LUCA MADONIA: “La Piramide”, disco di preziosi duetti

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

L’anno prossimo festeggerà i quarant’anni di carriera; negli anni ’80 frontman dei Denovo e poi una trentennale carriera solista. Il suo ultimo album, “La Piramide”, contiene dieci stupendi duetti con gli amici di sempre: da Carmen Consoli a Franco Battiato, da suo figlio Brando a Morgan, da Mario Venuti a Patrizia Laquidara, da Giada Colagrande a Mauro Ermanno Giovanardi, da Enrico Ruggeri ai Decibel.

Luca, il tuo ultimo album, uscito nel 2019, si chiama “La Piramide”. La copertina raffigura due mani d’oro che formano un triangolo. Perché questo titolo e questa copertina?

Stavo leggendo la “Piramide dei bisogni” di Maslow, psicologo del 1900, che ha creato una sorta di gerarchia dei bisogni in base alle quale ogni individuo cresce in maniera diversa. Mi ha intrigato molto questo concetto e ho creato una nuova gerarchia che è la musica, la mia vita. Non ho chiamato il disco “La piramide di Maslow” altrimenti sarebbe sembrato un trattato di psicologia [ride]. Le due mani in copertina sono una forma di contatto. Sono stato spinto dai miei figli e da mia moglie a lanciarmi in quest’avventura, in quanto sapevo che contattare dieci artisti, trovarli ed inviare il materiale sarebbe stata un’impresa biblica. Sono contentissimo di aver portato a termine questo progetto. Ricevere il sì da parte di tutti è stata la cosa più gratificante. E’ stato particolare anche abbinare la canzone all’artista, in base alle loro affinità. Si tratta di dieci brani, dieci contatti con espressioni e voci diverse, pur con una affinità di fondo che ci lega un po’ tutti. Un contatto artistico, umano, di arricchimento: queste sono le mani.

Una delle particolarità di questo disco è il fatto che sia tutto suonato!

Mi son tolto questo sfizio dopo anni di musica, con un’orchestra di sedici elementi che ha dato quel tocco in più a livello armonico. Non considerando un paio di episodi più ritmati, per scelta mi sono rifatto a sonorità più soft e morbide anni ‘60, quando Morricone e Bacalov arrangiavano anche canzoni pop leggere: quel mondo in bianco e nero dove c’erano arrangiamenti sublimi. 

Andiamo attraverso i dieci brani del disco, partendo da “Allora fallo” cantata con Enrico Ruggeri.

Chiamo Enrico e gli spiego il progetto; gli mando due pezzi affinché scegliesse quale interpretare con me. Lui inaspettatamente mi fa una controproposta, ossia fare due brani, uno come Ruggeri e un altro con i Decibel. Il brano più ritmato, “Allora fallo” andava bene per Enrico per i suoi trascorsi rock, con questo basso che ricordava i Beatles e i Talking Heads. La canzone è stata accompagnata anche da un video con protagonista un galletto rockettaro che si lancia in mille avventure, in sfide canore, che vuole andare avanti. Il brano cantato con i Decibel è “I desideri non cambiano”, dove c’è anche una musicista che suona il theremin.

Si passa poi a “Io che non ho sognato mai” con Morgan.

Una canzone di tormento interiore, scritta in un momento in cui dovevo esorcizzare questa angoscia che avevo. Ho pensato a Morgan, artista bohemien e “maledetto”, che ha subito accettato, chiedendo di fare qualcosa a livello di armonia e arrangiamento. Ho ovviamente accettato perché volevo trovare un intreccio, una partecipazione vera a livello di sentimento. Morgan ha riscritto la sua strofa, in linea con lo spirito del disco. Un arrangiamento bellissimo, poi orchestrato da Davide Marino.

In “Guarda come scorre” il tuo storico amico Mario Venuti.

Mario non poteva mancare: abbiamo trascorso una vita assieme. Ci siamo ritrovati al Festival Rock di Bologna nel 1982. I Litfiba arrivarono primi e noi secondi ma noi vincemmo una chitarra elettrica orrenda [ride], un trofeo veramente brutto che abbiamo ancora! Ci conosciamo veramente troppo bene.

Si passa poi a “Canzone semplice” con la “cantantessa” Carmen Consoli, con la quale non sei nuovo a duetti.

Il brano è una chicca molto delicata che parla d’amore ma anche di rispetto, importante in ogni manifestazione della nostra esistenza. Adatta per Carmen, grande artista che ha sublimato le mie intenzioni. Con lei ho duettato in “Meravigliandomi del mondo” del 2002, in “Il vento dell’età” del 2008. C’è anche un suo intervento canoro e di chitarra nell’album “La monotonia dei giorni” del 2015. 

“Le conseguenze che non ti aspetti”, cantato con Giada Colagrande, è il primo brano registrato.

Giada è una cara amica nonché moglie di Willem Dafoe, conosciuta grazie a Franco Battiato; lei, regista e attrice, si è lanciata in un’avventura canora, con una musica più mistica ed esoterica. Questo modo di cantare, da cantante non cantante, mi ha molto intrigato. Ed era il primo duetto che avevo in casa. Da lì son partito per ricamare attorno le altre canzoni.

Subito dopo “Avrei bisogno” con Mauro Ermanno Giovanardi, ex leader dei La Crus che partecipò a Sanremo 2011, dove eri anche tu con Battiato.

A Sanremo portavano il più bel brano di quell’anno. Gli ho mandato il provino e lui mi ha risposto subito. 

“Casomai”, cantata con Patrizia Laquidara, ha le atmosfere da Studio 1.

E’ quel mondo che raccontavo prima, Studio 1, Gorni Kramer, con le orchestre che avevano il sapore di quegli anni, con delicatezze che si sono perse a livello armonico. Lei ha una voce delicata e molto particolare.

Non poteva mancare un duetto con tuo figlio Brando in “A volte succede”.

Lì è stata dura, beccare una star così era difficile [ride]. Brando fa il mio mestiere. Tutti e due i miei figli, Brando e Mattia, sono musicisti, sono strumentisti bravissimi; mi danno una mano nei pezzi quando non trovo la strada negli arrangiamenti. Da loro fan amo molto le cose che fanno e il loro approccio musicale nelle canzoni. Brando doveva per forza entrare nel disco perché si parla di vita, di onestà, di come affrontare la vita. L’onestà e la correttezza in tutti i campi è importante, e Brando lì era ideale. 

E per concludere il disco, la riproposizione del duetto “Quello che non so di te” con Franco Battiato.

Col più grande di tutti! Ringrazio di avere un’amicizia con una persona speciale, amicizia che si è creata con una sorta di intreccio e di affinità a tutti i livelli, non solo come consigli musicali. Parli di tutto con lui. Nel 2006 avevamo fatto questo duetto per l’album “Vulnerabile”. Volevo riproporne però una versione più soft e acustica. 

E’ vero che vi siete incontrati con Battiato per la pubblicazione dell’album dei Denovo “Venuti dalle Madonie a cercar carbone”?

Sì, era il 1989 e Battiato, dopo le nebbie milanesi, tornò a vivere in Sicilia. Sulla copertina di quel disco è presente la Volvo di Franco con su la giara che aveva comprato. Noi dallo studio vedevamo con una telecamera quella giara [la visione è sul retro del disco] e abbiamo subito pensato che quella immagine fosse meravigliosa: la giara, Pirandello, la Sicilia… ci mettiamo chi dentro e chi fuori la macchina e quella è diventata la copertina del disco. All’inizio eravamo intimoriti dalla sua figura mentre ci ha messo subito a suo agio, dandoci bei consigli. Battiato ha prodotto quell’album, rispettandoci al 100%, mettendo in bella copia i Denovo, non stravolgendo nulla.

Nel 2011 Franco Battiato è sul palco di Sanremo con te per “L’alieno”.

Lì fu dura [ride]. Mi avventurai a chiedere a Franco di venire a Sanremo; lui è talmente trasversale nelle sue scelte, e mi disse che gli piaceva la canzone e che sarebbe venuto al Festival ma non a duettare con me, ma a farmi da corista [ride]. Lui, durante quel periodo, stette a Bordighera e quando io salivo sul palco non sapevo neanche se lui ci fosse! Sbucava all’improvviso, si sedeva al piano con le cuffie, appunto come un alieno.

Nel 1982 parte il progetto Denovo e nel 1984 il vostro primo EP “Niente insetti su Wilma”. L’album “Kamikaze bohemien” del 2014, contenente vecchie registrazioni dei Denovo, può considerarsi il vostro primo album?

Un’altra storia incredibile! Nei primi anni ‘80 Catania era estrema periferia dell’impero; decidemmo quindi di emigrare non tradendo la tradizione dei siculi. Noi andammo a Firenze a cercare fortuna, e la cosa ci diede grinta. Il nostro manager Francesco Fracassi trovò uno studio dove registrammo una ventina di brani che poi smarrimmo. Nel 2014 Fracassi trovò questi provini in una cantina di Venezia, e ci dicemmo “perché non pubblichiamo i nostri inizi?”. Abbiamo ripulito quei suoni ed è uscito fuori quello che eravamo, anche prima di Wilma. Tra i brani anche “Ipnosi”, un pezzo bello tosto, sempre suonato con grinta anche perché eravamo integralisti. Forse i Rolling Stones per noi all’epoca erano morbidi [ride]. Non era un atteggiamento ma avevamo veramente tanta grinta, eravamo stakanovisti. Tutti i giorni provavamo 5-6 ore nel garage dei miei genitori tappezzati di cartoni di uova. Stavamo benissimo. 

Nel 1987 nell’album “Persuasione” c’è un omaggio ai Beatles con “Come together”, avente una sonorità completamente diversa. Perché questa dedica particolare ai Beatles?

Io ho sempre dichiarato il mio amore per i Fab Four, anche se non appartengo a quella generazione. Avevo 8 anni quando un mio cugino, che era stato a Londra, mi portò dei dischi dei Beatles. A dodici anni convinsi mia madre a portarmi a Londra con mio fratello più piccolo. Un giorno, in una periferia alberata, vidi ragazzi accalcati: c’erano i Beatles che registravano ad Abbey Road fino alla notte. Riuscii a fotografare John Lennon all’uscita, e quella fotografia è diventata il mio santino. John era vestito di bianco, quindi non so se era il giorno in cui hanno attraversato la strada [ride]. Dopo quella foto, che vita avrei potuto fare? I Beatles, per noi Denovo, stavano in alto nell’Olimpo: loro hanno fatto tutto e meglio di tutti. L’album che amo di più è “Revolver”, perché trovo che sublimava la grinta, la sperimentazione e la novità. 

Negli album dei Denovo metà delle canzoni erano scritte e cantate da te e l’altra metà da Mario Venuti.

Nella band eravamo due autori, io e Mario, ed avevamo una indubbia competizione e uno stimolava l’altro. Gli album erano effettivamente divisi equamente. Questo ci ha spremuto al meglio, al massimo, per migliorare nella nostra scrittura. Ognuno cantava le sue cose ma ci si armonizzava assieme, uno faceva i cori all’altro. 

I Denovo fanno parte di quel panorama musicale che si è formato a Catania durante la fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90, quando la stessa Catania fu soprannominata la “Seattle” d’Italia. Che cosa rimane di quel periodo nel panorama musicale italiano odierno?

E’ cambiato tanto. A parte la contingenza del Covid, c’è un approccio diverso alla musica: Internet non ti fa fare le ossa come su un palco vero. Noi eravamo più carbonari, sia chi stava sopra al palco che sotto: ora butti una canzone su Internet e fai milioni di visualizzazioni. Ma è tutto effimero. Prima ci divertivamo di più. Dovevi per forza avere il contatto col pubblico. Mentre suonavi dovevi capire se piaceva o meno il pezzo. 

I Denovo si sciolgono nel 1990 ma fino ad oggi diverse reunion, come quella del 1997 ma anche nel 2008 per accompagnare Mario Venuti sul palco di Sanremo. C’è ancora tempo per un altro rincontro?

Credo proprio di no. Quando ci siamo rivisti per le reunion, eravamo spaventati di profanare una bellissima storia che poi ha permesso a me e Mario di fare le nostre carriere; abbiamo portato sempre grande rispetto per la storia dei Denovo. Nel 1997 facemmo un tour in Sicilia con una marea di persone. Ci siamo rimessi insieme per promuovere “Kamikaze Bohemien” in versione più acustica. Abbiamo fatto tante cose partendo dall’estrema provincia; quella è stata la nostra conquista e vittoria riuscendoci a farci notare. Abbiamo realizzato il nostro sogno comune, ed anche le nostre carriere soliste si legano inconsciamente a quegli anni: sia io che Mario cantiamo ancora le canzoni dei Denovo sul palco. 

Nel 1988 partecipate a Sanremo con “Ma che idea”. Che ricordi hai del Festival?

Sanremo è una vetrina enorme. In una settimana fai quello che non riesci a fare in un anno. Il nostro Sanremo più magico è stato però quello del 1987, dove stavamo al Palarock con Carlo Massarini, assieme a Paul Simon, Duran Duran, Eighth Wonder: un parterre incredibile. Ci esibimmo alle 21:30, l’orario di massima audience, col brano “Non c’è nessuno”. Considero quello dell’87 il nostro Sanremo. Il Festival dell’88 non lo abbiamo mai amato tanto, forse perché dovevamo esibirci con la sola voce dal vivo sulle basi musicali; un po’ frustrante fare finta di suonare per noi che venivamo dal rock vero; eravamo intimiditi dal contesto. Nel 2011 ero contento del brano “L’alieno”; per me era il massimo della vita a 53 anni con Battiato sul palco, senza lo smarrimento adolescenziale, senza ansie di classifica e disco, con una maturità diversa.

Cosa possiamo aspettarci dal prossimo futuro di Luca Madonia?

A parte il momento terribile che stiamo vivendo, ero partito a fare il tour legato a “La Piramide”: lo scorso 29 febbraio ho fatto a Catania la prima di quindici date del tour, poi si è fermato il mondo. Ho fatto una data a settembre a Cosenza, una serata in acustico, dove si parlava di cantautorato. Non suono da un anno e vorrei riagganciarmi a quel tour: stiamo montando in trio uno spettacolo con due chitarre acustiche e un basso elettrico. Inizio però a pensare a cosa eventualmente fare dopo: i dischi non si vendono più e ho tante cose da presentare. 

Grazie Luca e ti aspettiamo per le prossime novità.

Grazie a voi ed un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e conducono un programma su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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