Edoardo De Angelis, “Io volevo sognare più forte” con la testa rivolta al futuro

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Lo storico cantautore romano festeggia i cinquant’anni di carriera con un nuovo disco. E ripercorre con noi il suo lungo percorso artistico costellato di molte collaborazioni: dal Folkstudio a “Lella”, da Francesco De Gregori alla Schola Cantorum, a Sergio Endrigo. 

Con “Io volevo sognare più forte” festeggi i cinquant’anni di carriera!

Mi sono fatto un regalo, il nuovo disco. Li sento poco questi cinquant’anni perché ho sempre la testa rivolta al futuro e non al passato. Se dovessi confessarmi vi direi che sto pensando alle prossime cose che scriverò. Non sono un artista che passa il tempo ad ascoltare gli album che ha fatto: li ascolto solo mentre li faccio.

Nel libretto inserito nel CD leggiamo che, ogni volta che si completa un disco, c’è la tua ricerca del filo rosso che possa legare tutte le canzoni. Per questo nuovo lavoro quale è il filo?

È un lavoro che faccio sempre quando finisco un album. C’è una sensazione, un’atmosfera, uno stato d’animo, che è preponderante nel lavoro e, ascoltando le canzoni, c’è un sentimento che affiora, ed era evidente, in questo caso, che questo fosse il sogno. Esso è in molte canzoni: il sogno dell’Europa, i sogni del bambino nel campo nomadi in “Il lupo non verrà”, il sogno d’amore de “L’orso e la stella” che, pur essendo così diversi e così lontani, decidono di amarsi; c’è il sogno doloroso del ragazzo in mare che affronta la solitudine e il pericolo del mare, il sogno del perdono dell’uomo solo in mezzo alle sofferenze del mondo e della storia. E’ stato anche pubblicato un libro sulla mia carriera musicale, “La gara dei sogni”, che era anche il titolo di un mio album. Pensando al sogno ho scelto quindi il titolo “Io volevo sognare più forte”, che non è da intendersi come senso di nostalgia ma è una proiezione verso il futuro. Sono qui perché volevo sognare più forte da prima, e c’è il collegamento all’orso e alla stella perché, oltre alla lettura superficiale, facile, c’è un senso più profondo, una lettura verticale che fa pensare che se un orso ed una stella, che sono così lontani, decidono di amarsi, allora una storia d’amore può esserci anche tra persone e ragazzi che sono lontani, con diverso colore di pelle, diverse religioni. L’idea quindi dell’abbattimento dei confini. Ci sono sempre i soliti temi che ricorrono perché ci sono dei chiodi, dei punti chiave nella mia mente che si rifanno vivi ad ogni pubblicazione.

Nel tuo disco c’è quindi una visione chiara dell’Europa e su quali valori si deve fondare, guardando al passato, per imparare il perdono, proiettandoci al futuro.

Sì, gli uomini nel loro insieme non sono perfetti e non sono uguali. C’è sempre una tendenza ad uscire da un gruppo e costituirne un altro. Lo vediamo anche nella politica: è difficile trovare valori che valgano per tutte le persone. Come scritto ne “Il dolore del mondo”, se pensiamo alle sofferenze che il genere umano ha dovuto subire, l’unico modo per superare tutto questo è imparare il perdono, e cercare di superare questi dolori che la storia ci ha assegnato e ci assegna. Noi stiamo vivendo un momento importante della storia dell’uomo che tutti gli uomini stanno affrontando in tutto il mondo. Basta un virus per capire che i confini non esistono, per superare, ad esempio, il concetto geografico di Europa. I valori del nostro continente sono importanti e potrebbero esserlo di più, come valori in sé, se venissero accolti e messi in programma anche da altri popoli e altri continenti. Questo sarebbe il sogno. Pensate cosa succederebbe se l’Africa fosse lasciata agli africani e questi potessero creare una unione simile a quella europea, e se i non africani potessero confrontarsi senza andare a colonizzare e a impossessarsi di materie prime e vendere armi. 

Il nomade è una persona, il nomade può essere padre, figlio. Nella ninna nanna “Il lupo non verrà” ci poni di fronte ad una verità così semplice ma così difficile da accettare.

Mi piace molto quella canzone, che amo cantare, che non sarebbe nata se non ci fossero state altre due canzoni, “Due zingari” di De Gregori e “Khorakhané” di Fabrizio De André, che hanno portato l’attenzione su questo argomento. Sono due brani che ho amato, una delle quali, quella di De André, canto e ho cantato con piacere. Ho offerto ai miei illustrissimi colleghi questa paternità dell’immagine, però anche io ho voluto dare un piccolo contributo. Le canzoni nascono in un modo strano: io ho una figlia a Bologna che ha una libreria e biblioteca per bambini; spesso vado a trovarla e un giorno ricordo che in vetrina era appeso, con una catenella, un libro che si chiamava “Il lupo non verrà” e quindi da lì è nata la canzone che non centra nulla col libro ma mi è venuta in mente l’idea della ninna nanna. Nella canzone prima è il padre che la canta al figlio e poi il figlio che la trasmette al proprio.

Le sonorità di questo album sembrano più elaborate e complesse. Inoltre l’uso dei cori aiuta a sviluppare una sensazione onirica.

Io un paio di anni fa, quando lavoravo all’album precedente “Nuove canzoni”, ho conosciuto un giovane musicista che stava organizzando dei provini per un artista che mi interessava. Mi recai quindi in questa cantina ad ascoltare i provini e conoscere questi musicisti, e lì ho conosciuto Alberto Laruccia, leader, tra l’altro, della rock band “La scala Shepard”. Lì decisi che gli avrei affidato il lavoro in un disco successivo che, a quel punto, pensavo sarebbe stato un album da rock band, e mi intrigava l’idea di entrare in un mondo musicale diverso. Era questa l’idea, poi però Alberto, invece di entrare in sala con la sua band, è entrato con una serie di spartiti scritti, nota per nota, per tutti gli strumenti. Abbiamo fatto allora un mix di musicisti di mia garanzia, la batteria di Cristiano Micalizzi, il basso di Marco Siniscalco, il pianoforte di Alessandro Gwis, e poi ho lasciato ad Alberto la possibilità di chiamare anche suoi compagni di scuola. Lui si sta infatti diplomando al “St Louis college of music” a Roma, ma non sapevo che si stesse diplomando in composizione, e quindi è venuto fuori un album molto arrangiato e suonato. Con piena soddisfazione. Poi c’è stato il violoncello di Kyungmi Lee, preziosissima musicista, e l’intervento di tanti amici. 

Edoardo, nel disco c’è anche una nuova versione di “Lella”, il tuo primo successo cantato assieme a Stelio. Di questa canzone hai parlato tanto, anche nel tuo libro. Ti creò anche problemi al Cantagiro del 1971 che comunque vinceste. Se il filo rosso del disco è il sogno, come trova posto, in questo fil rouge, “Lella”?

E’ un brutto sogno. “Lella” non fa parte del gruppo di canzoni nuove, è una canzone recuperata. Un po’ ci tenevo a dare questa versione così aderente alla natura della canzone che è un racconto, una confessione; non è un sogno, ma è una storia raccontata per sottolineare delle storie che non vorremmo né sentire né leggere. “Lella” nasce probabilmente dalle suggestioni nelle letture di Pasolini e Gadda, scrittori che ho amato tanto. Una canzone che, sì, creò problemi; ce li creò alla fine del Cantagiro perché con la vittoria dei giovani eravamo ammessi alla serata televisiva ma ci bloccarono perché la censura aveva colpito. 

Alla fine degli anni ‘60, in Via Garibaldi 5, a Roma, c’era il Folkstudio. Cosa ricordi di quel periodo?

Lo ricordo molto bene e lo frequentavo prima come spettatore, perché c’erano compagni di università che ci andavano. Ero lì per ascoltare sia il jazz che la canzone popolare. Io lì vedevo una serie di musicisti a cominciare da Schiano, Marcello Rosa, Jerry Mulligan, Michelle Petrucciani. Anche Bob Dylan suonò al Folk ma non l’ho visto, ma conosco qualcuno che l’ha visto: all’epoca era Zimmerman e non Dylan. Ricordo che la sua fidanzata italoamericana studiava a Perugia.

C’era anche De Gregori, che faceva parte del Folk, per il quale hai prodotto 2 album, “Alice non lo sa” e il successivo. Sei passato dall’essere cantautore all’essere produttore.

Sì, ma a quei tempi era tutto un gioco molto bello dato che era appassionante l’atmosfera dello studio e il trovarsi assieme a studiare. Io, De Gregori, Venditti e Minghi vivevamo un periodo di Bohème: eravamo quasi sempre insieme. Chi aveva quei pochi denari in tasca pagava la pizza agli altri, e lo stesso scambio avveniva anche a livello musicale e non professionale, perché professionisti non eravamo. Allora con Francesco scrivevamo tutto assieme: abbiamo scritto quasi tutto “Racconto”, album di Minghi, scrivevamo per i Ricchi e Poveri, Marisa Sannia, Edoardo Vianello, e ci divertivamo molto. Quando Vincenzo Micocci decise di fare un album condiviso, per dare un inizio alle carriere di Francesco e Antonello insieme, penso di non aver perso neanche un minuto di sala. Il produttore era Paolo Dossena, poi produttore mio e della Schola Cantorum; io ero annidato dietro la consolle studiando quello che avveniva in sala. Antonello aveva avuto un grande slancio da quell’album, mentre Francesco era stato definito da un cronista di musica come “chitarrista di Venditti”. Decidemmo di porre rimedio a questo errore iniziando a registrare dei provini di Francesco in totale segretezza. Ci accorgemmo alla fine che ci eravamo spinti molto al di là delle nostre possibilità. E se il disco non fosse stato accettato sarebbe stato un problema. Fui coautore ne “La casa di Hilde,” ed è lì che è nato il concetto della problematica del confine, perché era la mia storia quando fui portato in gita in montagna al confine dell’Austria e mi meravigliai che al di là del confine non c’era niente di diverso dall’al di qua. Quindi lì è nata l’idea che i confini sono qualcosa che nasce nella nostra testa. 

Nel tuo libro scrivi che consideri la storia con la “Schola Cantorum” a margine del tuo percorso.

E’ stata una lunga avventura: io volevo fare il cantautore ma, coinvolto per questo amore per il lavoro, fui convinto ad iniziare l’operazione della Schola Cantorum e accettai con una clausola: che la Schola si accompagnasse solo di canzoni d’autore. I primi dischi furono fedeli alla clausola; successivamente vennero fuori delle questioni economiche in quanto l’RCA, che era una industria, voleva farci cantare qualcosa di più commerciale. Pubblicammo quindi “Le tre campane”, ma la collaborazione andò in diminuendo fino a quando decisero di andare a Sanremo nel 1978 e lì decisi di andarmene a Milano, rompendo i rapporti con quella casa discografica. Di quel periodo non posso non ricordare il compianto Aldo Donati, che aveva una grande facilità di composizione. Nei concerti della “Schola Cantorum” avevamo uno spazio personale: cantavamo due canzoni ognuno. 

Vedi anche nel cantautorato moderno lo stesso impegno compositivo?

Bisogna intendersi per cantautorato moderno, nel senso che, anche se in forma più lieve ed educata ci sono dei cantautori delle generazioni successive alla mia, parlo di Silvestri, di Fabi, di Bersani, che a modo loro l’impegno lo hanno affrontato e lo affrontano nella materia, prima delle loro canzoni. Se parli di un cantautorato più moderno sono un po’ confuso, perché faccio fatica a trovare termini di paragone. 

A metà degli anni ’80 hai rilanciato Sergio Endrigo come cantautore.

Lo conobbi perché lo intervistai per una rubrica che avevo su un giornale di musica. Avevamo qualche affinità elettiva e nacque una storia, una amicizia e il desiderio di fargli riprendere una strada da protagonista che aveva perduto. Lo misi a contatto con alcuni musicisti che lavoravano con me, in particolare con Rocco De Rosa, e vennero fuori canzoni meravigliose, e nacque l’album “Il giardino di Giovanni”, album strepitoso, che ho provato a registrare anche io dopo la scomparsa di Sergio. Rimane uno dei ricordi più cari della mia vita anche al di fuori della professione. 

Sei molto attivo sui social. Che importanza dai a questi nuovi luoghi di aggregazione virtuali?

Ero molto lontano dall’idea dei social: mi ha convinto un po’ mia figlia a provarli. Poi, ad un certo punto, ho capito che, oltre alla maniera esteriore di socializzare, era un modo per comunicare agli amici le proprie cose, ma poi ha preso uno sviluppo differente. I social li uso unicamente per lavoro, per cose legate alla musica mia o di altri. 

Stai postando foto di fan con il tuo ultimo disco. Che emozione ti dà sapere che il CD è patrimonio di tutti?

E’ una cosa bellissima. Le persone che acquistano il disco mi mandano una foto con questo senso di partecipazione; grazie ai social quindi sembra che ci sia una grande famiglia musicale. 

Pensi ci possa essere in futuro lo spazio per un disco di canzoni scritte per altri?

Le canzoni scritte per altri non le ho mai scritte come lavoro, ma per amici: penso ai Vianella, per Aldo Donati, per la Schola Cantorum, per Dalla, perché eravamo amici. E’ difficile che mi venga in mente di cantare canzoni di altri: è accaduto per una canzone che non ho scritto, e che avrei voluto scrivere, “Il giardino di Giovanni”, che ho registrato nell’album “Sale di Sicilia” del 2011. 

E’ stata una bella chiacchierata, per la quale ti ringraziamo.

Grazie a voi e un saluto a tutti i lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e conducono un programma su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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