la possibilità di andare all’estero rimanga in Italia perché, soprattutto nell’attuale situazione, ci sono grandi opportunità. 

Tra poco inizia Sanremo 2021: che idea hai del nostro Festival?

Sono un ammiratore in quanto questo importantissimo evento ha permesso, ad esempio, di far conoscere Modugno in America. Purtroppo qui non si ricordano chi ha vinto di recente, e questo è il problema. L’Italia deve avere un festival, una manifestazione popolare legata alla musica italiana; anche senza pubblico va fatta, come i Grammy che sono stati posticipati al 15 marzo. Dispiace che questa vetrina sia fatta di musica che non è all’altezza, di musica risibile: la parte armonica non dice nulla e si cerca di stupire in altro modo, con il vestiario, l’abbigliamento provocante. Sanremo è una grande macchina a disposizione che è sfruttata malissimo dai giovani. Fanno eccezione le grandi voci, le grandi estensioni, come quella di Albano. Spero quest’anno di assistere ad una manifestazione all’altezza dei Grammy. A Sanremo serve una giuria tecnica da affiancare a quella popolare altrimenti ne risentirà la qualità.

Grazie Gabriele e ti aspettiamo presto dal vivo in Italia.

Grazie a voi e un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e conducono un programma su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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