Gazebo, con la nuova “I like Chopin” ringrazio chi combatte il Covid

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Paul Mazzolini, in arte Gazebo, è una vera icona degli anni ’80: “Masterpiece” e “I like Chopin” furono successi planetari. Quarant’anni di musica nel segno della sperimentazione. La nuova versione di uno dei suoi più grandi successi per ringraziare gli eroi contemporanei.

Paul, l’anno prossimo compirai quarant’anni di carriera.

Amo pensare di essere un amante della musica e di aver avuto la fortuna di farne un mestiere. Sono arrivato a sessant’anni e ho fatto un percorso di vita con la musica: un dono pazzesco!

Non ti sei fermato neanche nel primo lockdown con un bel pezzo di ringraziamento, una nuova versione di “I like Chopin”.

La foto dell’infermiera stremata dalla fatica mi ha commosso e ho detto perché non fare una nuova versione di “I like Chopin” con la mia band, quella che facciamo dal vivo, che non tutti conoscono, dedicandola a tutti questi eroi che fanno il loro lavoro ad un prezzo molto alto, facendo turni massacranti. Da cittadino ho voluto dire loro grazie. I miei musicisti hanno detto subito sì e ognuno ha eseguito la propria parte a casa propria. 

Dopo lo sprint degli anni ’80, la pausa nei ’90 e poi una nuova partenza.

Negli anni ‘90 sembrava una bestemmia parlare degli anni ‘80 e quindi lavorare era più complicato: mi sono messo quindi a fare la gavetta, quella che non avevo fatto prima di “Masterpiece”, il mio primo disco. Mi sono messo a studiare la tecnica, la produzione, la registrazione, l’armonia, a diventare arrangiatore, trovando altri sbocchi lavorativi nel mondo della musica. Poi nel 2000 sono arrivate le chiamate per riprendere la musica anni ’80. Lorella Cuccarini mi ha chiamato per “La notte vola”, e da lì è nata la passione di nuovo per gli spazi anni ‘80, anche nelle discoteche. Lì ho ricominciato a fare il mio lavoro come Gazebo. E quindi nel 2007 ho fatto l’album “The syndrone”, che era molto diverso dai suoni elettronici degli anni ‘80 perché c’erano strumenti veri. Io vengo dal prog dove c’erano gli strumenti e si suonava tutto; ho avuto voglia di tornare facendo qualcosa legato al mio essere musicista. Ho dovuto anche cambiare il modo di fare i live: negli anni ‘80 erano molto estetici, c’erano tre schermi giganti, perché era giusto in quel contesto; col nuovo album era giusto portare una nuova band sul palco. Oltre agli storici Davide Pistoni, pianista, e Cristiano Micalizzi, batterista, con l’aggiunta del maghetto dei sintetizzatori Eugenio Valente che ha una grande passione per la new wave: e lui ci ha riportato quella freschezza nell’uso dei sintetizzatori come si usava negli anni ‘80. Nella band anche Giacomo Anselmi e Alessandro Sanna.

Sei figlio di diplomatico, sei stato in giro per il mondo nella tua giovinezza, da Beirut, ad Amman alla Danimarca: come ti ha formato musicalmente questa esperienza?

E’ stata fondamentale! Ho cominciato a suonare quando stavo in Danimarca, avevo nove anni, e sono stato catapultato in una scuola internazionale gestita da hippy, nel pieno ’68. Non c’erano distinzioni di età, di sesso e di razza, nel senso che avevamo cani, gatti, topi [ride]; avevamo una valanga di strumenti, c’era sempre la musica nell’aria, e da lì nacque la mia passione per la musica. L’aver frequentato una scuola internazionale è il motivo per cui ho fatto musica in inglese, non per snobismo.

Quella dell’inglese è stata però la tua condanna, visto che ti hanno messo subito a fare il cantante!

Il mio sogno da giovane era essere un Ritchie Blackmore. Su “Ciao 2001” mi presentavo come chitarrista rispondendo agli annunci di chi stava mettendo su delle band. Poi si accorgevano che ero intonato, e che avevo questa pronuncia; non li facevo proprio impazzire come chitarrista, perché ero un “caciarone”, un rockettaro. Poi a quell’epoca il progressive richiedeva tanta tecnica classica mentre io venivo dal blues, dall’hard rock e mi dicevano che dovevo essere il loro frontman, il loro Peter Gabriel, e ho capito che quello era il mio destino. 

Ti faccio due nomi: Paul Micioni e Pierluigi Giombini.

Pierluigi era uno di quelli a cui avevo risposto su “Ciao 2001”. Negli annunci dovevi rispondere indicando “con buona strumentazione” altrimenti non ti consideravano proprio e, siccome avevo una chitarra “Stratocaster”, risposi all’annuncio con molta sicurezza. Pierluigi stava facendo un gruppo alla Emerson, Lake & Palmer e lì fui messo da parte come chitarrista per essere cantante ed autore dei testi, perché mancava questa figura. Assieme abbiamo fatto tantissime cose progressive negli anni ’70, ma gli Emerson già c’erano, così come i Genesis: il nostro era il tipico approccio da adolescenti, dove vuoi emulare il tuo idolo. Dopo la maturità sono andato a fare due anni sabbatici a Londra dove, dopo il punk, era esploso il post punk. C’erano gruppi che avevano scoperto la semplicità, dopo la complessità del progressive: la musica punk era molto elementare e il post punk aveva tenuto questa semplicità aggiungendo i nuovi strumenti che stavano uscendo, come le batterie e le tastiere elettroniche, per cui da post punk è diventata new wave, che trovai fantastica perché potevo tornare a fare il chitarrista. L’elettronica era molto interessante. A Roma mi rividi con Pierluigi che faceva il tastierista e gli feci sentire un po’ di prodotti new wave e piano piano è nato “Masterpiece”. Un anno prima facemmo delle produzioni di Micioni di disco music all’italiana; il mio concetto era: se ci sono già gli Chic perche dobbiamo farli? Poi c’era un problema di suoni. Loro avevano la tecnologia mentre noi avevamo cose non paragonabili e un po’ mi vergognavo di questo, perché non era la musica che volevo fare. Dopo un anno che giravo con questo provino di “Masterpiece”, pensai di farlo sentire a Micioni che rimase colpito. A dire il vero lui non voleva fare new wave e nacque quindi una cosa ibrida tra la new wave, con atmosfere neo romantiche e decadenti, e la dance, con il ritmo semplice, con battuta in 4/4, che i DJ amavano perché faceva ballare la gente.

Paul, nel 1982 hai iniziato appunto con “Masterpiece”, pubblicato per due etichette, la Best Record e la Baby Records

Claudio Casalini, DJ di Roma, aveva fatto una white label di “Masterpiece” per testare il vinile: si preparava una etichetta bianca con su una scritta a mano. Pensammo lì di usare per la prima volta il nome Gazebo, in modo che nessuno avrebbe mai immaginato che fossi italiano, che musicalmente veniva considerato svantaggioso. Gazebo era un termine contenuto nella versione lunga di “Masterpiece”, che venne poi pubblicata dalla Best Record. I DJ impazzirono letteralmente! Poi subentrò il Discotto, grossista di Milano, più grande di Best Record, e lì il mix del brano esplose. Poi subentrò la Baby Records con Freddy Naggiar che sentì il brano in radio e lo volle avere a tutti i costi. Con Micioni eravamo consci che senza promozione il brano sarebbe morto. Ci affidammo quindi alla Baby Records che era una etichetta indipendente più forte delle major. Freddy credette ciecamente in me, nonostante non sapessi ballare, perché capì che potevo funzionare. Io volevo raccontare la storia di “Masterpiece” in smoking, senza ballare, e quella fu la chiave del successo a livello video.

Nel 1983 ci fu il vero boom con “I like Chopin” che vendette ben otto milioni di copie!

Per il follow up di “Masterpiece” chiesi a Freddy di farmi lavorare da solo con Giombini e facemmo una cassetta con provini e la portai a Milano ma lui bocciò tutti i pezzi. Ebbe la meglio un altro pezzo presente sulla cassetta, un pezzo pianoforte e voce. Appena Freddy lo sentì disse “questa è la hit”, e da lì è nata “I like Chopin”. Il brano vendette otto milioni di copie, in Europa, in Asia, ma ne avrebbe potuti vendere di più dato che non fu pubblicato in UK e USA. Questo fu un limite del fatto che la Baby Records era indipendente, e doveva negoziare territorio per territorio un accordo di licenza. A quel tempo aveva Pupo, Albano e Romina e Ricchi e Poveri, artisti che piacevano molto agli europei e non agli inglesi, perché non avevano conosciuto bene questo materiale. La Baby non aveva una grande distribuzione in America e aveva una pessima distribuzione in UK, dove uscì ma non fu promozionato. In Giappone s’innamorarono soprattutto di “I like Chopin”, che lì uscì l’anno dopo, nel 1984, tanto da essere doppio disco di platino: sia la versione in inglese che la cover in giapponese furono al numero uno in classifica. Noi siamo partiti da Roma, facendo un prodotto internazionale che è entrato in competizione con il top del momento, con i Culture Club, Michael Jackson, i Police. Non dimenticherò mai quando entrai negli uffici della Sony CBS a Tokyo. Nella mega hall c’erano dei manifesti altissimi dove c’erano raffigurati i top del momento: Julio Iglesias, Bruce Springsteen e poi c’ero io! Peccato che all’epoca non c’era ancora il cellulare altrimenti avrei fatto una bella foto [ride].

Da dove proviene la copertina di “I like Chopin”?

Quella è una foto preso da un video che feci negli studi di Cologno Monzese, con il regista Valerio Lazzaro, che era un genio nel produrre effetti digitali: fece questo video con la ballerina che mi balla sul naso [ride] ma tecnologicamente si parlava di avanguardia. Pensai quindi di fare una copertina con metà faccia normale e metà digitalizzata, con effetti strani, polarizzati. 

Nel 1983 uscì anche il primo LP “GAZEBO” contenente “Lunatic” e “Love in your eyes”. E già da “I like Chopin” si capisce che ti richiamavi alla new romantic, riproponendo l’estetica anni 50, l’eleganza, brillantina nei capelli. Quanto ha aiutato per il successo di questi brani, la componente dell’immagine?

Io interpretavo i personaggi della canzone: in “Masterpiece” ero un gigolò, era quindi giusto proiettarmi esteticamente negli anni ’50. “I like Chopin” era proiettata nella Parigi del 1800, l’eleganza ritornava, ed era il periodo in cui la new romantic stava esplodendo; basta ricordare il look degli Spandau Ballet e Duran Duran, che ha etichettato una generazione di ragazzi, che si distinguevano dai jeans a zampa di elefante e capelli lunghi degli anni ‘70, e per questo ha funzionato.

Il 1983 fu anche l’anno in cui scrivesti il testo di “Dolce Vita”, altro tuo capolavoro, cantata da Ryan Paris.

Stavo pensando al follow up di “Masterpiece”, che era ambientato nella Hollywood degli anni ’50, e, camminando per Roma, mi dicevo che quella era la nostra Hollywood, dove venti anni prima avresti potuto incontrare le star mondiali, i registi; c’era stato anche il bellissimo film “La Dolce Vita” nel 1960, e quell’espressione suonava benissimo, era come uno slogan, e mi sono stupito che nessuno ci aveva pensato prima. Chiamai Giombini per l’idea del brano: mi rispose che aveva un giro armonico ed un’idea di riff di basso, perfetto da poterci costruire un brano. A Freddy e alla Baby non piaceva, e allora ci fu un tira e molla di metterlo come brano secondario nell’album o di farlo cantare a qualcun altro. All’epoca c’erano i grossisti a Milano che compravano i master pagandoti profumatamente subito, e quindi quel pezzo fu venduto a Severo Lombardoni di Discomagic. “Dolcevita” è stato distribuito a livello internazionale, ed è stato nella top tre in UK malgrado Fabio [Fabio Roscioli, alias Ryan Paris] non fosse un madrelingua; questo perché il pezzo funzionava.

Poi nel 1984 il concept album “Telephone Mama”.

Nel 1983 sono stato l’artista che ha venduto più dischi in Italia e quindi, a settembre 1984, mi venne consegnata la “Vela d’oro” a Riva del Garda. La Baby Records voleva usare a tutti i costi usare questa premiazione per promuovere un nuovo disco che in realtà non era pronto. Mentre nel primo album c’era stata una gestazione, per il secondo non c’erano i brani. Avevo l’idea di fare un concept album, come si faceva negli anni ‘70, ma era troppo presto per me fare un simile disco, in quanto occorreva qualcosa di più pragmatico e commerciale. Il disco è bello ma era il caso di andare a lavorare con i produttori inglesi; ci fu un tira e molla che non è andato come volevo. Poi arrivò la cartolina del militare e lì il disco morì.

Cosa sono stati per Gazebo gli anni ’80?

Il coronamento di un sogno! Ero destinato a diventare un insegnante di lettere o, con un po’ di fortuna, entrare al Ministero degli Esteri. Mi sono trovato a guadagnare subito molto, nello stesso tempo chi mi stava attorno banalizzava: era normale essere primi in classifica in Germania, rimanevo male se scendevo al terzo posto. I video stavano cominciando ad uscire negli anni ‘80, ma la promozione era prendere l’aereo e andare in Europa, ed era molto faticoso: questo ti allontanava dalla realtà e dalla musica; solo successivamente il video è diventato un veicolo di promozione. 

Come è cambiato il modo di fare musica negli ultimi quarant’anni?

Totalmente. Quando sono usciti i campionatori, fu introdotta la magia di registrare i suoni in digitale e metterli in un altro contesto, invece dei nastri. Cosi i DJ sono impazziti, e gli stessi DJ hanno prevalso nel meccanismo della produzione in quanto avevano il polso di ciò che la gente ballava. I DJ producevano quello che la gente ballava, non c’era quindi più il lavoro creativo dell’artista; si partiva dal suono che si sapeva funzionare, poi da lì nascevano i brani. Così è nata l’house music e poi la tecno e poi il rap e il trap. Oggi è tutto un copia e incolla e non c’è più il creare un giro armonico nuovo. Oggi un pezzo si fa in due ore in studio. 

Con la fine degli anni ‘80 finisce un’epoca anche per te, tanto che negli anni ‘90 inizi ad autoprodurti.

Dopo il militare, nel 1985 la Baby Records non era contenta dell’album “Univision”, e con Giombini la collaborazione non andava più, in quanto i miei erano pezzi di non successo, per cui decisi di cambiare. Freddy diceva che credeva nel prodotto e non negli artisti, allora non aveva più senso stare là, così sciolsi il contratto con la Baby, pagando una grossa penale. Ruppi con Giombini e ricominciai da capo. Un mio amico di Londra venne a Roma e con lui ho riscoperto la gioia di fare di nuovo musica. Dal 1988 in poi ho fatto tutto da indipendente.

Nel 2018 interpreti i grandi successi anni ’80 in “Italo by numbers”, incluso un inedito, “La Divina”. Ci parli di questo album?

Nel 2015 avevo pubblicato l’album “Reset” in cui c’era un mio ritorno all’elettronica; poi, giocherellando, venne fuori il giro di basso di “Tarzan Boy”; mi chiesi “perché non rifare questi pezzi che ebbero grande successo?”. Pensai quindi di dedicare il disco alla italo dance, ma per me era new wave, una musica ballabile in Italia, come “Self Control”, “Easy lady”, “Survivor”, “Happy children”. Ho composto poi un inedito, “Untouchables”, brano fake anni ’80. Poi, vedendo un documentario in TV, mi venne il ricordo di quando frequentavo un tenore, maestro di canto, che passava più tempo a raccontarmi della Callas che ad insegnarmi a cantare. Nel brano, “La Divina”, che è la Callas, racconto questa storia. Dopo un po’ incontrai il Maestro e scoprii che la sua vita era cambiata, era un senza tetto, e della sua vita precedente si portò appresso una gigantografia della Callas con la quale, mi disse, non si sentiva solo. Vedendo il documentario della Callas mi è venuto di getto il testo del brano in italiano con la musica fake anni ‘80 di “Untouchables”.

Ci sarà altra sperimentazione nel tuo futuro?

Purtroppo non so fare altro [ride]; ogni giorno comunque scrivo, molto spesso cose brutte, ma è un esercizio importante che, appena finisce il Covid, spero di poter realizzare in studio. Questo nuovo progetto sarà diverso da “Italo by numbers”. Ho fatto dieci dischi totalmente diversi, dall’elettronica, al rock, all’italo disco. Il prossimo sarà qualcosa di molto acustico, tipo pianoforte e voce.

Allora Paul ti aspettiamo per la tua prossima uscita discografica.

Sicuramente! Un saluto a tutti i lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e conducono un programma su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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