Lorenzo Vizzini, in “SUXMARIO” il mio parco giochi

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Esce il terzo album del cantante ragusano, anche autore di brani per grandi artisti italiani tra i quali Ornella Vanoni, Renato Zero, Emma, Arisa, Mr Rain e Anna Tatangelo.

Il 26 febbraio è uscito, un giorno prima del tuo compleanno, SUXMARIO. Parlaci del disco e di questo titolo.

Sin da quando ho iniziato a scrivere queste canzoni, nel 2016, avevo come immagine quella di Super Mario, perché volevo descrivere quel periodo che stavo vivendo, nei miei ventitrè anni, tra la fine dell’adolescenza e l’età successiva, quella più matura. Super Mario mi sembrava il personaggio più adatto a questa sintesi, perché non si capisce se è un bambino: ha una statura minima, grande quanto un fungo, con questi baffoni da uomo adulto, al quale è impossibile dare una età. Super Mario era quindi la figura perfetta per definirne quell’immaginario che riportava alla mia infanzia, alla Nintendo 64. Poi, col passare del tempo, è entrato l’immaginario calcistico, che era in tutti i brani, e quindi mi è piaciuto portare la metafora del pareggio, la “X”, nella sfida finale, ossia quella tra l’età adulta e quella adolescenziale.

Anche la copertina del disco evoca il mondo del calcio, con questa schedina speciale su sfondo rosa. 

La copertina è stata fatta in famiglia, da mia cugina. Aveva sentito l’attinenza col mondo calcistico e aveva preso l’immaginario de “La Gazzetta dello Sport”, che ho prontamente amato. Inoltre mi è subito venuto in mente mio nonno Armando che ci portava a giocare la schedina: era il piccolo rito del Totocalcio. La copertina quindi sembra una schedina ma è la tracklist del disco.

Un disco che racconta questo viaggio dall’adolescenza fino ai tuoi ventisette anni. 

Esatto. L’apertura del disco, che introduce l’argomento, è “+ Niente”, che parla esplicitamente di tutti i passaggi dell’adolescenza, con le ultime cose che ricordavo di quell’età e che avevo molto nitide. Quando nelle canzoni dico “non ricordo più niente” voglio dire che ricordavo quelle cose ma non di averle vissute, come se ci fosse stata un’altra persona ad averle vissute per me. Il disco poi si chiude con “La sera di Natale”, speculare al brano che apre il disco. E’ nata da un episodio che mi ha fatto capire quanto veramente stessi crescendo. Ero andato al supermercato e per la prima volta una persona, la cassiera, mi ha dato del lei, e per me questa cosa è stata inaspettata, e mi sono reso conto che tante cose nella vita stavano cambiando, come andare dal commercialista, guardare meno il calcio che mi appassionava da piccolo, vivere meno compleanni. Ho realizzato in quel momento della nuova dimensione che stava assumendo la mia vita. Per tantissimo tempo ho giocato sul numero 27, in quanto il Club 27 [espressione giornalistica che si riferisce ad alcuni artisti, prevalentemente rockstar, morti all’età di 27 anni] mi ha sempre affascinato, per la narrazione di questi grandi artisti che hanno avuto una vita straordinaria, fuori dall’ordinario, in breve tempo. Era quindi il mio ultimo anno per diventare una rockstar [ride]. Mi ha sempre colpito l’idea di vivere una vita veloce, piena di avvenimenti e sensazioni. Ovviamente non aveva niente a che vedere con la mia vita di tutti i giorni [ride], però quella narrazione mi affascinava e nel ritornello spiego i motivi: preferivo vivere una vita non ordinaria, più difficile ma non comune, con un gran finale. Ci sono poi canzoni su come ho affrontato delle storie immaginarie: in “Inverno” c’è una storia platonica, mai esistita, che mi sarebbe piaciuta vivere con un’altra persona.

La trasformazione dall’adolescenza all’età adulta la si percepisce bene in “Le falene”. Quale è il suo significato?

L’avevo scritta per una ragazzina per la quale avevo un affetto paterno. Mi faceva tenerezza il fatto che lei fosse estraniata dal mondo circostante, che vivesse in difficoltà coi coetanei; la ammiravo e devo dire che quel brano era un invito a dire che è una grande fortuna essere al di sopra delle cose, del quotidiano, anche se lei magari ci soffriva. Era come un sermone per dire: “insegnami a raggiungere questa dimensione che ora ti appartiene”.

Il linguaggio delle tue canzoni è molto comprensibile, per il suo ricorrere a termini di uso quotidiano.

Quando scrivo per me è veramente l’ora di ricreazione. Mi piace essere senza alcun filtro, come se stessi parlando con un amico. Quando scrivo per chiunque, ma anche per me, cerco di contestualizzare la composizione al disco. SUXMARIO in particolare aveva l’ambientazione da adolescente, da finto ribelle, diviso tra una adolescenza e una maturità, e quindi il linguaggio è più quotidiano.

Lorenzo, come nasce la passione per la musica?

Nasce da sempre. Mia madre mi diceva che calciavo in maniera differente a seconda della musica che ascoltavo tramite delle cuffie poste sul suo pancione. La passione per la musica è cresciuta come un diesel: da piccolo canticchiavo, giocavo con gli strumenti musicali. Per i morticini del 2 novembre, ricordo che chiesi un palcoscenico con tutti gli strumenti musicali: mi portarono una mini batteria e una mini chitarra. Poi con gli anni questa passione si è alimentata ascoltando ciò che passava a casa. Mi sono quindi appassionato alla musica dei grandi cantautori, a livello di estetica e di etica, da Claudio Lolli a De Andrè, a Dalla. Anche a suonare ho imparato da solo, escluso i due anni in cui il mio unico insegnante mi ha dato i rudimenti per la chitarra: suono quello che mi capita, suono male tutto, per la smania di suonare, improvvisare.

Affascina questo tuo modo di scrivere dei testi tristi con musicalità allegre e viceversa, come in “Milano”.

Mi è sempre piaciuta questa contrapposizione perché la musica ha questo potere di evidenziare, come nel cinema, delle sensazioni come vuoi tu. Ci sono pezzi estremamente tristi e altri in cui ascolti la musica e sembra di stare al parco giochi: è la magia della musica in cui scegli tu il contesto, lo scenario e la dimensione.

Hai scritto per tantissimi interpreti; che differenza c’è tra scrivere per sé stessi e per altri?

E’ enorme. Principalmente mi trovo a scrivere per altri e, quando lo faccio, quello che cerco di fare è far trasparire meno possibile la mia penna, cercando di scrivere quello che è l’artista, la sua sensibilità. Anzi, se riesco anche a snaturare, a dire cose che neanche vivo o penso, ma che sono affini all’artista, è molto più importante di scrivere cose che fanno parte di me e di essere presente nelle canzoni. Cerco di essere più distante possibile, al servizio della voce e della sensibilità di chi sta cantando. Mi piacerebbe che un domani possa sperimentare generi diversi e distantissimi tra loro, non avendo una dimensione del mio percorso. Lo vivo come un parco giochi dove divertirmi e fare quello che mi passa per la testa in quel momento.

Hai scritto per tantissimi grandi artisti italiani negli ultimi dieci anni.

La primissima volta è stata per un disco di Mario Lavezzi del 2011, “L’amore è quando c’è”: avevo solo diciotto anni. Il pezzo, “Innamorato”, reca le firme “Lavezzi-Costanzo-Vizzini”. Mario mi mandò questo pezzo di Maurizio Costanzo e mancavano delle variazioni; mi chiese se avessi voglia di rivedere delle parti di testo per modellarle e mi ritrovai in quel disco. Pensavo fosse un episodio isolato, un regalo di Mario per farmi partecipare a quel disco perché lui stava producendo delle cose mie da cantautore. Non pensavo di diventare autore per altri, ma non fu così. Qualche mese dopo arrivò l’incontro con Ornella Vanoni e la collaborazione per “Meticci” del 2013, per cui ho scritto otto brani, alcuni solo testo e altri anche con la musica. Poi c’è stata Deborah Iurato, Laura Pausini nel 2015 con “200 note”. Nel 2016 Raphael Gualazzi con “Mondello Beach”, cantata in dialetto ragusano, e “Hai una vita ancora”, duetto di Ornella con i Ghost; poi Alexia con “Beata gioventù”. Per Giovanni Caccamo il brano della colonna sonora del film “Puoi baciare lo sposo”. Un’altra colonna sonora con Matteo Buzzanca, nomination ai Nastri d’argento. Nel 2019 due brani a Sanremo, “Mi sento bene” per Arisa e “Le nostre anime di notte” per Anna Tatangelo. Sempre nel 2019 “A mano disarmata” per Emma e nel 2020 ho partecipato alla scrittura di “Fiori di Chernobyl” per Mr Rain. E poi varie canzoni in “Zero Il Folle” e “Zerosettanta” per Renato Zero, e sicuramente altre cose che sto dimenticando!

Per “L’amore sublime”, scritto per Renato Zero, ci sono ad oggi un milione e settecento mila visualizzazioni su YouTube. Da cosa dipende il successo di un brano?

Questa è una incognita, non si può mai prevedere. “L’amore sublime” non pensavo neanche di mandarla a Renato, perché la trovavo indietro come provino; fui però convinto da mia madre, grande fan di Renato, ad inviargliela e gli piacque! Renato ha il grande dono di non guardare a come confezioni il provino, ma a come sente la canzone nella sua sostanza e ha dato una importante mano al brano perché lo ha fatto suo nelle sue parole, mettendo parti importanti di testo. Sono arrivati tanti messaggi di apprezzamento per quel brano, apprezzamenti che non mi aspettavo. Sono felice di vedere che quel brano fa parte della vita delle persone.

Come avviene l’incontro con Renato?

C’è sempre la mano di Mario Lavezzi: nei passaggi più importanti c’è sempre stato Mario. Avevo scritto due canzoni, “Quanto ti amo” e “Gli anni della trasparenza”, e sentii un bisogno di inviarle a Renato, perché pensai di non poter mandarle ad altri. Chiesi a Mario di fargliele sentire; qualche giorno dopo, Mario mi disse che a Renato i brani erano piaciuti e che avrebbe avuto piacere ad ascoltare altre cose mie, e da lì ho cominciato. Qualche mese dopo siamo andati a Roma e ci siamo conosciuti. E’ stato molto inaspettato come incontro ma molto bello perché si è creato un rapporto di grande vicinanza ed affetto che non è mai scontata come cosa. Quello che mi ha lasciato la musica sono i bei rapporti che si sono creati nel tempo con tutte le persone che ci sono state.

Hai citato Mr Rain, Mattia Balardi, che ha incluso in “Petrichor” il brano “Fiori di Chernobyl” che vanta ad oggi più di trentadue milioni di visualizzazioni su YouTube. Come nasce questo brano?

La parte più importante è stata scritta da Mattia, io ho collaborato in una piccola parte. Lui mi ha chiamato perché cercava un ritornello, che già c’era, ed è quello attuale. Da lì è nata una bella amicizia. Il primo ritornello in spagnolo l’ho scritto per Mattia in “Sentieri sulle guance”, contenuto nel disco. “Fiori di Chernobyl” è stato un brano importantissimo che ha lasciato una traccia nella vita delle persone.

Hai citato Mario Lavezzi, che ha scritto canzoni per le più grandi, dalla Vanoni alla Bertè, da Spagna a Marcella, dalla Mannoia alla Oxa, per citarne alcune. Conoscendolo da vicino, cosa ti ha dato da un punto di vista artistico?

Tantissimo. Mario ha il grande dono di avere una visione d’insieme a livello artistico, fuori da qualsiasi schema o stereotipo. Una cosa sempre meno comune è la grandezza del suo essere produttore ed artista a trecentosessanta gradi, con una visione che ricopre tutte le sfaccettature del mondo musicale, perché conosce sia il dietro che il davanti le quinte. Ciò lo rende un figura che manca tanto ad una generazione più prossima alla mia. Questa mancanza si sente in progetti che svaniscono e che mancano in direzionalità. Se consideriamo una canzone come “In alto mare”, in termini di scrittura e produzione si è creata una dimensione che non sfigura fino ad oggi: è una canzone che affascina come se fosse stata scritta ieri.

Ci sono aneddoti che vuoi raccontare di queste tue collaborazioni?

Sono infiniti. Ricordo ad esempio Gualazzi che canta in siciliano, che già mi suonava come cosa sorprendente; grazie a Matteo Buzzanca riuscimmo a fargli cantare il brano in ragusano, dialetto ancor meno sondato. Con Ornella ce ne sono tantissimi, anche perché ha rappresentato il primo passo. Tutta la storia dell’avvicinamento ad Ornella è stato un film. La cosa più surreale è stata suonare il primo brano per lei “La donna dai capelli blu mare”. Ero a cena a casa di Mario, assieme ad altri ospiti, e gli feci ascoltare quella canzone: chiamò subito Ornella, era notte fonda. Lei ci disse che avrebbe voluto ascoltarla senza il pubblico. Ci spostammo nella stanza di Mario solo io e lei e iniziai a suonare al pianoforte, con Ornella che mi guardava da vicino, ad un centimetro, ed io intimorito. Quando finii di suonare il brano, dopo un momento di silenzio che durò una eternità, mi disse “bella, me la ricanti di nuovo?”. E’ stato un bel regalo del tutto inaspettato.

La tradizione cantautorale siciliana è alla ricerca di un proprio linguaggio musicale; Consoli, Battiato, Colapesce e Di Martino, tutti sono legati tra loro da un fil rouge, con questa ricerca continua di una certa comunicabilità. Ti ritrovi anche tu in questo? 

Questa cosa è vera. E’ più una ricerca di spiritualità che noto molto nei cantautori siciliani, in maniere distinte. Battiato è più esplicito, la fa a trecentosessanta gradi, ma anche Colapesce e Di martino, col disco “ I mortali”, sono molto influenzati ad un legame con la terra e le radici, così misterioso e radicato. Così come Giovanni Caccamo. E’ un attaccamento a un qualcosa di oltre. Ognuno traspone un linguaggio che spesso è ostico. Gli stessi Sciascia, Camilleri e Bufalino hanno sempre questo modo di comunicare che può sembrare anche contorto eppure è super asciutto. Nelle mie canzoni c’è tantissima Sicilia. A parte “L’aria di casa” che era un disco completamente pensato, scritto e cantato in Sicilia, ora ci sto più attento, soprattutto quando scrivo per altri, ma c’è un richiamo al mare e immaginario che per me è più che familiare, ma mi rendo conto che non è così per tutti. Per chi lo vive il mare, questo fa parte di lui per sempre.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una vera evoluzione della musica e del pop in particolare, che è un genere che sta cambiando tuttora. A tuo modo di vedere quale potrebbe essere la prossima evoluzione, la prossima frontiera del pop?

Il pop evolverà più nella sperimentazione di linguaggi diversi e nella loro fusione che nella omologazione. Credo che nel futuro ci sarà ulteriore spazio per le nicchie, che nel passato erano considerate come settarie, che sono l’unica alternativa. L’omologazione si sta rendendo su tutti i campi come qualcosa che ha dato ed è esaurito, dato che ci assomigliamo tutti, lavoriamo tutti nello stesso modo, l’iper connessione rende tutto vicino. Ora siamo in una fase di mezzo in cui le nicchie le trovo alternative, con questa commistione di cose, questo mescolarsi, che penso che faccia parte dell’evoluzione. Non mi meraviglierei se un trapper facesse musica con un’orchestra sinfonica. Cosi come un’avanguardia jazz che fa un disco con le chitarre elettriche. 

Che cosa c’è nel prossimo futuro di Lorenzo?

C’è la musica come sempre. Sto scrivendo e spero di continuare a farlo per i prossimi 20-50 anni, quello che mi resta [ride]. Sicuramente c’è un bellissimo disco che ho il grande orgoglio di produrre, che uscirà tra poco con le prime cose: un disco molto suonato, dato che stiamo coinvolgendo musicisti straordinari da tutto il mondo e spero di potervene parlare presto. 

Grazie Lorenzo e ti aspettiamo per le prossime novità.

Certamente! Un grazie a voi ed un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e conducono un programma su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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