Perturbazione, in “(Dis)amore” narriamo l’amore e il suo opposto

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Il concept album è il racconto della storia di una coppia, dall’incontro all’innamoramento, all’abitudine, fino al disamore. Da trent’anni il loro è un “rock anemico”. Ne abbiamo parlato con Tommaso Cerasuolo, frontman del gruppo.

Nel maggio 2020 una pubblicazione coraggiosa: un doppio album, “(Dis)amore”, contenente ben ventitre canzoni, che è anche un “concept” album. E nel titolo anche una parentesi! 

Una parentesi molto importante, perché contiene la parole amore e il suo contrario, per rappresentare luci e ombre di un rapporto amoroso. Non puoi infatti definire il concetto della luce senza le ombre che questa proietta sugli oggetti: sono le ombre che aiutano a definire la loro forma. Col tempo abbiamo stratificato tante canzoni sull’innamoramento, dall’incontro fino al disincanto, all’abitudine, ai piccoli inganni, alle prigioni, e c’è venuta voglia di riuscire a mettere su un disco narrativo. (Dis)amore è la storia dell’incontro di due protagonisti che si innamorano; nell’arco del disco volevamo raccontare dove comincia l’illusione e la realtà, quell’essere “intontiti” dall’innamoramento, la necessità di cambiare assieme se possibile. Alla fine il succo del disco è rappresentato dalla chiave in copertina, preparata da Matteo Baracco, che ha curato l’artwork, che è per accedere alla capsula del tempo della loro storia: dentro ci mettono gli entusiasmi ma anche le paure, le sciocchezze e le tenerezze. Quindi l’amore e il disamore.

Che cosa è rappresentato nella copertina retro?

Una bottiglietta con un messaggio ove ci può essere scritta qualsiasi cosa. Proprio come le canzoni, che devono essere qualcosa di elastico, dove l’ascoltatore possa inserirsi. Se hai un po’ di fortuna e un minimo di talento, occorre scrivere metà canzone perché l’altra metà la completa chi l’ascolta. Se usi paroloni come “cuore” e “mondo” devi poi accostare parole piccole, che rappresentano la quotidianità. In “Ragù” la parola “coperta”, ad esempio, chiude il testo della canzone, ed è la loro presa di coscienza di quanto l’idea della fine delle cose, della morte, entri nella loro quotidianità, fatta di coperte cucite a mano dalla vicina con cui hanno stabilito un rapporto di amicizia. Si vogliono un po’ bene, poi questa persona viene a mancare improvvisamente e questo avvenimento si mischia col ragù che si sta preparando quella sera. L’idea della morte e della fragilità della nostra esistenza, affiancata a cose molto terrene e quotidiane, dà la possibilità all’ascoltatore di metterci anche lui del suo. E’ lì che ci agganciamo, sono gli hook dei songwriter.

Uno dei temi della vostra ricerca musicale è l’omologazione.

Abbiamo scritto tanto negli ultimi anni perché questo ci affascina, e la questione legata all’omologazione ci pone molti interrogativi. Noi siamo cresciuti in una cultura in cui l’omologazione era qualcosa di sbagliato, mentre oggi la cosa più importante è avere le stesse cose. L’omologazione oggi è un segno di riconoscimento. Questo tema è stato investigato molto in “Musica X”, un disco che ha lavorato molto con l’idea stessa dell’omologazione dei nostri suoni; era il primo disco in cui ci campionavamo, in cui costruivamo dei mattoncini musicali. 

Questo album è accompagnato da tre video ufficiali. Il primo è quello de “Le spalle nell’abbraccio”. 

Il video è stato girato da Fabio Capalbo ed è la canzone che apre il disco; esso segna l’incontro casuale tra i due protagonisti. Tra gli attori che lo interpretano c’è Laura Bruscagin, compagna di Fabio. Essi sono gli stessi attori protagonisti del video de “Io mi domando se eravamo noi”. I due si incontrano e nel video c’è la messa in scena della loro storia; essi avranno sempre un modo diverso di vedere le cose ma è importante che se lo dicano. Nel video i personaggi escono dai corpi: Fabio lavora tanto sovrapponendo le immagini. 

C’è una sequenzialità nell’ordine dei brani nell’album, come se fossero le scene di un film. 

Abbiamo cominciato scrivendo i momenti divisi l’uno dall’altro; ma ci sono tante canzoni corte, da 1-2 minuti. E’ molto bello che in questo film, scritto come una sceneggiatura, ci siano dei cambi di passo, con un montaggio serrato. Poi ci siamo chiesti cosa mancasse in questo montaggio: mancavano ad esempio delle inquadrature. Ci siamo quindi aiutati con degli escamotage narrativi, associando le canzoni, ad esempio, ad un guardaroba. Dovendo averne uno completo, abbiamo visto quali abiti, associati alle canzoni, avessimo già in quel guardaroba e quali mancassero: avevamo il vestito da sera ma non l’intimo o il pigiama. Stessa cosa abbiamo fatto con le stanze, con l’architettura della casa; ma la casa non doveva essere solo un universo domestico ma anche come un luogo visto da fuori, e il posto dal quale i protagonisti vedono l’esterno della casa.  Nonostante le ventitré canzoni, (Dis)amore vuole essere un disco essenziale. 

La lunghezza del disco non ha spaventato la giuria del Premio Tenco 2020 in quanto siete stati tra i cinque finalisti del “Disco in assoluto”. Una bella soddisfazione!

Una cosa che ci ha fatto molto, molto piacere. Non siamo mai stati candidati al Premio Tenco. In Italia fai più fatica a farti riconoscere se sei più eterogeneo musicalmente: non apparteniamo esattamente a un mondo preciso, non siamo gli alfieri di uno specifico genere musicale. Penso che ci siano delle questioni di maturità per cui i giurati ci hanno visto bene. Il disco, con le storie che ci raccontiamo, con le sue imperfezioni, cerca una sua identità, cercando un suono che non ha una direzione precisa: tutto questo lavoro fatto per (Dis)amore ha avuto modo di stratificarsi. Alcune canzoni nascono dai lavori teatrali fatti negli ultimi anni, col Teatro Stabile di Torino e altre compagnie. Alcune canzoni sono nate per degli spettacoli legati al teatro di Natalia Ginzburg e questa è una cosa molto bella perché hanno una scrittura alla quale ci si appoggiava per scrivere i testi senza essere didascalici rispetto a ciò che avveniva in scena; venivano evocate le atmosfere care alla Ginzburg che ha scritto tanto sul tema dell’assenza. Ci sono tanti personaggi che vengono citati ma che non ci sono mai. Come amore e disamore che sono citati sempre ma nessuno sa cosa siano veramente. Scrivere tanto attorno alla sua narrazione ci ha aiutato molto. 

Dieci anni prima, nel disco “Del nostro tempo rubato”, ben ventiquattro brani, uno per ogni ora della giornata.

E quello che vedete sulla copertina è veramente scotch da pacchi. La metafora del disco era il trasloco, dopo un periodo di diaspora perturbata: Stefano il bassista aveva lasciato il gruppo nel 2007 e il contratto con la EMI stava andando molto male, dopo i primi mesi di entusiasmo, e noi, per immaturità, non avevamo la “cazzimma” di reagire. Abbiamo comunque continuato a scrivere canzoni, ben 24. Decidemmo di mettere dentro tutto, e infatti il disco va in tantissime direzioni diverse e quindi anche il disco andava traslocato. Nel disco è contenuta “Buongiorno Buonafortuna”, un pezzo ben augurante, farina di Gigi [Giancursi] che ha una bellissima penna; abbiamo poi lavorato tanto sulla melodia. E’ difficile scrivere canzoni ben auguranti che non siano sciocche. E’ un pezzo che ci ha portato molta fortuna perché è bello augurare a qualcuno qualcosa di cuore. Amiamo suonarla.

Come nasce il nome Perturbazione?

Torniamo indietro al 1988, sui banchi del liceo, a Rivoli, cintura di Torino. Tra le varie classi ci passavamo i nastri; mio fratello, più grande di 5 anni, ci passava i dischi degli U2, dei Cure, degli Smith, di Bob Marley, dei Clash, di Dalla e De Gregori, dei REM. In una gita scolastica ci siamo fatti una foto scimmiottando le band e mio fratello, vedendo la foto, disse “dovete fare un gruppo”. Nasceva il problema di come chiamarci; siccome nella foto eravamo con gli impermeabili, ci chiamammo Perturbazione. C’erano molti gruppi in giro nella scena hardcore post punk: i Negazione, i Contrazione. Noi facevamo canzoni sui professori, senza saper assolutamente suonare; registravamo le cassette in camera, facevamo i demo con una copia, e da lì il “giro di do”. Poi con i Nirvana è venuta la voglia di fare un suono duro, ma ci siamo accorti che non avevamo quella “cazzimma”, quelle corde da far vibrare. Poi abbiamo visto che le cose malinconiche riuscivano meglio. “In circolo” è il primo disco del 2002, e ci abbiamo messo 15 anni per trovare la nostra strada.

In alcune tue interviste abbiamo letto che definisci il rock dei Perturbazione come “rock anemico”.

Nei primi tempi, appunto, cercavamo di suonare più hard, con suoni più robusti ma non ci veniva quella roba lì; quando ce ne siamo resi conto, arrivò il violoncello di Elena [Diana] e lavorammo i primi anni producendo un 45 giri e una recensione di quel tempo scrisse “Il rock anemico dei Perturbazione”. Non ci piacque quell’espressione ma ci diede l’idea di una musica che fosse alla continua ricerca di un elemento mancante; pensammo che in questa forma di anemia ci fosse qualcosa di narrativo su come scriviamo e sulla nostra attitudine. Da allora rispondiamo sempre che facciamo “rock anemico”.

Nel 2014 siete a Sanremo con il brano “L’unica”. Un bel sesto posto e il Premio Sala Stampa. Che esperienza è stata il Festival?

Quello fu un premio molto importante perché diceva che al mondo delle radio il pezzo piaceva, e infatti ha viaggiato molto. Ricordo quello di Sanremo come un periodo molto frastornante ma estremamente divertente perché si arrivava come gruppo: per noi era come una gita. Io avevo paura di sbagliare e mi affidavo ad una autodisciplina. Ti gusti le cose quando capisci che sei una ruota dell’ingranaggio: è il circo mediatico, il carrozzone, che è molto divertente. Quando giravamo per il paese, mi sono reso conto di quanto fossimo fuori dal sistema: le persone si avvicinavano e chiacchieravamo. Ho capito dopo che la canzone andava tanto ma noi restavamo poco, in quanto i Perturbazione non solidificavano in quello che era il gusto popolare. Noi siamo molto cerebrali, abbiamo un songwriting che funziona per un brano pop, ma non abbiamo quel tipo di cose che stanno in un gusto che può tornare, anche perché non ci hanno più passato in radio [ride]. Non è solo un problema di Perturbazione: se vedi i candidati al Premio Tenco, a parte Brunori, c’è una chiusura verso di loro. Ora si lavora sul singolo passaggio, ma di entrare in rotazione non se ne parla: quegli spazi che una volta erano aperti, ora sono chiusi. Oggi c’è una omologazione dei suoni, della produzione, che è spaventosa: gli spigoli sono smussati. Sanremo è stato bello: è avvenuto in un anno stranissimo, in cui Gigi ed Elena si stavano separando e siamo arrivati al Festival con questo psicodramma in corso. Entrambi poi hanno preso direzioni diverse dal gruppo. E’ stato un anno figo, intenso, ma anche stravolgente. Da lì la strada sarebbe stata in salita e lo è anche ora.

L’orchestrazione per “L’unica” fu fatta da Andrea Mirò.

A “L’unica” voglio molto bene in quanto lo considero un ottimo risultato narrativo per noi, anche grazie all’orchestrazione della splendida Andrea Mirò. Lei è una musicista intelligente, molto al servizio di ciò che fa; non tiene le cose per sé, e ha sempre lavorato come gregario, come fatto con Enrico Ruggeri. Noi l’avevamo invitata per uno spettacolo che facemmo dal 2005 al 2010, “Le città viste dal basso”: volevamo raccontare, attraverso le grandi canzoni della musica italiana, le città e l’idea della città, e farlo anche attraverso delle pagine contemporanee, con degli ospiti musicisti, tra i quali Andrea Mirò che da quell’invito si è rivelata una persona entusiasta, intelligente e con gran cultura musicale. E’ tutt’altro che una persona seriosa in quanto estremamente solare; ricordo che, quando lavorava sulla partitura degli archi, scriveva tutto a mano. Poi è tornata con noi cinque anni fa a “Le storie che ci raccontiamo”: ci serviva un quinto musicista per restituire gli arrangiamenti dal vivo e per avere un suono un po’ più robusto e fu molto carina in quel caso; ci accompagnò in quelle parecchie date e suonava sia chitarra che tastiere che cori. Le vogliamo molto bene perché è una persona splendida.

Non solo musica, ma anche cinema e teatro: nel 2017 avete interpretato e musicato un’opera pop rock, “Dracula – Rock Shadow Opera”.

Ci piace sperimentare con altre forme di espressione artistica, e questo serve molto alla musica; cercare forme di collaborazione è qualcosa che ti arricchisce ma che ti dà anche degli assist per rinnovarti e raccontare cose nuove. La compagnia Controluce di Torino, che lavora sull’idea del teatro d’ombre, voleva lavorare con la Casa del Teatro dei ragazzi per restituire Dracula in forma contemporanea. Ci chiesero di scrivere i brani e venne fuori che Dracula dovevo farlo io [ride]: avevo studiato, sì, in una scuola di musical agli inizi degli anni ‘90, ma non ero un attore; mi hanno affiancato un coach molto brano, Sax Nicosia. Purtroppo è stato uno spettacolo prodotto solo a Torino, e con una data a Milano. E’ uno spettacolo troppo grosso, una sorta di kolossal. Meglio fare gli spettacoli che riescano a girare, che grandi produzioni che affondano. A tre quarti della produzione ho capito che stavamo facendo qualcosa di gigante, una cosa che sarebbe costata troppo, difficile da portare fuori da quel teatro. 

E’ vero che state musicando un fumetto?

L’abbiamo sceneggiato. Ci ha scritto la casa editrice dei fumetti, Bao Publishing, che è cresciuta tanto negli ultimi dieci anni; nel 2016 trovai una loro mail in cui cercavano di collaborare per un progetto assieme. Siamo stati affiancati al disegnatore Davide Aurelia e con Rossano [Lo Mele] abbiamo lavorato su una sceneggiatura, non legata direttamente a “(Dis)amore” come storia, anche se ha in comune una canzone del titolo “Chi conosci davvero”. E’ la storia di un gruppo di ragazzi al liceo che si conoscono e formano una band, quasi una storia autobiografica, con una galleria di personaggi interessanti. Dovrebbe uscire agli inizi di aprile, quando si vedrà questa fatica in libreria. Ci siamo divertiti molto a scriverla e Davide a disegnarla.

Grazie Tommaso e vi aspettiamo per le prossime novità.

Grazie a voi ed un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e conducono un programma su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.


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