Roberto Casalino, a Sanremo 2021 coautore del brano cantato da Francesco Renga

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

In gara all’ultimo Festival come coautore, con Dardust e lo stesso Francesco Renga, di “Quando trovo te”. Una carriera costellata da tantissimi successi scritti per Giusy Ferreri, Marco Mengoni, Alessandra Amoroso, Emma, per citarne alcuni. Da poco l’uscita di un video sulle note della sua “Ti porto a cena con me”.

Roberto, quale bilancio puoi trarre dall’ultimo Sanremo, dove sei stato coautore di “Quando trovo te”, cantata da Renga?

Indipendentemente dalla classifica, è stato un grande privilegio esserci anche quest’anno, in un Sanremo che penso rimarrà nella storia, per come è stato svolto. Il bilancio è positivo perché abbiamo presentato un progetto per Francesco, e perché stiamo parlando di musica e non di guerra [ride]. Purtroppo siamo stati svantaggiati perché nelle prime serate ha cantato molto tardi e la gente faticava a stare sveglia fino alle due di notte; ciò ha modificato la percezione della canzone, in quanto in molti si sono resi conto della stessa solo al sabato, quando ha cantato ad un “orario umano”. La canzone è un po’ come un diesel: sapevamo che non era delle più semplici, sia da interpretare che da recepire al primo ascolto. 

E’ sempre non elegante associare dei numeri all’arte e alle emozioni ma, se andiamo a vedere le visualizzazioni che sta avendo il brano su YouTube, parliamo di numeri importanti, segno di una continua ricerca di questo brano da parte del pubblico.

Francesco ha un pubblico adulto, che non è quello dei ragazzi che “streammano” o che passano molto tempo su YouTube a cercare il video. A seguito dell’esibizione del sabato e della seguente domenica pomeriggio a Domenica In, il pubblico si è accorto della canzone e quindi è aumentata la curiosità di andarla a cercare, su iTunes, su Spotify. C’è stato un cambio di rotta della sala stampa e dei giornalisti nel momento in cui l’hanno assaporata di più. Ora tutto si giocherà nelle radio e nella speranza di fare un tour nei teatri, che speriamo avvenga anche in condizione di minor pubblico per far lavorare persone che stanno a casa da più di un anno.

Quale è il messaggio contenuto nel brano?

Come ripetuto da Francesco, è il potere salvifico del ricordo, l’andare a ripescare nella memoria qualcosa messo da parte e che viene a salvarci nei momenti di disperazione e di disorientamento, come quelli che stiamo vivendo o come quelli ciclici nella vita di ognuno. Ci piaceva lanciare un messaggio positivo di ciò che custodiamo gelosamente nella mente e che ci torna in modo quasi sorprendente, riportandoci il sorriso e la tranquillità. E’ un brano nato di getto in tre, quattro ore: avevamo una urgenza di raccontare queste sensazioni e, quando accadono queste cose, si è di fronte a piccoli miracoli perché la canzone era nell’aria e dovevi solo raccoglierla.

Da un punto di vista melodico il brano ha delle irregolarità, delle accelerate e frenate, con una scrittura più moderna rispetto al repertorio di Renga.

In realtà, essendo nata in studio assieme, ci siamo resi conto assieme della piega che stava prendendo la canzone e quindi, di comune accordo, siamo andati in una direzione che potesse unire il passato di Francesco, il presente e quello che potrebbe essere il suo futuro. E’ normale che un artista come lui debba evolversi non rinnegando quello che è stato; devi essere moderno e giocartela alla pari con chi ha venti anni e ha un mondo musicale, culturalmente parlando, diverso dal tuo. Abbiamo unito i tre mondi, il mio, quello di Dardust e di Francesco, che confluiscono poi in qualche modo; avendo già collaborato assieme, siamo persone che si stimano e si seguono a vicenda da un punto di vista musicale. E il risultato è stato sorprendente perché ci ha stabilizzato. Se Francesco avesse portato la classica canzone, lo avrebbero accusato di stare nella sua zona di comfort.

Nel post Sanremo è uscito anche un altro brano che vede la tua firma, “Solo meraviglie” di Noemi.

Il nuovo album di Noemi, “Metamorfosi”, è uscito proprio nella settimana sanremese e all’interno contiene “Solo meraviglie”, che ho firmato assieme a Davide Simonetta, mio amico e grande autore, che ha firmato anche i brani sanremesi di Annalisa e di Fedez e Michielin. Si tratta di un brano diverso da quello scritto per Renga, ma il comune denominatore è il linguaggio, che è il mio marchio di fabbrica. “Solo meraviglie” è un pezzo molto happy, di istantanee di quotidianità; un brano dedicabile che mette molto di buon umore e sono contento che sia stata Noemi a cantarla, con una bellissima voce adatta al suo mondo.

Si percepisce qualcosa in comune tra i due brani, “Quando trovo te” e “Solo meraviglie”: forse l’invito al prendersi i propri tempi?

Sì, in realtà siamo presi un po’ dalla frenesia di tutto ciò che si consuma velocemente. A volte sono proprio le piccole cose quotidiane, che noi liquidiamo come cose di poco conto, che sono un insieme ed un puzzle che va a formare la tua vita, la tua serenità. Va quindi bene concedersi il tempo per una colazione lunga, per accarezzare il gatto, per ballare senza senso in casa: bisogna concedersi il tempo per vivere. Io da un po’ di tempo a questa parte mi sono stancato di voler raggiungere sempre il massimo. Sulla lavagnetta in cucina c’è scritto “Voglio stare dove sto bene”, che è la frase che ho ripreso nel brano de Le Vibrazioni dell’anno scorso a Sanremo. Mi chiedo sempre se dove mi trovo in quel momento sto bene. Se la risposta è sì, allora va bene così.

Come autore, non sei nuovo al palco di Sanremo.

Incluso quello appena concluso, i miei Sanremo ufficiali sono otto. Nel 2012 “Per sempre” con Nina Zilli e nel 2013 la vittoria con “L’essenziale” di Marco Mengoni. Nel 2014 portai ben tre brani. Giusy Ferreri cantò “Ti porto a cena con me” e “L’amore possiede il bene”, la prima scritta con Dardust e la seconda con Niccolò Verrienti; poi c’era Renga che aveva due brani, uno di Elisa, che passò il turno, e “A un isolato da te”, scritto da me, che è stato estratto successivamente come singolo. Nel 2015 ci fu Alessio Bernabei con “Noi siamo infinito”, nel 2016 Moreno con “Oggi ti parlo così”. Nel 2017 avevo due brani in gara: “Nel mezzo di un applauso” per Bernabei e Giusy con “Fa talmente male”. Nel 2018 e 2019 non mi hanno preso a Sanremo [ride], perché uno ci prova ogni anno, l’artista non viene scelto e la canzone rimane fuori. Poi abbiamo ripreso nel 2020 con Le Vibrazioni con “Dov’è” e quest’anno Renga.

Visto che i brani sono come dei figli, che effetto fa sentirli debuttare sul palco musicale più importante d’Italia?

L’effetto è che non ti ci abitui mai: hai sempre il batticuore anche se non stai lì a cantare, perché ci metti la faccia e c’è il tuo nome in quella canzone. L’effetto maggiore è che provo un’enorme gratitudine perché mi rendo conto di essere un uomo fortunato. Ho la possibilità di presentare un brano a Sanremo attraverso il duro lavoro, avendoci sempre creduto. Il talento, la costanza, lo studio, sono la base, ma non è che se hai tutto questo riesci; quindi è anche un po’ un colpo di fortuna che ti dà la possibilità di giocarla alla meglio. Quando hai la possibilità di far ascoltare la tua musica ad un pubblico così vasto, devi inserirla nel riquadro delle cose speciali, e quindi provo gratitudine.

C’è stata una forte volontà affinché Sanremo 2021 vedesse la luce, scelta che non ha trovato tutti d’accordo.

L’Italia è il paese delle polemiche. E’ chiaro che è stato fatto tutto il possibile per cercare di contenere quelli che potessero essere i contagi. A mio avviso si poteva avere anche un pubblico in sala, come negli altri studi televisivi, però l’Ariston si chiama Teatro Ariston ed entra quindi in una regolamentazione diversa. Penso che fosse importante farlo perché ci sono una marea di progetti parcheggiati, artisti che non pubblicano il disco, perché se non hai la possibilità di promuoverlo è inutile buttare un anno di lavoro, ed è quindi importante avere la possibilità, in sicurezza, di tornare a cantare raggiungendo quattordici milioni di persone contemporaneamente. Per Sanremo c’è stato un impiego di persone specializzate nel proprio lavoro, dando quindi la percezione di un tornare a lavorare. 

La mancanza di pubblico ha suscitato una maggiore emotività interpretativa?

Sì, l’emotività c‘è ma ti prende anche un po’ di tristezza se pensi che là fuori le cose sono ancora ferme. Il pubblico di Sanremo è importante perché ti dà subito una idea di come la canzone è attesa ed accolta. Con Sanremo 2021 siamo dovuti andare su Tweet o su YouTube per capire le reazioni del pubblico.

Qualche giorno prima di Sanremo è uscito un video sulle note della tua interpretazione live di “Ti porto a cena con me” di Giusy Ferreri. Un video molto particolare, un modo elegante per parlare di amore.

Si tratta di un passo a due, con due ballerini uomini, diretto e studiato dal coreografo Luca Di Nicolantonio. In realtà quel passo a due è stato presentato già in passato in qualche concorso prestigioso di danza, e ha vinto numerosi premi. E’ stata una sua idea riadattarlo sulla mia canzone, nella mia versione. I due ballerini, Gianluca Conversano e Alessandro Carradori, hanno danzato in questo video a Palazzo Brancaccio a Roma. L’idea è stata di portare sullo schermo, per la prima volta, due uomini che danzano, senza assolutamente essere mai volgari, per quanto stiano danzando alquanto nudi, coperti solo da vestiti di scena. In realtà il desiderio era raccontare le sfaccettature del tormento dell’amore, del cercarsi in un modo universale, fuori dai canoni che siamo abituati, ma in modo diverso da quello che si ostinano a chiamare normalità, perché normalità è anche questo. Gli scatti, la durezza, gli abbracci, le spinte che si vedono nel video sono ingredienti dell’amore universale, che puoi esprimere con le parole e con il tuo stesso corpo, e questi ballerini, e il coreografo Luca, sono riusciti a rendere al meglio questo concetto. Dietro questo video c’è tantissimo lavoro e professionalità e ci siamo resi conto di aver raggiunto il nostro scopo; esso è stato condiviso da portali e giornali dello spettacolo, perché la danza è poesia e, unita a questa canzone, ha fatto in modo di esprimere al meglio il messaggio principale del brano originale, registrato all’Auditorium Conciliazione di Roma. 

“Il fabbricante di ricordi live” è infatti il disco che riporta la registrazione del concerto del 23 novembre 2019, che seguiva l’uscita del tuo ultimo CD, “Il fabbricante di ricordi” che contiene dei grandissimi successi cantati da Alessandra Amoroso, Fedez, Giusy Ferreri, Emma, Marco Mengoni e tanti altri: canzoni che è impossibile non conoscere. La somma delle loro visualizzazioni su YouTube ammonta a quattrocento milioni!

Peccato che quattrocento milioni di visualizzazioni non corrispondano alla stessa cifra economica! [ride] Se un governo non ha previsto che la categoria dello spettacolo esistesse in questo lungo anno, come ti aspetti che venga regolarizzato il pagamento delle visualizzazioni, per quanto lo stream e YouTube siano i principali canali di diffusione della musica? Con il primo album di Giusy abbiamo venduto 400 mila copie effettive di negozi, che è diverso dallo stream. Il guadagno per l’artista e per l’autore è completamente diverso quando c’è un disco fisico rispetto alle visualizzazioni. Questa cosa non è stata regolarizzata, e chi ne trae vantaggio è il portale che diffonde la musica; per noi le uniche fonti di guadagno reale sono i live e puoi immaginare che, in un anno in cui non ne sono stati fatti, oltre ad essere danneggiati gli artisti, lo sono anche le maestranze e questo si riversa anche sugli autori. E’ stato brutto vedere come la musica fosse trattata come bene non necessario, quando in realtà è il sottofondo di ogni cosa che facciamo, e per questo deve essere valorizzata. 

Nel tuo ultimo CD c’è un libretto interessante dove spieghi come sono nate le canzoni in esso contenute. Esse nascono nei momenti e nei posti più disparati. Ci fai qualche esempio?

“Novembre” nasce a giugno su un autobus della linea 714, che porta da Roma Termini al Palazzetto dello Sport [ride]: ho impiegato quindici minuti per arrivare a casa, e in quindici minuti è nata la canzone. All’epoca i cellulari non avevano la funzione delle note vocali, e quindi sull’autobus ho dovuto fare affidamento ad un registratorino con le mini cassette, che usavo per registrare le lezioni all’università, e ho cominciato a canticchiare parole e musica in mezzo a tutti. 

“Cercavo amore”, cantata da Emma, è nata nel traffico a Roma, in macchina, perché il mio amico Niccolò Verrienti, con cui ho scritto la canzone, aveva preparato una base scarna sulla quale scrivere qualcosa di rockettaro. Mi stavo recando nello studio di registrazione a San Lorenzo e ho cominciato a cantare sopra quella base; ho appuntato la melodia e, arrivato in studio, l’ho registrata. 

“Per sempre”, cantata da Nina Zilli, è iniziata a Roma sul divano di casa ed è finita in un hotel a Milano alle quattro del mattino, con la chitarra, cercando di fare in silenzio per non svegliare nessuno. Mi sono svegliato improvvisamente con una melodia in testa, dato che nella canzone mancava lo special. 

“A un isolato da te”, cantata da Renga a Sanremo 2014, è nata a Roma. Era l’8 dicembre 2012 e stavo correndo sul Lungotevere la mattina; è arrivata questa melodia, me la sono appuntata e, arrivato a casa, ho preso la chitarra e ho scritto l’inizio della canzone “Si muove la tenda nella stanza”. Quando nel brano scrivo “senti una canzone e ti sembra di conoscerla già”, la canzone alla quale faccio riferimento è una melodia natalizia che ascoltai: erano i zampognari che passavano sotto casa ed io la ascoltavo dicendomi di conoscerla già.

Di “Trova un modo”, cantata da Alessandra Amoroso, c’era già un appunto di testo. Un giorno ero a Milano, a Città Studi, ero appena uscito dalla Metro; mi sono seduto su una panchina, perché dovevo andare in studio da Dardust ma ero in anticipo, e ho buttato giù le strofe. Andato da lui, abbiamo lavorato al pianoforte ed è nata di getto.

“L’essenziale”, interpretata da Marco Mengoni, è nata a Fano nel 2011. Mi trovavo lì a lavorare con un gruppo d’autori in uno studio. Avevo appuntato sul taccuino tre frasi: “mentre il mondo cade a pezzi”, la parola “essenziale” e “sostengono gli eroi se il gioco si fa duro per giocare”. Avevo finito di lavorare con gli altri autori ed avevo un mezzo pomeriggio libero; mi sono seduto a terra con la chitarra e in quindici minuti la canzone era nata. L’inizio del testo “sostengono gli eroi” riprende un detto popolare che dice che quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare; io ho scritto che fossero gli eroi a sostenerlo perché in realtà quando il gioco si fa duro la maggior parte delle persone abbandona, e quindi sei già un eroe quando accetti la sfida della vita. Il vero eroe non è colui che rimane sempre in piedi ma colui che, caduto, si riesce a rialzare e avere la stessa fame e rimettersi alla prova.

Da dove nasce la tua capacità di scrivere poesie?

Senza nulla di religioso e spirituale, secondo me è qualcosa che arriva “da su”, che arriva alla testa. Ti arrivano delle cose che filtri attraverso il cuore, attraverso le tue esperienze emotive. Questo accade sia quando dal nulla ti arrivano parole che quando sei impegnato, magari guardando un film o leggendo un libro, e ti vengono in mente delle cose che ti stimolano a riflettere su qualcosa. A volte mi dico delle cose che non sono neanche in grado di comprendere finché non le vedo nero su bianco e molte volte queste cose sono state lenitive. La musica mi ha curato, mi ha salvato, ma dietro ad ogni predisposizione che uno ha, perché io credo nei talenti, devi poi studiare, impegnarti, coltivare. Io penso che non bisogna mai improvvisarsi in qualsiasi mestiere tanto più nella musica che è qualcosa di creativo; va assolutamente acquisito un linguaggio della nostra lingua, che è molto ricca, e questo lo acquisisci leggendo, nutrendoti di cultura, vivendo. Soprattutto se sei cantautore, non devi avere paura di dire la verità. Io racconto l’amore e non ho paura di dire la verità, anche se scomoda. A me le canzoni sono sempre servite molto per dire delle cose e se intorno ho persone attente, che siano amici o compagni di vita, attraverso le mie canzoni riescono a capire tante cose. Io poi di base parlo, non sto zitto, ma parlo anche attraverso la musica.

Che responsabilità ritieni abbia l’autore e quale l’interprete affinché un brano diventi un successo?

Non c’è una formula matematica per il segreto della canzone di successo. Sicuramente deve essere una canzone che deve stare al passo coi tempi, seguire alcune regole della musica, del mercato odierno. Oggi si tende a fare canzoni di tre minuti, ma quelle sono regole tecniche; di base la canzone deve essere autentica, deve raccontare qualcosa di reale, altrimenti si percepisce che c’è un trucco dietro. L’autore ha il compito di costruire una bella canzone, l’interprete di valorizzarla rendendola sua il più possibile. Tutto quello che viene dopo non dipende da te perché come il pubblico, le radio, la stampa, gli addetti ai lavori percepiranno quella canzone è frutto di meccanismi incontrollabili: ci sono tante variabili che possono permettere il successo di un brano od ostacolarlo. Questo vale anche per le gare o nell’uscita di un disco che non viene compreso. Non va misurata la bellezza di una canzone sulla base delle copie vendute. Canzoni contenute in grandissimi album, che hanno venduto milioni di copie, oggi hanno poca possibilità di essere messe nelle scalette dei concerti. Un tempo si facevano dischi con tutti potenziali singoli. Oggi o i dischi non si fanno o, se si fanno, sono trainati da un paio di canzoni con tanti riempitivi. Il disco rappresenta un viaggio, un racconto; ci deve essere un motivo per cui una canzone stia lì. La responsabilità di chi scrive è elevata nei confronti dell’artista che la interpreta e del pubblico, ma poi devi alzare le mani e dire “arrivo fino a dove posso”, ti auguri che il pezzo abbia una lunga vita ma questo non lo puoi prevedere tu.

Quando scrivi un brano per un’altra persona, pensi a chi lo deve interpretare? Come avviene la sua attribuzione all’interprete?

Non riesco a lavorare su commissione. Ci sono delle canzoni che ti rendi subito conto che possono essere adatte per degli artisti, soprattutto con quelli con i quali c’è feeling. Con Giusy penso ci sia un filo invisibile che ci lega e che in qualche modo mi fa subito pensare, quando sto scrivendo qualcosa, che sia adatta a lei. Partendo dal presupposto che le canzoni che scrivo le scrivo per me, alcune rimangono per i miei progetti e altre vanno per la loro strada. Poi è chiaro che nel momento in cui le presenti all’artista, questo si deve ritrovare in ciò che stai raccontando, altrimenti sarebbe impossibile che possa interpretarlo. A volte ci sono delle canzoni molto caratterizzanti che o vanno a quell’artista o rimangono lì.

Nel percorso artistico di ogni cantautore ci sono momenti felici e momenti bui, ed in particolare nella gavetta di un operatore nel mondo dello spettacolo, ci sono i “no”. Ti è mai capitato di ricevere porte in faccia e cosa diresti a chi sta intraprendendo questo tipo di mestiere?

Le porte in faccia fanno parte della vita e quindi del mestiere dell’autore, del cantante. Io sono abbastanza fatalista ma anche molto concreto e quello che mi sento di consigliare a chi vuole intraprendere un percorso nella musica è avere il “piano B” a portata di mano, una seconda alternativa a quello che è il tuo sogno principale. Ad un certo punto il mio “piano B” è diventato “piano A”: nel 2005, vivendo da solo a Roma, cercando di sostenermi da solo, ad un certo punto i soldi, messi da parte con la musica facendo il corista nel tour di Tiziano Ferro, finirono e ricevetti solo porte in faccia. Allora il “piano B” è diventato “piano A” e ho lavorato come organizzatore di eventi in un centro congressi dove potevo parlare lingue straniere, studiate bene durante la mia adolescenza, avendo vissuto anche all’estero, e ho messo in campo le mie conoscenze per poter lavorare e continuare a fare musica. Alla soglia dei ventinove anni, che mi ero dato come età limite per i miei piani, mi son detto “ora basta”: la mattina al lavoro, il pomeriggio all’università e la sera mi chiudevo in studio o suonavo nei locali. Avevo pensato di lasciar perdere la musica, che poteva rimanere come passione, ma la professione doveva essere un’altra. Mi ero dato come limite il mio compleanno del 9 giugno 2008 e il caso ha voluto che Giusy cantasse “Non ti scordar di me” il 27 maggio in TV e la mia vita da quel momento è cambiata. Lì mi sono reso conto che quella scadenza non poteva essere rispettata. Quella canzone era nel cassetto dal 2005 e io sono stato contattato per proporre un brano a Giusy a metà maggio, per la finale del primo X-Factor. Io avevo esternato questo mio amore artistico verso la vocalità di Giusy e, quando si è paventata l’idea di dare un inedito per Giusy, ho detto no perché pensavo di non avere un brano per lei. Poi però sono andato sulla cassettina dell’università in cui c’era un voce e chitarra: ho fatto il provino, l’ho mandato a X-Factor e le nostre vite sono cambiate: io ero assistente congressuale e lei cassiera.

In questo periodo di lockdown molti artisti sono ricorsi ai concerti in streaming. Cosa ne pensi?

Sicuramente è un modo per tenersi compagnia, per tener viva l’attenzione del pubblico. Con la mia band abbiamo deciso di non dar vita a questi concerti in streaming perché sarebbe una esperienza che mi provocherebbe più tristezza che gioia, perché il bello del live è avere il contatto delle persone. Può essere una valida alternativa, ma momentanea, poi però bisogna tornare a suonare, nel momento in cui sarà possibile farlo in sicurezza. L’estate scorsa c’era stato un po’ un tana libera tutti, ma con i miei musicisti abbiamo deciso di non fare quei live con un pubblico ridotto, con mascherina, senza abbracciarti alla fine, perché non avrebbe avuto senso. La gente lo percepisce se tu sei contento e a tuo agio su quel palco e, se non sto bene con me stesso, come posso pensare di trasmettere qualcosa di bello a qualcun altro?

Grazie Roberto per questa lunga chiacchierata e speriamo di riaverti presto con noi.

Grazie a voi e un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e conducono un programma su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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