Grazia Di Michele e la sua “Madre Terra”, preghiera per il nostro futuro

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Cantautrice, musicoterapeuta, insegnante di canto, attrice. Ha scritto centinaia di canzoni per sé e per altri, producendo giovani talenti. In questo cammino di coerenza artistica, lungo più di trent’anni, “Madre Terra”, una preghiera per una rivoluzione spirituale.

Molti i sentieri artistici percorsi nella tua carriera senza mai tralasciare l’impegno sociale. Nel 2021 un’altra tappa, “Madre Terra”.

Un’altra tappa perché nella mia esperienza di musicista ho fatto tanti viaggi belli. Mancava però un bel viaggio spirituale, un viaggio di sensibilità nei confronti di una tematica che sento molto forte, che è la protezione del nostro pianeta. Se ne parla tanto ma si fa poco e si continua a danneggiare il pianeta. Tutto è partito dalla lettura di “Lettera d’amore alla madre terra”, di Thich Nhath Hanh, monaco vietnamita buddista che vive in Francia, che è una grande guida spirituale. E’ arrivato alla conclusione, sulla quale sono totalmente d’accordo, che per risolvere un problema bisogna andare alla radice e alla radice del rapporto con la terra c’è del disamore, c’è dell’aver perso un contatto molto forte con la nostra madre, perché la terra ci dà l’ossigeno per respirare, il cibo per mangiare, l’acqua per dissetarci e un ambiente meraviglioso in cui vivere. Perdendo questo contatto con la terra e ci sentiamo quasi delle entità separate, noi da una parte e la terra dall’altra, che noi attraversiamo nel corso della nostra vita. Perdiamo il rapporto figliare, un rapporto simbiotico, perdiamo quell’amore che si nutre nei confronti di una madre; ecco perché l’ho chiamata “Madre Terra” ed ecco perché l’incipit dell’ ”Ave Maria” in “Madre Terra, piena di grazia”. La lettura di questo libro è stata illuminante perché nel mio piccolo, nel quotidiano, nel mio cercare di stare su questo pianeta nella maniera migliore possibile, io faccio tutto quello che posso ma singolarmente, come essere umano, come persona. Credo che invece ci sia bisogno di sentirci tutti responsabili di quello che facciamo, e anche nel privato possiamo fare tanto. Poi, certo, servono governi che imparino ad amare la natura, serve che un Bolsonaro si tolga di mezzo finalmente per quello che sta facendo nella Foresta Amazzonica, che è uno dei nostri polmoni; c’è questo nuovo Ministero della transizione ecologica, che speriamo non diventi un “mistero” della transizione ecologica, che sia veramente un posto dove vengano prese decisioni importanti perché dall’altro lato si continuano ad aprire piattaforme petrolifere in Basilicata che, si sa, è una terra molto fertile sotto questo punto di vista. Thich Nhath Hanh è stato designato al premio Nobel per la Pace da Martin Luther King, proprio perché alla base di tutti i suoi ragionamenti e discorsi, anche quando viene interrogato durante i convegni, lui ritorna sempre allo stesso presupposto, ossia che noi dobbiamo fare una rivoluzione culturale e spirituale, perché l’inquinamento è più spirituale che ecologico. La stessa cosa la diceva anche San Francesco e, in fondo, i due dicono parlano dello stesso rispetto, dello stesso amore, del legame simbiotico, di onorare la magnificenza del creato, che questo sia creato da Dio, da Buddha o da una divinità. L’importante è sapere che noi siamo dei privilegiati e non siamo dei turisti di passaggio sulla terra.

Un brano molto lungo, di otto minuti, che esce dai canoni della lunghezza delle canzoni, forse perché non è una canzone, ma una preghiera, un canto.

Non è una canzone con i canoni della struttura delle canzoni che io scrivo naturalmente nell’ambito pop, però non era questo l’intento, non c’era l’idea di mandarla alle radio, di promozionarla, di farla rientrare in tre minuti e mezzo. E’ una preghiera, un canto, e poi mi dava l’idea della circolarità di un brano che servisse a pacificare, a farci stare sintonici, sereni, armonici, e quindi non si può pensare che in due-tre minuti si debba stare all’interno di una canzone. La preghiera si è presa il tempo necessario di cui aveva bisogno. Poi è stato fatto il video di “Madre Terra” da Ari Takahashi, regista giapponese, e alla fine, attorno ad esso, si sono mosse persone che vivono in aree geografiche diversissime. La copertina è di grande impatto: è stata disegnata in Amazzonia dall’artista italo-colombiano Francesco Pariset, disegnatore molto onirico e simbolico; essa è stata realizzata prendendo elementi della natura, prendendo una donna vera che vive nella foresta amazzonica e mettendoci dentro dei simboli astrali tipici dell’arte shamanica. L’arrangiamento è di Phil De Laura, da New York, e l’idea è partita da un fiorentino, il mio collaboratore Nicola Cirillo, che mi ha mandato il libro che ha fatto scaturire tutta questa storia e che sta legando persone diversissime tra loro e che vivono in ambienti completamente diversi. Forse perché il messaggio è trasversale e forse perché non è una canzone ma si muove come una preghiera e come tale la si impara.

Che reazioni stai avendo dal pubblico?

Sto avendo delle reazioni bellissime, veramente inaspettate, perché non credevo che questo sarebbe stato un brano che avrebbe avuto una storia da un punto di vista promozionale; è un brano che comunica molto e attorno al brano ho sentito calore e affetto. Mi hanno chiesto più volte di fare un tutorial per spiegare gli accordi con i quali l’ho suonata e, da quel momento, mi sono arrivate versioni suonate da più persone. In qualche modo questa preghiera si muove da sola e arriva nel cuore delle persone.

Che diversità di messaggio c’è in “Confini” (1993), “Mandragole” (1995) e “Raja” (2019), tue canzoni in cui hai affrontato il tema del rapporto dell’uomo con la terra? 

“Confini” era una canzone quasi disperata, che parlava dei danni che stiamo facendo ai nostri polmoni, perché noi ci ammaliamo se si ammala la terra o se l’aria diventa irrespirabile: noi e la terra siamo la stessa cosa. Erano canzoni molto disperate e io sentivo una grande rabbia, che sento anche oggi quando vedo che i polmoni della terra sono devastati per fare posto agli allevamenti e alla coltivazione della soia. E anche “Mandragole” era una canzone che finiva con una speranza dopo aver descritto i danni inflitti alla terra: diceva “io sogno uomini distesi sul tuo corpo a fecondarti in un gesto d’amore e al mattino scoprire distese di rose senza nome”. Immaginavo quindi uomini che fanno l’amore con la terra, che la fecondano perché l’amano, e c’era una luce di speranza. Ora siamo in un’altra dimensione, quella del bisogno di ritrovare un contatto con una madre, un rapporto figliare, che, se tutti trovassimo, saremmo tutti fratelli senza distinzione di razza, religione, perché quello che ci accomuna è l’amore per nostra madre. In questo senso “Madre Terra” è un brano di pace perché cerca di veicolare l’unico possibile messaggio che è imparare ad amare la terra. Se noi interveniamo dopo un danno, è semplicemente per rendere l’aria un po’ più pulita, l’acqua un po’ più potabile, il cibo meno tossico, ma queste sono pezze che non implicano una rivoluzione spirituale ma il cercare di rattoppare gli strappi che facciamo. Bisogna sentire questo amore da dentro: io mi guardo intorno continuamente e ringrazio la bellezza di ciò che ci circonda, non la bellezza estetica superficiale, e quindi spero che arrivi in questo modo il brano, che porti ad una pacificazione. Tutti questi atti che facciamo, che sembrano semplice sciatteria o maleducazione, in realtà nascondono ben altro: buttare una bottiglia di plastica in mare non è solo maleducazione ma significa non sapere dove ti trovi, non sapere i danni è un problema di ignoranza, un problema culturale. Credo quindi che bisognerebbe ripristinare l’educazione civica nelle scuole e virarla su queste tematiche perché i ragazzi hanno bisogno di tecnologie, di imparare le materie e un bisogno di imparare a stare su questa terra, a stare con gli altri: necessitano educazione civica e ambientale. Mi piacerebbe prendere “Madre Terra” e andare nelle scuole, come hanno fatto degli insegnanti, che fanno ascoltare questo brano ai bambini delle medie e li hanno fatto poi disegnare, e son venuti fuori disegni pazzeschi. Sono insegnanti di musica che hanno abbinato all’attività musicale anche la riflessione e sarebbe bello farlo anche sulla natura e sugli animali.

Grazia, la rivoluzione spirituale che si cerca con “Madre Terra” sembra sia collegata con quelli che sono i “Segnali Universali” del progetto Cantautrici, che ti vede assieme a Mariella Nava e Rossana Casale.

Non a caso è nata “Segnali universali”. All’inizio è partita dall’idea di questi segnali che arrivano che possono essere grida di aiuto, o moniti, e che noi non vediamo e non ascoltiamo perché siamo diventati un po’ sordi. Vedere e guardare sono cose diverse: vedere implica un atto passivo, guardare implica un’attenzione e noi non guardiamo ma vediamo. Noi non ascoltiamo ma sentiamo, e invece i messaggi che ci arrivano sono belli chiari. Credo che l’uomo si debba fermare un attimo e imparare ad essere frugale, a usare cioè dalle risorse della nostra terra quello di cui ha bisogno senza eccessi perché lo spreco alimentare è uno dei più grossi problemi che ci troviamo ad affrontare oggi, assieme alla desertificazione e all’uso delle risorse del suolo per creare piattaforme petrolifere. Nessuno ha capito che l’acqua è un bene che tra un po’ si pagherà caro e chi non avrà i soldi morirà di sete, e questo è un futuro prossimo. 

Con la Cantautrici avete pubblicato anche “Anime di vetro”, dedicata al mondo femminile, che non a caso esce l’8 marzo.

Parla di donne ovviamente perché è scritto da tre donne e parla fondamentalmente della forza femminile e della loro fragilità fraintesa, o usata dagli uomini o dalle donne stesse perché hanno bisogno in alcuni momenti di essere fragili e sensibili per entrare molto in contatto con se stesse e con le vibrazioni esterne, ma che poi alla fine introiettano questa energia e, dopo un momento di raccoglimento, per affrontare la vita e il mondo. Tra i comuni denominatori tra le donne c’è anche il mascherare questa fragilità e di viverla sempre. L’album delle Cantautrici è quasi pronto e puntiamo a farlo uscire prima dell’estate. Speriamo di riprendere il tour che si è fermato due volte, causa pandemia. 

Su cosa stai lavorando in questo momento?

Il prossimo 6 maggio uscirà il mio secondo romanzo, “La regola del Bucaneve”, completamente diverso da “Apollonia”, che parlava di una bimba visionaria, un po’ tenuta al lato della vita perché si ha paura delle persone che non sono omologate. Inoltre uscirà l’album delle Cantautrici; continuo comunque a lavorare sulla mia musica. Sono la direttrice artistica dei “Tulipani di Seta Nera” [festival internazionale dei film corto] e, come l’anno scorso, sto ultimando la visione dei videoclip con contenuto sociale che sono arrivati: quest’anno c’è una bella giuria, da Carmine Amoroso, sceneggiatore meraviglioso, a Bungaro, ad Alessandra Fallucchi. Inoltre con mia sorella accudiamo 60 cani. Scrivo articoli di musica su OptiMagazine, di Red Ronnie. 

Ti ringraziamo Grazia per questa chiacchierata che ci ha molto ispirato e che speriamo ci renda persone migliori.

Grazie a voi e un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e conducono un programma su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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