A quarant’anni da “2060 italian graffiati” Ivan Cattaneo continua a stupirci

*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

L’artista, che ha rotto gli schemi con un “lavoro di archeologia moderna”, si racconta in questa intervista

Ivan, quest’anno ricorrono i quarant’anni dal fortunatissimo “2060 Italian Graffiati”, definito “un lavoro di archeologia moderna”, seguito nel 1983 da “Bandiera gialla” e nel 1986 da “Vietato ai minori”. Da dove nasce l’idea della realizzazione di album che ripropongono successi degli anni ‘60?

È stato tutto molto casuale. E’ avvenuto una sera di Capodanno. Ero con Blondie: avevamo appena fatto un rock festival a Parigi, ci siamo incontrati in una boîte e c’erano tutti ragazzi vestiti anni ‘50 che ballavano pezzi anni ‘50 e ‘60, ed era bellissimo perché avevano dei look meravigliosi. Tornato in Italia sono andato dalla Caselli e le ho detto che mi sarebbe piaciuto cantare delle canzoni anni ‘60 con un look anni ‘60, e lei ha sposato in pieno l’idea, e ha fatto sì che nascesse “Italian Graffiati”. Ha voluto fortemente anche che nascesse in quel periodo “Mister Fantasy” dove si sarebbero fatti questi primi videoclip sperimentali e da lì in poi è nato tutto il resto con un concatenarsi di eventi. Io non credevo molto in questa cosa, per me era solo divertentissimo, invece poi si è trasformato in un incidente piacevolissimo, una bomba esplosiva che ha creato questo filone revival. Dopo di me lo stesso filone è stato seguito dagli Skiantos, il Gruppo Italiano, lo stesso Renato Zero, che ha pubblicato l’album “Via Tagliamento”, dove era il Piper, e molti altri ancora. Quindi è stata una bella cosa, ma rischiava di diventare una concatenazione di cose dovute, mentre io nascevo come cantautore. L’ho sempre detto: io sono nato come cantautore negli anni ‘70, ho avuto successo negli anni ‘80, con i pezzi degli anni ‘60, quindi sono totalmente schizofrenico. 

Tu sei stato uno dei precursori della multimedialità, perché nel 1977, con la teoria del T.U.V.O.G. (TattoUditoVistaOlfattoGusto) e il libro associato al disco stesso, hai sperimentato una delle prime forme di multimedialità in Italia.

Si, ma non lo sapevo ancora che si chiamasse “multimedialità”, perché questa cosa è venuta fuori vent’anni dopo! Il progetto è nato come una provocazione, con questa cosa dei cinque sensi abbinata ad un oggetto da toccare per il tatto, una canzone da ascoltare per l’udito, un mio quadro per la vista eccetera. Era un progetto embrionale che è stato supportato da Nanni Ricordi che ha fatto in modo che nascesse la “T.U.V.O.G. Art”.

Nel 1980 un altro tuo grande successo è stato “Polisex”, un termine coniato da te?

Quest’anno esce un disco tributo con undici artisti che canteranno una nuova versione di “Polisex” e poi ci sarà anche una mia versione. Sarebbe dovuto uscire l’anno scorso per il suo quarantennale, ma a causa della pandemia uscirà quest’anno, e si chiamerà “Polisex 40”. Polisex nasce dopo un concerto durante una rassegna rock che ho fatto a Milano. Dopo la serata, in camerino, è venuto un essere strano, e io gli ho chiesto: “ma sei un uomo o una donna?” (era una donna), e mi risponde: “proprio tu mi fai queste domande? Io sono polisex” e da lì nasce il termine e la canzone.

Comunque non è questo il primo album tributo dedicato ad Ivan Cattaneo.

Sì, perché anche nel 2015, per i miei quarant’anni di carriera, è stato fatto un album doppio, con trenta artisti che interpretavano tutti i pezzi dell’Ivan Cattaneo cantautore. Questa cosa mi ha fatto molto piacere, anche perché fare un tributo ad un artista misconosciuto e maltrattato, è stato un grande atto di coraggio! La casa discografica Soter ha proprio avuto un atto di coraggio e di aggregazione!

Forse non tutti sanno che sei stato anche autore per Patty Pravo e Al Bano. 

Ho scritto parecchi pezzi, ora ho scritto un altro pezzo per la Vanoni, un altro per Patty Pravo di prossima uscita. Per Patty penso d’aver scritto una delle mie più belle canzoni che è “La carezza che mi manca”, che sarebbe dovuta andare a Sanremo, ma sono successe delle controversie, per cui poi è venuto fuori che doveva andare con Briga.

Poi due Videoclip a Giuni Russo nel 2003.

Sì, uno era “Morirò d’amore” e l’altro “Una rosa è una rosa”, ma anche “La forma dell’amore”. Giuni era una cara amica: eravamo dirimpettai, abitavamo vicinissimi. Passavamo i pomeriggi insieme nella Milano anni ‘80 al Cimitero Monumentale che è tra le cose più belle che ci sono a Milano [ride], un posto bellissimo. Si chiama monumentale perché sembra una Disneyland del marmo e delle sculture. Una volta ricordo che mi disse: “Ti faccio sentire due canzoni nuove”, una era “Good Goodbye” e l’altra era “Un’Estate al mare”, e io le dissi: “No! “Un’Estate al mare” no! è una cazzata paurosa! è troppo commerciale!” E lei: “però l’ha scritta Battiato, rischia di diventare un tormentone!”, io le risposi: “Non fare caso a ciò che dico, fosse per me non avrei neanche cantato “Una zebra a pois” quindi fai quello che vuoi!”.

Come hai creato il personaggio punk di Anna Oxa per il Sanremo 1978?

Fu molto casuale: mi chiamò il produttore della RCA Ennio Melis, che ha lanciato De Gregori e Venditti, e mi disse che avevano una ragazza molto “grezza” ma con una bellissima voce. Me la mandarono su a Milano per crearle un personaggio addosso. Era il ‘77, ero appena tornato da Londra dove avevo conosciuto il punk, e non ho fatto altro che riversare su di lei questo look, che era il mio look. L’ho vestita da uomo con un trucco punk, una valigetta da parastatale e i guanti e le ho dato questa immagine che per Sanremo era una cosa assolutamente nuovissima! 

C’è un aneddoto di una sciarpa che regalasti a David Bowie.

Avevo un amico che si chiama Mark Edwards, il manager degli U2, che ho conosciuto a Londra nel ‘72. Allora era il manager degli Jethro Tull e una sera al tramonto, a Portobello Road, mi ha fatto conoscere questo personaggio che sembrava la Vanoni per come era conciato, con i capelli rossi, vestito tutto strano e anche un po’ antipatico. Alla bancarella io gli ho comprato una sciarpa in strass, perché lui aveva un giubbino tutto in strass e gli ho detto “farebbe pendant con il giubbino”. Abbiamo parlato un attimo e poi è andato via, e mi sono accorto che aveva dimenticato la sciarpa e Mark mi ha detto, “guarda che non l’ha dimenticata!”, forse si sarà offeso perché gli avevo detto che era uguale al suo giubbino [ride]. Chiedo a Mark chi fosse e lui mi dice che si tratta di un nuovo artista che ha portato in RCA e che “farà molta strada”. Poi il giorno dopo mi fece conoscere Cat Stevens e lì sono praticamente impazzito, poi era già famoso, era proprio una star. Una settimana dopo Mark mi disse: “andiamo che devo portare delle cose a David Bowie, che ci ha invitato a mangiare”. Arrivati alla casa, che era dall’altra parte della città, lui si è affacciato, e ci dice “ho cambiato idea, non ho più voglia, non ho cucinato niente”. La prima idea era quella che conta: è un grande stronzo!

Lavori da sempre su mille cose, quindi che progetti hai per il futuro?

Nel prossimo futuro uscirà un album che si chiamerà “Titanic orchestra” con dodici pezzi inediti e questo album farà capo ad uno spettacolo teatrale dove ci sarà sicuramente la musica, ma dove ci saranno anche dei racconti brevi, particolari, che saranno raccontati da me e saranno accompagnati da video che saranno delle finestre sui miei quadri, sulla mia arte che faccio sin dal 1973. Prima ero professore di storia dell’arte e poi sono fuggito a Londra e da lì è nato tutto il resto.

Quanto pensi sia cambiata ad oggi la nostra società da quando hai pubblicato “Polisex” rispetto all’approccio che si ha nei confronti dell’affettività, del sesso, delle relazioni tra persone?

Mah, è cambiato tutto e non è cambiato niente, perché poi dipende sempre dal singolo e dalla capacità di farsi valere, perché se ti nascondevi negli anni ‘80, ti nascondi anche nel 2020, e ti nasconderai anche nel 2040! Perché ancora non siamo arrivati ad una accettazione completa come presupponeva il mio amico Mario Mieli. Lui diceva che non ci vuole solo una rivoluzione gay, ma ci vuole una rivoluzione delle donne, ma soprattutto una rivoluzione dell’uomo, del maschio che è rimasto proprio indietro, “alla clava”, e finché non ci sarà una rivoluzione completa di tutti i generi, allora resteremo sempre differenziati fra noi.

Ivan, quanto ti è costato rompere gli schemi in Italia a livello personale?

Guarda, ti direi una bugia se dicessi che ho sofferto. Era una cosa inevitabile, io ero così e basta, non potevo essere altrimenti. Io avevo quella personalità e quella idea sul sesso, sulla musica, sul presentarmi. Ero un animale di quel genere! Lo stesso Renato Zero ha sempre detto di me che lui metteva i vestiti, io invece avevo la mia pelle per esprimere il mio modo di essere: era la mia pelle che era diversa da quella degli altri.

Chi sono oggi i tuoi eredi?

Potrebbe essere Achille Lauro o i Maneskin, però oggi è tutta una “scimmiottatura” di quello che era quarant’anni fa. Noi avevamo dei motivi per cui ci si vestiva in un certo modo, ci cucivamo i pantaloni, ci creavamo il look, lo studiavamo noi, perché nasceva tutto dalla nostra anima. Oggi dietro Achille Lauro c’è Gucci, Versace: è tutto sponsorizzato e telecomandato.

Grazie Ivan per questa bella chiacchierata e ti aspettiamo per le prossime novità.

Grazie a voi e un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e hanno un canale su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Inoltre hanno una pagina Facebook sulla quale trasmettono in diretta le loro interviste (raggiungibile da qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.