Pietra Montecorvino, la “Rigina” della musica

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Dalla canzone al cinema, una chiacchierata con un’artista internazionale che sta preparando il nuovo disco di inediti. Dal film con Arbore all’omaggio a Pino Daniele e Massimo Troisi. La lunga collaborazione artistica con Eugenio Bennato.

Pietra, dopo “Rigina”, album del 2019, stai lavorando a un nuovo disco?

Sto preparando un nuovo disco, sì. A me interessa di più quello che non c’è, quello che è ancora da conquistare, da partorire: quello che ho già fatto lo dimentico. Magari ciò non va proprio d’accordo col fatto che bisogna insistere sul prodotto per farlo arrivare [ride], mentre io sono molto vulcanica e sono passata al nuovo lavoro che, vi anticipo, si chiamerà “Barbara D’Alessandro”, come il mio vero nome. Un disco napoletano, molto tosto: c’è una canzone che si chiama “ ’a zoccola”, un’altra “Te schifo”, “ ‘a mala gente” e un’altra “Barbara D’Alessandro”, e questa è un grande anticipazione per voi.

Cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo disco rispetto alle produzioni precedenti, come “Rigina”, “Esagerata” e “Colpa mia”?

E’ importante fare lavori perché lasci qualcosa che ti è appartenuto e che hai fermato in quel momento. Ogni opera è bella perché è fine a se stessa e ha un suo significato; io a volte non mi pongo il problema se il disco possa vendere o piacere: io lo faccio, poi se alla gente arriva, bene. Questo nuovo disco nasce da questo momento di chiusura di tutti per cui l’ho fatto con due musicisti attraverso Messenger, con Eugenio Bennato, che ha dato una mano a registrare con lo studietto a casa. E’ un disco che è partito in napoletano, poi ho pensato di farlo in italiano, poi sono tornata al napoletano perché questo è un momento molto importante per Napoli. Più o meno sono sempre io, con la mia voce e temperamento, però è un po’ più crudo, un po’ più napoletano, anzi: è napoletanissimo. E’ un po’ più espressivo perché, in qualche maniera, io col napoletano ho una sorta di destino strano: quando canto in dialetto c’è una marcia in più. Stavolta son voluta andare verso il popolo, l’espressione popolare di tutta questa grinta e colore napoletano, di questo fuoco. Alcuni pezzi sono scritti da me e altri da Alfredo Del Grosso, Giuseppe Domingo, pezzi molto crudi. Spero che il disco esca prima dell’inizio dell’estate. 

Nel 2017 col disco “Colpa mia” hai osato su diversi aspetti, sia da un punto di vista di linguaggio, dato che nello stesso disco canti in francese, inglese, italiano e napoletano, ma anche affrontando l’elettronica. E una copertina in cui ti sei autocensurata!

E’ stato un disco molto particolare, fatto con Salvo Vassallo e con ospite Tonino Carotone. Molto interessante è stato esplorare questo campo elettronico, che è fatto molto di sensazioni, di libertà, che non segue tanto gli schemi classici e questa è una cosa che non può che incuriosire un artista. Nel disco c’è anche “Quarta dimensione” che ho scritto assieme a mio figlio Fulvio Bennato, che duetta con me in “Far away”, scritta da lui. Per la copertina, mi hanno censurata! [ride] Mi ero messa completamente a nudo mentre mi hanno schiattato una cosa sul seno.  Con “Colpa mia” volevo dire che ognuno è responsabile di se stesso quindi non è mai la colpa di un altro: era un messaggio abbastanza preciso.

Alla tua Napoli hai dedicato la canzone “Esagerata”, che dà il titolo all’album del 2014.

Una bella canzone: il testo l’ha scritto Eugenio e la musica è mia. La Napoli è esagerata, basta sentire la canzone, non si sa mai dove si va a parare. La copertina del disco è di Angelo Formisano, mio grafico di sempre, molto bravo.

Come mai hai scelto come nome d’arte “Pietra Montecorvino”, che è anche un comune della provincia di Foggia?

Nel 1983, quando uscì il film di Arbore F.F.S.S.” – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?, c’erano tante artiste col nome Barbara che uscivano in quel momento: D’Urso, Boncompagni, Nascimbene, De Rossi. Renzo mi disse “perché non ti cambi nome?”. Andai allora con mia madre alla porta di San Pietro a Roma e mia mamma mi suggerì di chiamarmi Pietra. Sul set, lo dissi ad Arbore e lì mi appioppò Montecorvino che era appunto un comune vicino Foggia. Mi sembrava un bel nome per il cinema. 

In quel film canti la canzone “Sud”, in cui viene risaltata la tua voce e dove fai uno spaccato di quello che è il Meridione. Come è avvenuto l’incontro con Arbore?

Lui faceva un provino a Napoli e cercava una protagonista per questo film: mi presentai in ritardo, mi individuarono facendomi entrare da una porta privilegiata e subito cantai tre canzoni, e lui mi disse “mi hai turbato” e così da lì fu tutto un continuo. Facemmo altri quattro provini e poi andai a Roma. “Sud” per me è un simbolo e mi meraviglio di come Arbore non se ne sia mai vantato di questo.

Nel 1992 una partecipazione a Sanremo con Peppino di Capri, tuo caro amico, con “Favola blues” e poi Sanremo 2008, ospite di Eugenio Bennato, con “Grande Sud”. Che esperienza è stata il Festival?

Una esperienza bella, c’è molta energia, molta tensione, vuoi dare il meglio di te e ci sono 3 minuti per fare questo. Però oggi come oggi non ci andrei, in questo momento non saprei neanche riconoscere queste persone, forse perché sono giovani e io anziana [ride], ma penso che l’arte non abbia età. Loro sono troppo anziani per me! Troppo borghesi e troppo poco liberi e quindi penso che Sanremo, se vuole riprendere la sua importanza, deve cominciare a invitare persone che hanno qualcosa di vita da raccontare, e non solo di musica.

Nel 1993 una canzone meravigliosa, “Murì”, con la quale hai partecipato al Festivalbar.

Quel palco con Salvetti era bellissimo: era una barca ormeggiata e c’era il mare e un fiume, con la gente sulla terra, sulla spiaggia. Una volta il Festivalbar era una alternativa a Sanremo, era più moderno, più figo. Fu una canzone di Eugenio Bennato scritta apposta per me. Il testo ha una sua forza e considero quella canzone parte del mio repertorio.

Nel 2015 un album bellissimo, “Pietra a metà”, album di cover, che già dal titolo faceva a preludere a un riferimento a Pino Daniele e a Massimo Troisi, che rappresentano la napoletanità. Perché cantare queste due persone?

E’ un discorso complesso. Volevo creare un filo tra me, Massimo e Pino: non l’hanno fatto loro con me e l’ho fatto io con loro, tutto qua, e l’ho fatto subito, non potevo farlo quando erano vivi, perché era fuori luogo. Quando hanno iniziato ad appartenere all’universo li ho potuti abbracciare contemporaneamente e consacrarmi una parte di loro. Massimo per quanto riguarda l’amore e Pino per quanto riguarda la musica. Quindi un triangolo perfetto. Erano due persone che avevano il cuore. Quando fui scelta da Arbore cantai tre canzoni di Pino e lì mi resi conto che sapevo cantare. Troisi fece un cameo in quel film FF.SS.. Lo ricordo come un angelo, meraviglioso, che mi applaudiva. L’importante è amare e non essere amati nella vita. Chissà poi se la persona ti ha mai amato, ma chi se ne importa. Io a Massimo l’ho sempre amato, sempre, per sempre e comunque: ho amato la sua arte, la sua verità, la sua semplicità, il suo modo di essere vero, insegnare la verità e essere vero che è la cosa più importante. Ho avuto parecchi maestri, come Eugenio Bennato, come Massimo, come Pino, ho preso tutto da loro, ho assorbito la loro arte. Pino però non lo conoscevo personalmente invece Massimo sì. Eugenio ama la mia arte, ma ama anche mettermi in riga [ride], ci compensiamo artisticamente ma siamo tutti e due liberi e poco convenzionali. 

Tante esperienze anche nel cinema: quale ti ha dato di più?

Ho fatto tantissimo cinema ma l’ho fatto senza dare peso a ciò che facevo. Qua funziona che se fai un minimo chissà che hai fatto; io proprio perché ho fatto tanto non so cosa ho fatto [ride]. Ho lavorato con John Turturro, e sono stata fortunata ad aver avuto quelle esperienze e tutti gli incontri che ho avuto. Lavorare con John Turturro non è da tutti: un mostro del cinema, regista straordinario, un simpaticone. Tutte le persone di una certa forza sono molto simpatiche e molto semplici. Alla fine si va all’essenza e alla semplicità. Nel film con lui, “Passione” del 2010, canto tre canzoni “Nun te scurdà” con Raiz, “Dove sta Zazà” e “Come facette mammeta”, arrangiate da Eugenio. Canzoni in cui ci sono vocalità arabe: la Napoli che si affaccia sul Mediterraneo è una ispirazione di Eugenio da 20 anni. 

Pietra, hai fondato anche un’associazione, Malamusik, anche etichetta discografica. In che maniera si sta sviluppando questa associazione? C’è spazio per fare dello scouting di nuovi talenti?

Quest’associazione non è stata messa a disposizione di altri artisti perché non ne ho trovati per i miei gusti. Lavoro io con questa etichetta, faccio coproduzioni, però devo dire che, secondo me, sicuramente oggi i giovani hanno un altro modo di vedere la vita, un’altra comunicazione veloce, un altro mondo e io amo molto questo mondo dei giovani, amo molto la loro musica, amo molto questa libertà. I giovani stanno cercando di rinnovarsi rispetto alle cose degli anni ’80. Il problema è che noi eravamo molto trasgressivi e oggi non puoi dire delle parole, non si possono più usare. Oggi c’è meno libertà rispetto agli anni ‘70 e ‘80 e questa è una cosa sbagliata per i ragazzi che stanno scoprendo un nuovo mondo telematico importantissimo che, se fosse abbinato alla libertà di pensiero e parole, li aiuterebbe. Questa è una contraddizione: le conquiste che abbiamo fatto noi vengono messe in discussione. Io concentrerei più il mondo su eliminare completamente il femminicidio, punendo gravemente questi modi di vivere, disumani, e concentrare l’umanità su questo perché da lì si sviluppa un mondo di uomini degni e donne meno schiave. Mi auguro che il Covid abbia avuto un risvolto importante per noi: non solo una chiusura psicologica ma anche una presa di coscienza.

Sei un’artista netta e diretta. Ci sono tante esperienze che hai voluto rifiutare: c’è qualcosa che oggi, ripensandoci, stai rimpiangendo di non aver fatto?

Praticamente tutto. I treni mi sono passati venti volte davanti e non una sola volta; treni esagerati e non li ho presi, per un mio modo di essere, ma sono contenta perché credo che il successo sia una brutta bestia, molto pericoloso, nel senso che bisogna essere molto lucidi, ed avere bene la testa sulle spalle. Perché il successo destabilizza mentre io ho avuto un successo diverso, un successo di conquista, graduale, di scoperta, non è stata una cosa violenta. Col film di Arbore sono diventata famosissima in due minuti ma sono stata bravissima a perdere il successo, quindi poi sono stata brava a recuperare facendo la gavetta non fatta prima e adesso sono abbastanza pronta. Nel frattempo ho raccontato comunque di me, non sono mai stata ferma. In “Italiana” del 2009 ho cantato canzoni di Paoli, Tenco, canzoni importanti, d’autore. E’ un mestiere che mi piace, e spero di continuare a dare il massimo e che agli altri arrivi l’emozione che è la stessa che vivo io, che è enorme.

Non solo musica, non solo cinema ma anche tantissima pittura. Sul tuo profilo Instagram ogni giorno posti tuoi quadri. I tuoi quadri sono stati visti da una nostra amica, la pittrice romana Martina Gioia, che, guardandoli ha detto che “si denota una personalità senza misura, una violenza espressiva; la sua arte ricorda l’espressionismo tedesco e quello francese”. 

Bellissima! Me garba e me gusta mucho [ride]. Sono quadri del 2021 che faccio velocemente, tipo venti al giorno. E’ una espressione molto immediata, molto colorata, molto viscerale, per cui mi appartiene molto e non ne posso fare a meno. Ho sfogato in questo periodo di lockdown, non potevo stare ferma e ho dovuto esprimermi in qualche maniera. Stavo lì e riuscivo ad estraniarmi, a non fumare, a entrare completamente in questa dimensione di colori e di sogno. Mi sono divertita e perfezionata in qualche maniera. Prima ne facevo uno all’anno di quadri, a Ferragosto [ride].

Questa voglia di esprimerti ti viene più semplice con la pittura o la musica?

Sono due formule diverse: quando ti apri ad una cosa ti apri a tutto. Ho sempre dipinto, avendo fatto il liceo artistico. Una delle cose che non ho ancora fatto è copiare i quadri. La pittura non so se può portare fuori strada dalla cantante, ma non me ne frega, anche perché quando sono stata cantante non se ne sono neanche accorti, quindi faccio quello che voglio. Questa è la mia libertà di essere artista su questa terra, lo faccio per me e per i posteri e per tutti perché amo l’umanità e amo poter dare emozioni: questo è il mio ruolo su questa terra. E’ una formula per cibare l’anima. Esprimetevi in questi momenti di solitudine che stiamo vivendo e vedrete che troverete dei vantaggi. Mettetevi con voi stessi e affrontate tutte le vostre paure, magari fate un disegno, non deve venire bene altrimenti non è arte. 

Grazie Pietra per questa bella chiacchierata e ti aspettiamo con il nuovo disco.

Grazie a voi e un saluto ai lettori d Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e conducono un programma su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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