Ci risiamo. Al Tito Livio per parlare di omofobia serve il consenso dei genitori (e forse va bene così)

Il 25 aprile sul profilo Instagram chiamato “liceotitolivio” compare un post in cui si denuncia che presso la nota scuola superiore di Martina Franca serve un’autorizzazione scritta per parlare in assemblea di omofobia, con particolare riferimento al caso di Malika Chalny, cacciata da casa dai genitori perché omosessuale. I gestori del profilo si firmano e si avventurano a paragonare i partigiani a chi denuncia “un sistema obsoleto”.

Il post fa immediatamente il giro dei sociale e presto arrivano screenshot nei vari gruppi WhatsApp. Arrivano diverse segnalazioni anche a chi scrive. Decidiamo quindi di saperne di più chiedendo ai ragazzi autori del post, ma preferiscono non parlare con la stampa, annunciando l’invio di un comunicato.

Ci risiamo, è la stessa cosa accaduta nel 2019: un gruppo di studenti ha voglia di misurarsi su un tema complesso ma viene apparentemente stoppato dal sistema antico e conservatore. Nel 2019 l’assemblea non si fece più, ma gli organizzatori si incontrarono nel pomeriggio presso il locale Undercover (una volta si poteva). Ci risiamo, ogni 25 aprile c’è qualcosa che non va, e i ricordi volano a quanto accaduto nel 2016 in Sala Consiliare, quando il Comune concesse il patrocinio e l’uso della Sala Consiliare per un convegno omofobo (non lo dimenticheremo mai).

Secondo i ragazzi che gestiscono il profilo Instagram “liceotitolivio” non è corretto che si chieda l’autorizzazione dei genitori per trattare argomenti come la violenza e i diritti. Secondo quanto ci dicono da scuola, e secondo quanto accaduto nel 2019, sembra invece la prassi. Ce lo conferma il dirigente Giuseppe Semeraro, informato dell’accaduto dai suoi collaboratori, che spiega come il Tito Livio è solito chiedere l’autorizzazione delle famiglie ogni volta che si trattano argomenti sensibili, o comunque che rientrano in quelli previsti dall’articolo 3 della Costituzione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È accaduto, spiega, anche quando è stato coinvolto uno psicologo per le prime classi, per trattare il tema del benessere psicologico e il covid. Alcune famiglie hanno rifiutato e per questi studenti sono state strutturate attività alternative.

Il consenso, è il caso di ribadirlo, viene chiesto per i minorenni e il motivo, spiega Semeraro, è non interrompere o non mettere in discussione il patto educativo tra scuola e famiglia, in modo che una istituzione non esondi nell’ambito dell’altra. Le famiglie hanno il diritto di intervenire sull’educazione dei propri figli e anche sui valori in cui credere. Certo, per chi scrive è facile sostenere che un convegno contro l’omofobia sia cosa buona e giusta, ma se per un attimo immaginiamo che la solerzia culturale dei rappresentanti di istituto fosse indirizzata verso una parte diversa, come reagiremmo? Immaginiamo per un attimo che il tema fosse stato “Mussolini ha fatto anche cose buone”, non avremmo voglia di saperlo?

Detto questo, però, è più che comprensibile lo stato d’animo dei ragazzi. Come si può chiedere il consenso ai genitori per parlare di una cosa così trasparente? Si può perché è un argomento polarizzante, dove è facile avere un’opinione per partito preso e senza avere informazioni ma soprattutto si rischia di dover dare spazio anche a chi ha opinioni contrarie. La scuola, saggiamente, utilizza l’autorizzazione per informare le famiglie e sposta su di loro la responsabilità di quanto accade, perché l’educazione morale spetta anche ai papà e alle mamme (o ai genitori 1 e 2, non importa). Se questa prassi non piace ai ragazzi, allora si organizzino per archiviarla per sempre, anche perché, ci sembra di capire, non è attribuibile a nessun dirigente, ma a una sorta di “burocrazia” interna alla scuola. Se la regola è scritta, va cambiata. Se la regola è non scritta, allora se ne proponga una che metta (quasi) tutti d’accordo. Se è importante l’argomento dell’omotransfobia, allora non ci si riduca a fare un’assemblea, ma si pretenda di approfondire l’argomento con progetti più corposi.

Nel frattempo, però, l’assemblea non è sospesa, ma il dirigente ha dato la possibilità ai ragazzi di farla, raccogliendo il consenso. Vedremo cosa accadrà.

Chi vuole, in attesa di conoscere l’evoluzione del fatto, può votare qui sotto, perché un argomento di cui ci interessa avere la vostra opinione.

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