Quattro mesi chiusi. Ma una margherita costa ancora 4 euro.

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Economia, Società


Sabato sera: nella pizzeria non c’è nessuno, a parte il pizzaiolo e tre collaboratori. Una è in cucina. Due clienti fuori ad attendere le pizze ordinate. Per strada poche persone, poche auto. Oggi sono esattamente quattro mesi che la sala è chiusa.

“Ho aperto l’11 ottobre 2019, ho chiuso il 9 marzo. Ero pronto per aprire ad agosto, ma la burocrazia comunale mi fatto perdere due mesi”. Salvatore Castellana è uno dei membri della più numerosa famiglia di pizzaioli di Martina Franca. Nel 2019 decide di avviare, col fratello, una attività tutta sua, ai margini del centro storico. Una scelta che aveva tutta l’aria di rivelarsi vincente: due locali grandi, vicino ad una strada ampia dove poter mettere d’estate un po’ di tavolini fuori, mentre Martina Franca esplodeva per la movida e il turismo. Non si poteva sapere che da lì a pochi mesi il covid avrebbe stravolto le nostre vite. E non si poteva sapere che anche quei due mesi di ritardo per i permessi sarebbero stati così determinanti e avrebbero avuto conseguenze importanti.

“Avevo calcolato che entro un anno e mezzo avrei ripagato i debiti del locale, ma ora sono pieno di debiti, ho chiesto prestiti per pagarli. Ho preso qualcosa dai ristori del Governo, 3.200 euro, ma ho troppi pochi mesi alle spalle. Sono stanco”. C’era un tempo che mentre aspettavi le pizze si beveva una birra fresca, si facevano due chiacchiere col titolare o con qualche cliente. Ora invece si fa veloci come al bancomat, e si tiene d’occhio costantemente l’orologio.

Salvatore Castellana si chiede: “Perché prendersela solo con noi? Vediamo le chiese piene e i supermercati con decine di persone all’interno. Nessun controllo, nessun vigile. Tutti dobbiamo lavorare, ci mancherebbe, ma noi abbiamo chiuso e la curva dei contagi non è scesa. Se fosse dipeso solo da noi avremmo battuto la pandemia. Sono quattro mesi esatti che la sala è chiusa”. I tavoli hanno le tovaglie di carta bianca e qualche tovagliolo rosso al centro.

Le luci sono spente, per strada poca gente e di fretta. C’è l’ordinanza del sindaco di Martina Franca che vieta lo stazionamento nel centro storico. I contagi stanno aumentando, si fa quel che si può e un sindaco deve andare a intervenire lì dove pensa sia il problema. Ci sono problemi con gli assembramenti nelle chiese, in particolare per i funerali, e allora l’Amministrazione e la Curia tarantina fanno un documento congiunto con il quale ricordano ai fedeli di non assembrarsi durante le celebrazioni. Il governatore Emiliano nel frattempo chiude le scuole per due settimane, in attesa dei vaccini, per provare a anticipare la diffusione della variante inglese. L’associazione di Martina Franca Horeca, che mette insieme oltre 150 operatori del settore, protesta contro i Ristori della Regione Puglia. In una nota scrive: “Si chiede urgentemente tutela e sostegno a tutte le Amministrazioni comunali delle aziende rimaste fuori dal bando regionale, perchè le affianchino in un percorso di dialogo che possa riportare l’attenzione verso l’intero settore HORECA; l’istituzione immediata di un Tavolo di confronto permanente in seno alla Regione Puglia – come già richiesto, per vie ufficiali ma senza esito, dal coordinamento delle Associazioni Horeca Puglia- con immediata discussione di un nuovo protocollo di sicurezza che impedisca continue chiusure e conseguenti danni irreversibili alle aziende Horeca”.

Ristoranti e bar lavorano d’asporto la sera, ma sono aperti a pranzo, come se il virus prediligesse le ore notturne. Forse la ratio della regola è quella di evitare di stare troppo tempo in uno stesso posto senza mascherina. Forse la ratio della regola è provare a dare un senso a qualcosa che non ce l’ha.

“Giovedì sera non ho fatto nemmeno una pizza”, continua Salvatore Castellana, “certo, ci sono sessanta pizzerie a Martina Franca, ma non mi era mai mai capitato. Sabato a pranzo ho fatto sette pizze. Ci vuole un quintale di legna per far raggiungere al forno la giusta temperatura”. Si apre, si socchiude, si chiude. Una fisarmonica di ordinanze e decreti che fa più male di una chiusura definitiva: “Ci chiudessero tutti per un mese. Ma tutti, non così come ora”, continua Castellana. Non si può nemmeno sfogare su Facebook, perché la piattaforma blu l’ha bloccato per un mese a causa di una segnalazione in massa da parte di utenti, secondo lui, renziani. Aveva augurato un futuro incerto all’ex premier toscano.

“Ci siamo rimessi a quanto ci dicevano di fare, abbiamo distanziato, sanificato, scaglionato. Dopo un anno ho il doppio dei debiti. E poi ci chiudono, e poi il sindaco fa l’ordinanza contro lo stazionamento”.

Il settore della ristorazione e dei bar è quello in prima linea sul fronte delle misure anticontagio. Sono esercizi pubblici e fin da subito hanno dovuto subire nuove regole, ma fin da subito queste regole sono state confuse. Dall’inizio c’è stato il dibattito del calcolo del metro se fosse tra tavolo o tra cliente, o tra le sedie, ad esempio.

Dopo un anno non è cambiato nulla: appena la curva accenna un lieve aumento, si chiude. Non è chiaro quanto contribuiscano gli esercizi pubblici nella diffusione del contagio, ma è probabile che la loro chiusura serva come deterrente per chi vuole uscire e fare vita sociale. Si colpisce una categoria perché le persone non sono capaci di seguire le regole.A marzo, dopo qualche giorno dall’annuncio del lockdown di Conte, c’era nell’aria molta paura e quindi un senso di solidarietà diffuso. Non sapevamo dove stavamo andando, ma sapevamo che ci saremmo andati insieme. Dai balconi si cantava, e le persone esponevano cartelloni colorati con la scritta “Andrà tutto bene”. La città di Martina Franca si è fatta in quattro per aiutare le associazioni di volontariato e i ristoratori sono stati tra i primi a donare pizze e pranzi alle famiglie meno fortunate, per dare a tutti l’impressione di normalità.

Col tempo sembra che il cuore si sia rattrappito e nella confusione e nell’incertezza del futuro sono aumentate le distanze e sono tornati i comportamenti individualistici tipici di una città abituata a lavorare a testa bassa. Non si sa come andrà a finire anche se si intravede un chiarore all’orizzonte, ma nel frattempo si dovrebbe recuperare quel senso di unione nell’incertezza che ci ha uniti a marzo e aprile, magari con meno melassa. Non sappiamo se Palazzo Ducale che è costretto a fare ordinanze per tentare di contenere, ordina almeno una volta al mese una pizza dalle pizzerie di Martina, o da asporto da qualche ristorante, non sappiamo cosa fanno gli altri. Sappiamo che nei momenti di crisi ci sono quelli che pagano il doppio e quelli che guadagnano il triplo. La margherita, però, costa sempre uguale a un anno fa, quando pensavamo che il virus fosse roba dei cinesi e che avremmo vissuto così per sempre.

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